Questo sito utilizza i cookie per migliorare servizi e esperienza dei lettori. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

logotype

"La mafia uccide, il silenzio pure."

La rotta dei poeti

    • Un passo che non trema

      La Rotta dei Poeti racconta la storia di Movimento Tellurico, un’associazione in cammino per la...

Newsletter

Iscriviti e rimani aggiornato

Eventi

Dicembre 2017
D L M M G V S
26 27 28 29 30 1 2
3 4 5 6 7 8 9
10 11 12 13 14 15 16
17 18 19 20 21 22 23
24 25 26 27 28 29 30
31 1 2 3 4 5 6

Facebook



Partner

Circolo Musica e Cultura

Sul circolo “Musica e Cultura”, 1975-76

La nascita del Circolo “Musica e Cultura” si colloca all’interno di un contesto politico (il dopo 15 giugno) in cui si dava quasi per scontato un governo di sinistra a brevissima scadenza e il rilancio, su basi rivoluzionarie, dell’iniziativa politica di massa, affievolitasi dopo la primavera del ’73 (occupazione di Mirafiori), a partire anche dalle prime scelte di istituzione capitalistica e dalla conseguente riduzione della capacità di incidenza della nuova classe operaia. Questo spiega gli iniziali rapporti di collocazione tra PCI e sinistra rivoluzionaria, da una parte, e la particolare estensione della iniziativa, fin dagli inizi, coincidente, di fatto, con un fenomeno di orientamento generico a sinistra presente all’interno di larghi settori di opinione giovanile, dall’altra. Non a caso, infatti, il momento da cui ha preso materialmente le mosse “Musica e Cultura”, il concerto del 28 dicembre 1975, è stato caratterizzato da precise prese di posizioni, almeno nel documento di presentazione, rispetto al tentativo di boicottaggio messo in atto da un prete e rispetto a tutto un modo di gestire la politica da parte della DC e della mafia. Nel gennaio del ’76, dopo alcuni incontri in cui veniva espressa apertamente l’esistenza di altri momenti di aggregazione a partire dal fatto musicale, si apriva lo spazio di via Faro Pizzoli. E quella che possiamo definire la prima fase, la fase musicale del circolo: la musica, di fatto, era centrale in questo periodo di attività e la si intendeva come un mezzo di per sé alternativo e quindi di rottura. Il fatto stesso che certe espressioni musicali hanno strutture differenziate rispetto alla musica tradizionale, veniva inteso come momento politico aggregante e quindi sufficiente a motivare comportamenti “eversivi”. Questo atteggiamento ha contribuito non poco a caratterizzare il tipo di aggregazione di Musica e Cultura, costruita più su basi emozionali che politico-culturali, anche se proprio in quel periodo è emersa per la prima volta la esigenza di una produzione autonoma, nella fattispecie musicale. La proposta dell’apertura di un cineforum all’interno dell’attività del circolo, anche se partita da esigenze politiche precise (nel senso della caratterizzazione antifascista), si risolveva di fatto in un ulteriore contributo, per l’incapacità di dibattito e di proposte politiche, all’aggregazione su basi emozionali: la proiezione era più un momento dello “stare insieme e conoscersi” che un’occasione di incontro e chiarificazione politica. Prevalente, comunque, era l’interesse musicale: buona parte degli sforzi venivano concentrati nell’organizzazione del secondo concerto, che si teneva nei locali del circolo alla fine di marzo. Che il punto di vista sul ruolo della musica si sia radicalizzato ed esteso in quella occasione lo dimostra ampiamente il manifesto stesso di convocazione: due pugni chiusi che spezzano una catena, su uno sfondo rosso con scritti sopra i nomi dei gruppi musicali che aderivano. Frattanto, a livello nazionale, cominciavano a nascere i primi circoli del proletariato giovanile e ad emergere le prime posizioni sul nuovo modo di vivere e far politica: la crisi della militanza, l’esplodere della contraddizione femminista e la battaglia per l’aborto contribuivano largamente a diffondere la tendenza, da parte dei due movimenti di massa (femminista e giovanile), all’affermazione dell’autonomia delle loro lotte a partire dai propri bisogni. E la posizione di un binomio (personale-politico) che di fatto e molto contraddittoriamente caratterizzerà la storia del movimento extraistituzionale fino ad oggi. Tutta questa problematica all’interno di “Musica e Cultura” veniva vissuta molto di riflesso e sporadicamente: i tre dibattiti, tra fine marzo e i primi di aprile, sulla condizione della donna e sull’aborto non riuscivano infatti a coinvolgere la struttura nel senso di iniziative di mobilitazione, anche se hanno lasciato delle tracce su cui più avanti, all’inizio dell’estate, si innesterà un processo di aggregazione a livello femminile. Un secondo ciclo di proiezioni, estremamente disarticolato sul piano dei contenuti e staccato da qualsiasi esigenza di intervento politico-culturale organico e alcune esperienze teatrali, proposte indipendentemente da qualsiasi considerazione sul fatto teatrale e sul rapporto tra teatro e iniziativa politico-culturale, chiudevano questa fase di attività di Musica e Cultura, alla vigilia delle elezioni politiche del giugno del ’76. Scelta antirevisionista In campagna elettorale esplodeva la contraddizione col PCI. Fin dagli inizi, infatti, il PCI si era posto nei confronti del circolo in termini di egemonizzazione burocratica. Già in gennaio un primo tentativo di trasformare la struttura nel circolo ARCI; poi in marzo il, il tentativo di far partire il tesseramento UDI; infine, in maggio, in campagna elettorale, la proposta di aprire la struttura a tutti i partiti del cosiddetto “arco costituzionale” per adeguarla alle esigenze del compromesso storico. Messo in netta minoranza su quest’ultima sua proposta, il PCI usciva di scena quasi definitivamente.

 


 

La scelta antirevisionista della stragrande maggioranza dei membri di “Musica e Cultura”, pur movendosi su basi emozionali, conteneva in sé i germi di una scelta di campo che sboccava subito dopo nella adesione alle proposte di lotta e di opposizione al compromesso storico di DP, piuttosto che al cartello elettorale di DP. Quello è stato senz’altro il momento più favorevole per far partire un processo di aggregazione politica in termini di proposte politico-organizzativo precise. Non è successo, nonostante il favorevole risultato elettorale a Cinisi, anche perché la sconfitta consumata su scala nazionale precipitava la sinistra rivoluzionaria in uno stato di crisi profonda e contraddizioni laceranti, che a Parco Lambro, subito dopo, troveranno drammatica espressione. La componente politica interna a “Musica e Cultura” ha risentito di questo stato di crisi che si è innestato sulla sua limitata capacità di porsi all’interno del circolo come polo di aggregazione politica, dovuta anche ad una situazione oggettiva esterna caratterizzata da livelli di repressione mafiosa, religiosa, familiare, politica. Uno dei limiti più grossi di tutta l’esperienza di “Musica e Cultura” è da ricercare nel mancato approfondimento del nesso mafia-famiglia-religione e nella incapacità di indicare obiettivi di lotta e di organizzazione specifici. I tre mesi di attività estiva, infatti, confermeranno, da un lato, l’espansione dell’aggregazione e, dall’altro, la difficoltà sempre maggiore ad innescare un processo di politicizzazione. È stato il periodo dei primi tentativi di autocoscienza, del primo spettacolo teatrale femminista e delle prime riunioni del collettivo femminile, della mostra itinerante e di altre esperienze teatrali vissute come esperienze isolate e ancora una volta non precedute da un dibattito su una politica di intervento culturale. E stato il periodo dei Murales, su cui c’è pure stato un minimo di discussione sui contenuti e sul metodo di realizzazione, e del raduno musicale di fine settembre. Riteniamo che una valutazione critica del raduno sia comprensiva di tutta la fase e ci aiuti a capire bene tutti i limiti e le contraddizioni del Circolo “Musica e Cultura”, dalla sua nascita fino a quella data Innanzi tutto è tornato ad essere prevalente il momento musicale: ancora come momento di aggregazione su basi emozionali; poi, l’assoluta incapacità di andare a quella scadenza con un minimo di proposte politiche collettivamente elaborate, pur se delle esigenze in questo senso erano state espresse in sede di preparazione del raduno e che, purtroppo, si traducevano in qualche intervento isolato e personale: temi come disoccupazione, precariato edile e lavoro nero, condizione femminile e repressione familiare non hanno avuto un momento di elaborazione prima e di amplificazione durante il raduno. Contraddizioni e problemi irrisolti È passato, e questa volta in maniera definitiva, un certo modo di intendere e produrre aggregazione: la ricerca, cioè, dell’estensione dei rapporti umani e della comunicazione personale. E proprio a partire da questo terreno prendeva corpo la proposta di un gruppo di autocoscienza (gruppo di studio) che coinvolgeva, di fatto, tutta la struttura ad esclusione della componente politica. Un’esigenza di maggiore comunicazione combinata con una tendenza alla socializzazione dei bisogni, da una parte, e all’instaurazione di rapporti di coppia, dall’altra, è andata a caratterizzare un’esperienza che, durata poco più di due mesi, ha sollevato contraddizioni e problemi notevoli lasciandoli irrisolti. Non si è arrivati, infatti, dopo il fallimento del gruppo di autocoscienza a momenti di dibattito e approfondimento sulla contraddizione uomo-donna, sulla repressione familiare, sul rapporto di coppia, nonostante la proposta di un seminario su “famiglia-repressione-coppia” e un ciclo di proiezioni esclusivamente impostato su questa problematica. Tra gli altri motivi, quello che forse è stato decisivo è da ricercare nel logoramento dei rapporti personali e politici all’interno del circolo. C’è voluto quasi un mese, infatti, per far partire la proposta di un seminario su “classi sociali e mercato del lavoro” e dell’organizzazione di un comitato di disoccupati. Ancora un fallimento dovuto, senza alcun dubbio, al tipo di aggregazione che ci ha sempre caratterizzati e alla contraddizione tra lavoro manuale ed intellettuale vissuta da quei compagni su cui doveva marciare la proposta stessa. Da quel momento si entrava nella fase in cui prevaleva la tendenza all’espansione dei rapporti personali che, dal 31 dicembre a tutto il carnevale e fino a giugno, doveva paralizzare ogni attività del circolo ed ogni possibilità di fuoriuscita nel sociale. L’esigenza di continuare l’esperienza del 31 dicembre in termini di “star bene insieme”, di evitare momenti di disgregazione che il carnevale avrebbe prodotto all’interno della struttura, di tentare il recupero della tradizione popolare in termini di “festa collettiva” e di produzione musicale e teatrale autonoma, l’esigenza di vivere il rapporto uomo-donna in maniera diversa, a partire anche da una diversa interpretazione e considerazione del ballo e della festa, l’esigenza infine di dimostrare all’esterno di esser capaci di una gestione economica condusse alla scelta, quasi unanime, di trasformare la struttura e di aprirla all’euforia carnevalesca. Nessuna delle motivazioni iniziali ha avuto riscontro positivo all’interno della festa: la disgregazione che tanto si voleva evitare ha trovato un terreno di coltura estremamente favorevole, in quanto ognuno se la trascinava dietro assieme al suo individualismo ed alla sua solitudine; il recupero della tradizione è andato a farsi fottere sia sul piano della produzione autonoma, sommerso da un’ondata di spontaneismo forzato, sia sul piano del ballo collettivo, che spesso è divenuto momento pessimistico-orgiastico ed autodistruttivo; il “modo diverso di vivere ed intendere il rapporto uomo-donna” non c’è stato perché, riteniamo, prevalente sia stata la tendenza ad esorcizzare il problema con l’introduzione di mistificazioni sulla emarginazione, vista dove non c’era e non presa in considerazione dove esisteva realmente: sì, è vero, non ci sono state manifestazioni appariscenti di gallismo, se non per introduzione esterna, ma il fondo del rapporto uomo-donna è rimasto quello tradizionalmente battuto sia per precarietà di critica femminista, sia, di conseguenza, per scarsa disponibilità di tutti, in particolare del soggetto maschile, a mettersi in discussione; ancora una volta il tipo di aggregazione che ci ha caratterizzati ci ha fottuti. Gli unici aspetti positivi del carnevale sono stati la gestione economica, veramente alternativa, della festa e le due uscite esterne se viste come tentativi di riappropriazione di uno spazio: si è riusciti, di fatto, a riprendere la strada, ma in maniera non politica, non eversiva, nonostante esistesse la possibilità di farlo e qualche proposta in questa direzione venisse avanzata. Il problema del fumo E su questo sfondo di contraddizioni e problemi irrisolti, o addirittura non affrontati, si è innestata e sviluppata la contraddizione del fumo, che, visto come strumento di comunicazione, si diffondeva immediatamente investendo una parte considerevole della struttura: il circuito delle contraddizioni era tale e talmente drammatico, così come l’aspirazione a fuoriuscirne, che qualsiasi mezzo veniva subito accettato e spacciato per buono, quindi ideologizzato. Il fumo, inserito in questo contesto di mancata comunicazione, se non a livelli minimi e con scarsi fondamenti politico-culturali, ha funzionato, e non poteva essere altrimenti, come moltiplicatore di disgregazione ed emarginazione. L’episodio dell’assemblea notturna è stato emblematico di tutto quel periodo: la radiografia del circolo “Musica e Cultura”. Una cinquantina di coscienze si sono agitate e dibattute tra quelle pareti a vuoto e per un’intera notte: una situazione da processo kafkiano dove esistevano solo le imputazioni senza accusati: in realtà eravamo tutti accusati ed accusatori. Le lotte studentesche e le occupazioni degli atenei di quei mesi, d’altra parte, venivano vissute molto di riflesso: creavano situazioni di partecipazione a livello cittadino, ma all’interno della struttura producevano soltanto momenti di discussione sporadici, marginali e dalla mezzanotte in poi.


Certe anticipazioni, o intuizioni, delle linee di tendenza del processo di ristrutturazione dell’apparato repressivo dello stato, per certi versi prodigiose, non riuscivano ad avere la dilatazione auspicabile e necessaria Al contrario, diveniva sempre più impraticabile ogni tentativo di dibattito e chiarificazione sulle contraddizioni vissute sulla nostra pelle: a partire dal problema fumo, su cui è stato impossibile articolare qualsiasi iniziativa per l’affiorare puntuale di paure e reticenze che stanno, in ultima analisi, alla base di ogni processo di aggregazione di questo tipo (la paura della perdita del rapporto e con esso della protezione del gruppo vissuto come padre collettivo). L’adesione alla proposta radicale degli otto referendum, seppure praticata sui suoi contenuti, ancora una volta, anche per limiti di carattere oggettivo, non è riuscita a trasferirsi sul terreno dell’iniziativa e della mobilitazione politica. Si consumava in maniera definitiva la rottura col PCI a partire dagli eventi che, su scala nazionale, collocavano il partito revisionista all’interno del processo di ristrutturazione e di germanizzazione. Continuavano, intanto, a cadere nel vuoto tutte le altre proposte nel senso dell’uscita all’esterno e nel sociale della struttura “La festa del sole”, che voleva essere un tentativo di recupero e di proposizione, di contenuti presenti all’interno del movimento di opposizione a livello nazionale (ironia, riappropriazione della vita) nel senso di un coinvolgimento di larghi settori giovanili, è abortita nella prima fase di gestazione, anche perché la situazione politica e le lotte del movimento raggiungevano livelli di particolare drammaticità (fatti di Roma e Bologna). Mafia, repressione familiare, disoccupazione Una seconda proposta di animazione teatrale di strada si arenava nel momento stesso in cui si poneva in termini di socializzazione dei bisogni e delle contraddizioni sul terreno politico. È stato, di fatto, il solo momento in cui il problema dell’intervento culturale è stato posto in maniera corretta: innanzi tutto nel senso della produzione autonoma, poi in quello di partire dalla propria realtà e dai propri bisogni vissuti come esseri sociali in rapporto all’esterno, infine nel senso del collegamento dialettico tra momento culturale, personale e politico. Uno dei motivi del fallimento della proposta è da ricercare nel modo stesso in cui essa è stata posta: cioè nella mancata considerazione degli interessi per forme specifiche e differenziate di produzione ed intervento culturale. Una mostra sul rapporto mafia-territorio, di cui si era cominciato a parlare a gennaio e che sarà allestita solo in luglio, non è stato possibile metterla in piedi, anche se proposta e riproposta in diverse occasioni e nonostante la disponibilità della documentazione, perché ogni qualvolta se ne discuteva non emergevano scelte precise. Una certa situazione di sfiducia collegata a momenti di accentuazione della repressione familiare vi contribuiva in maniera considerevole. Alcuni allontanamenti, anche se motivati in maniera diversa o non motivati affatto, riproponevano drammaticamente la precarietà del processo di aggregazione di “Musica e Cultura” e il nesso mafia-repressione familiare-disoccupazione. Un ultimo ciclo di proiezioni con materiali molto qualificati sul piano politico-culturale, che voleva essere l’apertura del discorso sulla repressione e sulla emarginazione sociale, in rapporto alla problematica nuova sui marginali e sul loro ruolo all’interno del processo di trasformazione sociale, concludeva infelicemente e senza dibattito il ciclo di attività del circolo “Musica e Cultura”. Da: G. Impastato, Lunga è la notte. Poesie, scritti, documenti, a cura di U. Santino. 2002, 2003, 2006

2017  Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato