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"La mafia uccide, il silenzio pure."

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A Silvia - Aisha Romano, donna libera

silvia romano

 

Il 9 Maggio, durante le iniziative online dedicate a Peppino Impastato, emozionati dalla grande partecipazione, ma tristi per il mancato corteo per l’isolamento dovuto al covid-19, virus che ha causato tanti morti, abbiamo appreso della liberazione di Silvia Romano. Abbiamo esultato sentendo questo giorno, per noi così importante, ancora più significativo.

Silvia Romano è una cooperante, si trovava in Kenya per la onlus Africa Milele, come educatrice per i bambini del poverissimo villaggio di Chakama, a circa 80 km da Nairobi. Diciotto mesi fa, il 20 novembre 2018, è stata rapita, prelevata con forza da un gruppo di uomini armati di fucili e machete. Dalle indagini sembra essere emerso che dopo il sequestro, sia stata trasferita in Somalia da un gruppo islamista legato al Al-Shabaab, che da anni controlla alcune parti del territorio somalo, compiendo attacchi terroristici. La cooperante, insieme ai sequestratori, ha dovuto affrontare un lungo e faticoso viaggio per superare il confine e raggiungere la Somalia. E’ stata poi spostata in almeno sei abitazioni diverse, perché i suoi carcerieri riuscivano ad anticipare le operazioni delle forze di sicurezza. Nel corso dell’interrogatorio, dopo la sua liberazione, Silvia ha detto di essere stata trattata bene, di non aver subito violenze fisiche e di essersi volontariamente convertita, dopo circa cinque mesi di reclusione, alla fede islamica, prendendo il nome Aisha. Ancora non si sa molto dell’operazione che ha portato alla liberazione, le trattative sarebbero cominciate molti mesi fa. Come riporta il Corriere della Sera, nel gennaio del 2020, i funzionari dell’Aise hanno ricevuto un video della ragazza in cui diceva di stare bene. Da quel momento, l’Aise, insieme alla polizia locale e ad alcuni agenti segreti turchi hanno avviato il negoziato per procedere alla liberazione.

Quello che riteniamo importante è che questa ragazza, che ha scelto di dedicarsi ai più poveri del mondo, sia stata salvata. Giorno 11 maggio abbiamo festeggiato vedendo Silvia atterrare all’aeroporto di Ciampino e ci siamo emozionati soprattutto per l’abbraccio con la sua famiglia.

Eppure non per tutti è stato così, non tutti hanno festeggiato questa liberazione.

Questo episodio ha messo in luce, per l’ennesima volta, lo stato del nostro Paese, il modo di trattare le notizie da parte di alcuni giornalisti, la strumentalizzazione che una certa politica fa della vita delle persone, come i social siano il megafono di un odio sempre più diffuso. Abbiamo assistito ad un livello di violenza verbale preoccupante, una superficialità e un senso di impunità nel diffamare, attaccare, insultare. Proprio per gli insulti e le frasi minacciose (anche di morte) rivolte a Silvia Romano sui social ed anche in un volantino ritrovato vicino casa sua, l'antiterrorismo milanese ha aperto un’indagine per minacce aggravate contro ignoti e la Prefettura di Milano sta valutando misure di protezione.

Siamo il Paese dove donne come Liliana Segre, vittima della Shoa e adesso anche Silvia Romano, cooperante di 25 anni rapita e liberata, ricevono insulti e minacce, c’è poco da sentirsi sereni.

L’attacco a Silvia Romano, che da ora vorremmo chiamare Aisha, perché è così che lei ha scelto, è stato su vari fronti: le è stata contestata la conversione all’Islam e che per salvarla sia stato pagato un riscatto, cosa di cui ancora non si ha certezza; sono solo scuse, questo comunque non sarebbe né il primo, né l’ultimo caso. Salvare una vita umana dovrebbe essere sempre una priorità.

Forse molti avrebbero preferito che non fosse mai tornata o che fosse tornata morta, che fosse stata costretta a convertirsi, che avesse subito violenze dai suoi carcerieri; forse avrebbero avuto considerazione, forse, perché, già prima del suo rilascio, gli odiatori di professione avevano cominciato ad insultarla per la sua scelta di volontariato all’estero, perché per queste persone e per la mentalità che rappresentano e diffondono, una “brava ragazza” non dovrebbe scegliere di andare in Africa, dovrebbe rimanere nel suo paese, a casa, a svolgere lavori “congeniali alle femmine” e farsi una famiglia “normale” e se proprio non potesse fare a meno di aiutare qualcuno, avrebbe dovuto pensare “solo agli italiani”. Nel momento in cui la sua scelta di donna libera e indipendente l’ha portata verso altre direzioni è scattata la sua condanna, come quella che colpisce molte donne minacciate ed uccise quotidianamente, con il silenzio o la complicità di una società ancora fortemente maschilista.

La scrittrice femminista Lea Melandri ha detto: “L'accanimento vergognoso su Silvia Romano dipende dal fatto che è giovane, è donna e pure volontaria”, “A un uomo nessuno avrebbe riservato questo trattamento ignobile. I vestiti, la religione, la gravidanza, il corpo. Le donne sono sempre state giudicate per questi aspetti della vita privata”.

Aisha è stata insultata facendo leva sul suo corpo, sulle sue scelte, attaccando la sfera interiore della fede, quella più intima dei sentimenti e della sessualità, tipico degli attacchi contro le donne. Le parole che le hanno rivolto politici, giornalisti e persone comuni sono irripetibili e vergognose, da “oca giuliva volontaria” ad altre più volgari.

Fa riflettere che ad altri rapiti di sesso maschile non sia stato riservato un simile accanimento; lo scorso anno sono stati tre gli italiani rapiti e liberati, due di loro convertiti all’islam, nessuno ne ha parlato. Evidentemente il suo essere donna ha segnato la differenza. La donna è additata come “poco di buono”, accusata di complicità con i sequestratori, violata per una seconda volta, costretta ad una nuova prigionia: chiudersi a casa per paura delle minacce dei suoi connazionali. Purtroppo il sessismo e la frustrazione di questa società che non sopporta le donne libere di scegliere la propria vita, la propria sessualità e addirittura la propria fede, non è affatto una novità, ma quando si svela con tanta evidenza, non può non farci pensare e reagire.

Si pensava che questo virus, le tante morti, l’isolamento, potessero portare ad una crescita di sensibilità, ad una riflessione personale e collettiva, ma non è così. La crescita non può avvenire spontaneamente e nemmeno perché siamo stati a casa da soli a pensare; la crescita avviene solo costruendo cultura e solidarietà, impegnandosi dal basso e tramite una riflessione comune, per il superamento di una società triste, oppressa, violenta, impregnata da logiche mafiose e maschiliste, verso una nuova rinascita ideale, sentimentale ed umana. Questo è il momento di ri-cominciare.

Evelin Costa

foto da internet

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