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Vogliamo “Ringraziare TUTTI”

 

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Quest’anno in occasione del Santo Natale, abbiamo ricevuto tantissimi auguri da ogni parte d’Italia e da ogni parte del “Mondo”.

Vogliamo ringraziare tutti, in attesa del “Nuovo Anno” 2015, con la speranza di costruire insieme, un mondo migliore.

Casa Memoria sarà sempre disponibile mantenendo aperta la sua porta e rispettando le volontà di Mamma Felicia che ci ha spinti fino in fondo, nel portare avanti il nostro impegno di memoria, di lotta e di resistenza al potere mafioso, contro ogni forma di corruzione. 

Ass. Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato{jcomments on}

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La porta aperta di Felicia

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Anna Puglisi

«Stai attento, perché gente dentro non ne voglio. Se mi porti qualcuno dentro, che so un mafioso, un latitante, io me ne vado da mia madre. … Non faccio entrare nessuno». Questo aveva preteso Felicia dal marito. Al contrario, dopo la morte del marito e l’uccisione di Peppino, Felicia aveva aperto la sua casa a quanti volevano conoscere suo figlio: «Perché mi piace parlarci, perché la cosa di mio figlio si allarga, capiscono che cosa significa la mafia. E ne vengono, e con tanto piacere per quelli che vengono! Loro si immaginano: “Questa è siciliana e tiene la bocca chiusa”. Invece no. Io devo difendere mio figlio, politicamente, lo devo difendere. Mio figlio non era un terrorista. Lottava per cose giuste e precise». Per questo il giorno del suo funerale abbiamo voluto ricordarla con un manifesto con la fotografia di Gabriella Ebano, in cui lei, con il suo sorriso, apre la porta-finestra della sua casa. Una casa che negli ultimi anni si era riempita di giovani e meno giovani, rendendola felice e facendole dimenticare i tanti anni in cui a trovarla andavamo davvero in pochi e a starle vicino eravamo pochissimi. E ai giovani che le chiedevano cosa potessero fare per lottare contro la mafia diceva: «Tenete la testa alta e la schiena dritta» e, lei che aveva frequentato soltanto le elementari, aggiungeva: «Studiate, perché studiando si apre la testa e si capisce quello che è giusto e quello che non è giusto».

Felicia aveva mostrato il suo carattere già da giovane, quando aveva preso una decisione non usuale a quei tempi nelle famiglie come la sua. Era stata fidanzata con un uomo scelto dal padre, mentre lei avrebbe voluto un giovane di un altro paese che le piaceva. Ma poco prima del matrimonio, quando già era tutto pronto, disse al padre che non voleva sposarsi e che non dovevano permettersi di prenderla con la forza (cioè, come si usava, non dovevano rapirla per la tradizionale fuitina). Poi sposa Luigi per amore, ma l’affiatamento con il marito dura molto poco. Racconta: «Appena mi sono sposata ci fu l’inferno». Suo marito non le diceva cosa faceva e dove andava, e Felicia ricorda le incursioni in casa dei carabinieri nel periodo della banda Giuliano, e parla anche di una relazione con una donna sposata. Lei va via di casa e ci vuole il cognato Cesare Manzella, il capomafia, per mettere pace. Un inferno domestico che si aggrava quando Peppino, dopo l’uccisione di Manzella, prende coscienza su cosa sono la mafia e i mafiosi. Il padre è in piena guerra con il figlio e lo caccia da casa per la sua militanza in un partito di sinistra e per la sempre più aperta azione antimafia.

Per quindici anni, dall’inizio dell’attività di Peppino fino alla morte di Luigi, avvenuta otto mesi prima dell’assassinio del figlio, la vita di Felicia è una continua lotta. In quegli anni non ha più soltanto il problema delle amicizie del marito. Ora c’è da difendere il figlio che denuncia potenti locali e mafiosi, assieme a un gruppo di giovani che saranno con lui fino all’ultimo giorno. Felicia difende il figlio contro il marito, ma cerca anche di difendere Peppino da se stesso. Quando viene a sapere che Peppino ha scritto sul foglio ciclostilato “L’idea socialista” un articolo sulla “mafia montagna di merda” fa di tutto perché non venga pubblicato. Io e Umberto abbiamo incontrato Felicia qualche giorno dopo il funerale di Peppino. Avevamo deciso di aiutare i compagni che si stavano adoperando per smantellare il depistaggio messo in atto dopo il suo assassinio. Ma il fatto nuovo è stata la decisione della madre di costituirsi parte civile. Felicia rompeva con la famiglia mafiosa del marito e veniva allo scoperto, perché «Peppino non rimanesse come un terrorista». E ripeteva: «Io voglio giustizia, non vendetta».

Ancora una volta ha dovuto fare una scelta radicale: rompere con i parenti del marito che le consigliavano di non rivolgersi alla giustizia, di non mettersi con i compagni di Peppino, con noi, di non parlare con i giornalisti. Già tre giorni dopo il funerale aveva stupito il paese decidendo di uscire da casa, contravvenendo all’usanza di chiudersi in casa nel periodo di lutto, per andare al seggio elettorale per dare il voto a suo figlio (si votava per il rinnovo del consiglio comunale e Peppino era candidato nella lista di Democrazia proletaria che aveva formato assieme ai suoi compagni). Le delusioni ogni volta che l’inchiesta veniva chiusa e per il tempo che passava dando l’impressione che non si potesse ottenere nessun risultato, e gli acciacchi di un’età che andava avanzando, non l’hanno mai piegata. Al processo contro Badalamenti, venuto dopo 22 anni, con l’inchiesta chiusa e riaperta più volte grazie all’impegno suo, di Giovanni e di sua moglie, di alcuni compagni di Peppino e della tenacia di noi del Centro Impastato, ha voluto essere presente e con voce ferma ha accusato l’imputato di essere stato il mandante dell’assassinio. Diceva che non voleva morire prima di avere ricevuto giustizia per Peppino e lo ha ottenuto: Badalamenti è stato condannato, ed è stato condannato il suo vice. Entrambi sono morti, e Felicia, a chi le chiedeva se avesse perdonato, rispondeva che delitti così efferati non possono perdonarsi e che avrebbe desiderato che Badalamenti non tornasse a Cinisi neppure da morto.

E il giorno in cui i rappresentati della Commissione parlamentare antimafia le hanno consegnato la Relazione, in cui si dice a chiare lettere che ufficiali dei carabinieri e magistrati avevano depistato le indagini, esprime la sua soddisfazione: «Avete resuscitato mio figlio». Una soddisfazione che sarebbe stata completa se avesse potuto vedere cosa è diventata la casa di Badalamenti, dove lei non voleva mettere piede, malgrado le insistenze del marito e le profferte di amicizia del capomafia e della moglie. Voglio ricordare le parole di Umberto nel saluto laico al suo funerale: «Nel manifesto che questa notte abbiamo appeso sui muri di Cinisi abbiamo scritto: Ciao Felicia, non mamma Felicia come sarebbe stato più ovvio. Perché in questi anni non sei stata soltanto moglie (di un mafioso che, che a un certo punto ha cercato di difendere il figlio dalle mani degli assassini) e madre (di un rivoluzionario), ma donna per te, matura dentro te stessa, forte di una tua autonomia, di un tuo personale carisma che rendeva il colloquio con te, o anche un semplice saluto, un’esperienza preziosa e irripetibile».

Felicia non c’è più da dieci anni, ma la sua forza, la sua ironia, che contraddiceva lo stereotipo della luttuosa mater mediterranea, la lucidità delle sue osservazioni rimangono nel ricordo di quanti le siamo stati amici, e il suo sorriso accoglie i visitatori della sua casa che, per sua volontà, è rimasta aperta ed è diventata Casa Memoria. Un santuario laico.

Le frasi tra virgolette sono tratte da: Felicia Bartolotta Impastato, La mafia in casa mia, intervista di Anna Puglisi e Umberto Santino, La Luna, Palermo 1986 e successive ristampe.{jcomments on}

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7 dicembre 2004 – 7 dicembre 2014

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7 Dicembre 2004 – 7 Dicembre 2014

A dieci anni dalla scomparsa di Felicia Bartolotta Impastasto

Giornata di impegno e di memoria

Ore 11.00: Inaugurazioni a “Casa Memoria”

Plastico del Mulinazzo di Giacomo Randazzo

– Mostra Collettiva di fotografia di Salvatore Maltese, di disegni di Pino Manzella e di libri d’arte di Paolo Chirco

mostra di Evelin Costa “Donne” (ex Casa Badalamenti)

Collettiva fotografica ASADIN “Le Migranti”

Audio-istallazione “Pescatori di Tank” dedicata a Ilaria Alpi di Emilia Ricotti

Ore 16.30 nel salone del primo piano dell’ex Casa Badalamenti:

Proiezioni video su Felicia

Ore 17.30: presentazione libro “La Memoria e l’Arte

alla presenza dei curatori Paolo Chirco, Pino Manzella e Giovanni Impastato

interveranno:

Anna Puglisi, Umberto Santino, Salvo Vitale

Ore 18.30: Letture tratte dal libro- intervista “La mafia in casa mia” di Anna Puglisi e Umberto Santino

 

Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato ONLUS

CSD Giuseppe Impastato

Associazione Peppino Impastato

Associazione Asadin

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copertina

In uscita il nuovo libro “la memoria e l’arte”

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Il 7 Dicembre 2014 ricorre il decimo anniversario della scomparsa di Felicia Bartolotta Impastato, madre di Peppino. Dalla morte del figlio Felicia ha speso la sua vita con grande dedizione nel perseguire la strada della giustizia e della verità contro la cultura dell’omertà e della sopraffazione mafiosa. Lo ha fatto decidendo di tenere aperte le porte di casa sua a tutti coloro che hanno voluto conoscere la sua storia diventando un presidio di democrazia, da quella sua scelta nasce Casa Memoria.

In questa occasione, l’associazione Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato ONLUS inaugura il plasticio del Mulinazzo allestito in uno spazio all’interno di Casa Memoria e, insieme al Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato” Onlus, pubblica il libro “La memoria e l’arte” a cura di: Giovanni Impastato, Pino Manzella e Paolo Chirco. Il testo si articola in 2 parti: nella prima sono raccolte le esperienze vissute a casa memoria e una catalogazione delle opere d’arte presenti; la seconda parte è dedicata al Mulinazzo, avamposto dell’economia rurale e della socialità dei cinisensi, devestato dalla costruzione della terza pista dell’aeroporto Punta Raisi, oggi Falcone e Borsellino. Al suo interno sono presenti le foto sul plastico del Mulinazzo realizzato da Giacomo Randazzo, autore del presepe semovente (iscritto al R.E.I. Patrimonio dell’Unesco), dove ricostruisce quella zona, con la stessa tecnica utilizzata per il presepe, prima della costruzione della terza pista; e degli articoli di chi ha vissuto quel periodo e ha vissuto la scomparsa della cultura contadina. A tal proposito, Giovanni Impastato, nel parlare della sua esperienza fa riferimento all’articolo di Pier Paolo Pasolini “la scomparsa delle lucciole”.

Il libro sarà in vendita al costo di 10 euro presso Casa Memoria o prenotandolo tramite la nostra e-mail :info@casamemoria.it.

Il ricavato andrà a sostegno di Casa Memoria e delle attività promosse dalla nostra associazione.{jcomments on}

lungaquinta

L’icona e la realta’

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Umberto Santino

L’icona e la realtà

Introduzione alla nuova edizione del libro Giuseppe Impastato, Lunga è la notte. Poesie, scritti, documenti, Centro Impastato, Palermo 2014.

In questi anni Peppino Impastato è diventato sempre di più un punto di riferimento per migliaia di giovani, e non solo, e di ciò, se si tiene conto dell’isolamento per molti anni di quanti cercavano di salvarne la memoria e ottenere giustizia, non possiamo che rallegrarci. Peppino è diventato un eroe dell’antimafia, un nome tra i più noti e richiamati, e questo è certo frutto dell’impegno e dell’attività incessante dei familiari che hanno rotto con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza che hanno in qualche modo continuato a percorrere la sua strada, di noi del Centro siciliano di documentazione, che gli abbiamo intitolato quando era ancora uno sconosciuto per molti e per tanti un terrorista e suicida. Lo sappiamo bene: la memoria è una fatica, ha i suoi costi, spesso si esaurisce per il venir meno dei soggetti che dovrebbero tenerla in vita, ma a volte, ed è proprio quello che è accaduto per Peppino, riesce a portare frutto. Pur essendo in pochi, a volte in pochissimi, siamo riusciti a salvarne l’immagine, smantellando la montatura che lo voleva terrorista inesperto e suicida per disperazione; siamo riusciti a ottenere giustizia, con la condanna dei mandanti dell’assassinio e con la relazione della Commissione parlamentare antimafia sul depistaggio operato da rappresentanti di magistratura e forze dell’ordine. Non abbiamo mai cercato medaglie, ma almeno a un riconoscimento dell’efficacia del nostro impegno dovremmo avere diritto.

Eppure c’è chi ha voluto negarcelo. Lo sappiamo altrettanto bene che, con i mezzi modestissimi che avevamo, e con un contesto in cui maturavano svolte che sono state definite «epocali» e archiviavano soggetti e prospettive che avevano sorretto le nostre militanze, potevamo raggiungere solo alcune migliaia di persone. E che il film che dal settembre del 2000, dopo una felice presentazione alla mostra del cinema di Venezia, ha portato nelle sale il nome e la vicenda di Peppino, ha raggiunto un pubblico molto più ampio. Si spiegano in larga parte così il pellegrinaggio che da allora è cominciato verso Cinisi, dove dopo la morte di Felicia, la madre di Peppino, è nato quel santuario laico che si chiama Casa memoria, riconosciuta come bene culturale dalla regione siciliana, e le centinaia, se non migliaia, di iniziative che di anno in anno si sono moltiplicate in tutta l’Italia e anche al­l’estero. Ma da qui a dire, come qualcuno ha detto, che l’inchiesta per far luce sull’assassinio di Peppino è stata aperta dopo il film, ci corre. Abbiamo chiesto di rettificare affermazioni inequivocabilmente smentite dai fatti: l’inchiesta si è aperta varie volte, sempre per l’impegno dei familiari, fino a un certo punto anche dei compagni di Peppino, sempre, da quel 9 maggio in cui furono raccolte le briciole del suo corpo, a oggi, dal Centro. I processi, non il processo, prima a Vito Palazzolo e poi a Gaetano Badalamenti, sono cominciati prima dell’uscita del film, il comitato per indagare sul depistaggio delle in­dagini si è costituito all’interno della Commissione antimafia, già nel 1998. Non siamo riusciti a ottenere la rettifica, per la protervia di un grande editore, da qualche tempo anch’esso ancorato al carro di Berlusconi, e per la presunzione di uno scrittore di successo che ha «scoperto» il potere taumaturgico della parola, soprattutto della sua, transustanziata in Verbo. Per fortuna non siamo stati querelati per presunta diffamazione, come il grande editore minacciava, e la querela presentata dall’autore di bestseller contro il quotidiano «Liberazione», che ben presto avrebbe chiuso le pubblicazioni, è stata respinta. Ma non siamo per niente soddisfatti di come sono andate le cose. Tutto si sarebbe potuto risolvere in altro modo, ma pare che viviamo sempre più in un mondo in cui informarsi prima di predicare e riconoscere di aver sbagliato non fa parte delle abitudini soprattutto di persone ascese sul pulpito mediatico e osannate da un pubblico di devoti. Ormai si è formata un’icona, quella di Peppino che fa piazzate notturne, numerando i passi tra casa sua, di suo padre, e casa Bada­lamenti; pronuncia parole che non si è mai sognato di dire, e tanti le ridicono come se le avessero ascoltate dalla sua bocca. Un motivo in più per ripubblicare questo libro che contiene i suoi scritti, le sue poesie, tenere e «private», i suoi volantini, irriverenti e puntuali, le sue denunce, gridate e documentate, i testi dei suoi documenti, testimonianze di pratiche culturali e politiche che si danno per tramontate, e delle sue trasmissioni a Radio Aut, trasgressive ed eversive nella forma e nei contenuti rispetto a un sistema di potere sedimentato e condiviso da gran parte della popolazione. Con tanti che hanno riso alle goliardate di Onda pazza, ma le hanno considerate un delitto di lesa maestà, un’autocondanna a morte. Un repertorio che dovrebbe bastare a trasmettere un’immagine compiuta, ma non ci meravigliamo se si preferisce rimasticare parole inventate, più digeribili e rassicuranti. Qualche tempo fa è circolato uno spot in cui frasi tratte dalla sceneggiatura del film venivano riprodotte per scopi mercantili, per la vendita di un prodotto, in quel caso degli occhiali. Tutto questo senza neppure avvertire i familiari. Abbiamo fatto, assieme a loro, un comunicato, in cui chiedevamo il ritiro dello spot. Gli autori lo hanno ritirato, sono venuti a Cinisi per parlarne, ma credo che ognuno sia rimasto sulle proprie posizioni. Voglio ricordare le parole dello spot. È il cosiddetto «apologo della bellezza». Peppino che guarda dall’alto un paesaggio butterato da case e villette abusive, una bellezza mortificata e distrutta. È quello che vediamo ogni giorno da quelle parti e non solo lì. Con in più una lievitazione inarrestabile di rifiuti, una vera alluvione nei mesi estivi. E Peppino dice: «E allora forse più che la politica, la lotta di classe, la coscienza e tutte queste fesserie… bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza. Insegnargli a riconoscerla. A difenderla». Nel nostro comunicato dicevamo che questo era proprio il contrario di quello che faceva e diceva Peppino. Che coniugava perfettamente, si potrebbe dire naturalmente, la politica e la lotta di classe con la salvaguardia del territorio, il diritto al lavoro dei disoccupati con il diritto a un ambiente non saccheggiato dalla speculazione. Ed è proprio questo quello che rimane del suo impegno: questo modo di intendere e di praticare la politica come impegno quotidiano e onnicomprensivo. E continuava a farlo quando si ripiegava sul personale per abbandonare il politico. Di questa politica avremmo bisogno oggi, più di ieri, se sapessimo incamminarci su una strada in cui i bisogni di masse crescenti di emarginati, figli o fratelli di quelli con cui lui la­vorava, sono alla ricerca di un futuro. Su questa strada l’esempio di Peppino, al di là degli slogan, è ancora vivo e attuale. Settembre 2014

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scasso

Ciao Gino

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L`associazione Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato Onlus e il Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato” ricordano Gino Scasso che é stato al fianco della famiglia e del Centro Impastato per avere giustizia per Peppino.

Pubblichiamo un articolo tratto dal (blog Terrasini Oggi )

Una morte annunciata quindici giorni fa, quando, di ritorno da Cinisi, dove aveva pronunciato un acceso e appassionato discorso sulla eredità politica di Giuseppe Impastato, l’ultimo intervento della sua vita, un ictus lo aveva fulminato in auto a poche centinaia di metri dalla sua abitazione di Partinico, il grosso centro agro-vinicolo dove era nato 67 anni fa. Una intelligenza lucida e nobile la sua, di una non comune sensibilità umana, in certi frangenti scontroso perchè rigoroso, ma mai fazioso e gretto. La sua vita, per un imprescrutabile percorso, si è chiusa proprio a Cinisi, il paese, assieme con Terrasini, che lo ha visto sempre presente nei momenti del “bisogno” politico, mai indietro in tutte le battaglie più o meno eclatanti e difficili. A Cinisi -dicevo- si è come chiuso un cerchio per Gino, che fu amico e compagno di Giuseppe Impastato con cui condivise molti momenti, impegnadosi come non pochi, dopo il suo assassinio, per mantenerne viva l’immagine e l’eredità ideale. Ma nonostante questo sapeva guardare come non pochi oltre. Muore a Cinisi col suo ultimo discorso, quello pronunciato nella Sala Convegni del Palazzo dei Benedettini dove moltissimi compagni e compagne della sinistra storica si erano dati appuntamento per riflettere e discutere su una delle esperienze più esaltanti, se non la più esaltante, pur nella brevità, della storia politica e culturale dal dopo guerra ad oggi. Se ne va un grande militante difensore della natura e dei deboli; un protagonista della storia politica degli ultimi qurant’anni, un insegnante, un educatore della scuola pubblica per la quale e nella quale si battè fin dagli studi universitari a Milano, affinchè fossero ampliati gli spazi di democrazia e partecipazione attiva.{jcomments on}

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“Fiori di Campo” vince il Premio Edison Start

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La cooperativa Libera-Mente, che gestisce il bene confiscato Ciuri di Campo a Marina di Cinisi, si aggiudica la gara promossa da Edison. Casa Memoria partner del progetto. C’è anche Fiori di Campo, il progetto di turismo etico presentato e ideato dalla cooperativa Libera-Mente, che da tre anni gestisce il bene confiscato “Ciuri di Campo” a Marina di Cinisi, tra quelli premiati nell’ambito di Edison Start, il concorso per i progetti più innovativi e sostenibili dal punto di vista economico, sociale e ambientale promosso dal colosso dell’energia Edison. Libera-Mente ha conquistato la palma della vittoria nella categoria “sviluppo sociale e culturale”, dopo una gara faticosa e impegnativa, che ha visto la partecipazione di 841 progetti provenienti da tutta Italia e, alla fine, il trionfo della regione Sicilia. Anche i progetti relativi alle categorie “energia” e “smart communities”, infatti, provengono dalla nostra terra. Ogni vincitore si è aggiudicato un premio in denaro di 100 mila euro. Il progetto Fiori di Campo, di cui anche Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato è partner insieme a Libera, Addio Pizzo Travel e all’associazione culturale Valorizziamoci, intende trasformare il bene confiscato a Marina di Cinisi in un villaggio di turismo etico, all’interno del quale si svolgeranno attività di sensibilizzazione su temi della legalità e della lotta alla mafia, ma anche su tematiche legate all’ambiente, al consumo critico, alla genuinità dei prodotti della terra e alla valorizzazione del territorio. Con queste finalità Libera-Mente da qualche anno già opera sul territorio di Cinisi, ospitando i campi di volontariato e formazione di E!State Liberi, promossi da Libera, Associazione nomi e numeri contro le mafie. Il premio Edison Start servirà a ristrutturare il bene e a riconvertirlo secondo criteri di risparmio energetico e rispetto dell’ambiente. Il Villaggio vuole essere un incubatore di attività e un punto di riferimento per la comunità locale, attraverso l’organizzazione di eventi culturali e formativi e potenziando un circuito di imprese “pulite” che possono essere pioniere di un cambiamento significativo per questa nostra terra. Casa Memoria è felice di partecipare alla realizzazione concreta di questo progetto che corona anche una collaborazione fattiva iniziata da qualche anno. Complimenti quindi ai nostri compagni di viaggio!{jcomments on}

programmaA4 FLCG

Fa’ la cosa giusta! Sicilia 2014 in rete si cresce

 

Fiera del consumo critico e degli stili sostenibili

Cantieri Culturali alla Zisa Palermo

Via Paolo Gili,4

Apertura: 5,6,7 DICEMBRE 2014

 VENERDI’ e SABATO ore: 10.00/23.00 DOMENICA 10.00/22.00

 

 

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incontro prato

Giovanni Impastato: “Occorre difendere gli spazi della democrazia”

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PRATO. Un’intensa giornata pratese per Giovanni Impastato, fratello di Peppino, spirito libero siciliano vittima della mafia.

Ad accoglierlo Luca Soldi, a nome del Coordinamento Provinciale Libera di Prato, che ha salutato Giovanni “fratello di quel martire della legalita e dell’impegno civile che è stato suo fratello Peppino”.

La mattina è trascorsa insieme ad oltre 300 ragazzi delle scuole medie di Prato, Vaiano e Vernio, assìstendo alla proiezione del film ” I cento passi “, nella sala grande di Omnia. Numerosi gli interventi dei ragazzi che hanno costretto a protrarre oltre il limite la durata dell’incontro. La sala è stata messa a disposizione grazie al contributo della sezione soci Prato di Coop e della sua responsabile Fiorella Astori.

Il pomeriggio dopo una visita alla mostra di Palazzo Pretorio, insieme all’assessore Ciambellotti, il fratello di Peppino Impastato si è recato nel salone del consiglio comunale per il saluto della città e delle autorità civili e militari.

I saluti della città sono stati portati dal presidente del consiglio comunale Ilaria Santi e dall’assessore all’Istruzione Maria Grazia Ciambellotti. Anna Giannerini, del Coordinamento di Prato ha portato i saluti di Libera agli intervenuti “Giovanni Impastato è qui per dare un messaggio di speranza – ha sottolineato, in apertura, la presidente Santi – e di fiducia. Questo momento storico c’è stato, fa parte del nostro passato. Non dobbiamo dimenticarlo: anzi dobbiamo trarne il giusto insegnamento per migliorarci e unire le forze nella lotta all’illegalità”. “L’incontro – ha aggiunto l’assessore Ciambellotti – non intende, semplicemente, ricordare ciò che è accaduto ma è un’occasione di analisi e di crescita per tutti quanti. Siamo qui per formare i cittadini di domani. E’ quindi necessario prendere l’esempio di Peppino e farlo nostro. Educare al rispetto è un compito a cui non possiamo e non dobbiamo sottrarci. E in questo processo le istituzioni e la scuola possono fare moltissimo”.

Al termine dei saluti iniziali ha poi preso la parola Giovanni Impastato, che ha ripercorso brevemente – di fronte agli allievi – la vita di Peppino e il suo sacrificio nella battaglia contro i capi mafiosi. Il giovane cronista, fondatore di Radio Aut, fu ucciso a Cinisi, in Sicilia, nel 1978. “Dobbiamo ringraziare Peppino ma anche tutte le persone, compresi gli uomini delle istituzioni, che non ci sono più e che hanno contribuito a portare avanti la lotta alla criminalità organizzata – ha esordito Giovanni Impastato -. E’ fondamentale fare rete, uscire dalle nostre case, vigilare: gli spazi di democrazia all’interno di questo Paese debbono essere difesi a tutti i costi. Ecco perché il messaggio di mio fratello continua ad essere attuale. Non arrendiamoci. Manteniamo sempre alta l’attenzione per fare in modo – ha concluso – che non sia troppo tardi”.

Il pomeriggio Giovanni ha proseguito il suo giro incontrando i ragazzi del CCR di Vaiano e Cantagallo accompagnati dagli amministratori delle due città e da Roberta Roberti come referente di Libera.

La sera si è concluso l’incontro con una cena offerta dal Circolo Arci di Cafaggio il cui ricavato è stato devoluto alla Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato. La serata è stata presentata dalla dottoressa Chiara Cannella del Coordinamento Libera di Palermo” .

Articolo tratto dal giornale web:  Il Tirreno Edizione Prato {jcomments on}

casermetta alcamo

Giuseppe Gulotta e la strage della casermetta di Alcamo.

Oggi vogliamo ricordarvi la storia di Giuseppe Gulotta, condannato a 22 anni di carcere, per la strage della casermetta di Alcamo avvenuta nel Gennaio del 1976. Due carabinieri vengono uccisi in una caserma in provincia di Trapani.

Dopo settimane di inutili perquisizioni nelle case di giovani esponenti della sinistra radicale e del Pci, in cui finisce anche Peppino Impastato, viene fermato un ragazzo con evidenti problemi psichici con una pistola.

“…Un branco di lupi in divisa capitanato dal colonnello Giuseppe Russo fa vomitare fuori – con pestaggi, minacce, finte esecuzioni, scariche elettriche ai testicoli, acqua e sale in gola, – la verità sulla strage a quattro ragazzini, di cui due minorenni, e tra questi Gulotta. Caso chiuso…”

A tal proposito pubblichiamo un volantino,scritto e diffuso a Cinisi da Peppino insieme ai compagni di Lotta Continua, dopo i fatti di Alcamo in cui si evidenzia il clima di terrore e di “caccia alle streghe” nei confronti dei giovani militanti di sinistra, e un articolo di Giovanni Impastato tratto dal libro “Peppino Impastato anatomia di un depistaggio”.

casermetta alcamo

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 Mio fratello la strage di Alcamo Marina

Dopo la strage della casermetta di Alcamo le indagini furono subito indirizzate negli ambienti della sinistra. La nostra casa assieme a tante altre abitazioni di militanti di Lotta Continua e del Pci furono perquisite. Peppino 4 giorni dopo in un volantino denuncia il fatto e mette con chiarezza in evidenza la situazione di quel periodo, considerando una provocazione l’azione subita, denunciando in maniera pesante le collusioni fra la mafia, il neo-fascismo gli organi istituzionali, in particolare i carabinieri, definendo la nostra zona “campo incontrastato della mafia e di tanti traffici illeciti”, compreso quello delle armi. Oggi a distanza di tanti anni, per quanto riguarda l’omicidio mafioso di Peppino vengono aperte le indagini solo sul depistaggio, dopo avere ottenuto le condanne nei confronti dei mandanti, Gaetano Badalamenti all’ergastolo e il suo vice Vito Palazzolo a 30 anni, e dopo un altro grande risultato acquisito da parte della Commissione Antimafia che nel 2000 elabora e approva la relazione sui depistaggi, frutto del grande lavoro del Centro Impastato e delle testimonianze dei compagni e della famiglia. Penso sia un fatto importante che la procura stia indagando in questo momento in una precisa direzione, non capisco la perplessità di alcuni e le preoccupazioni di altri che pensano sia inutile andare avanti, convinti che ci sia il rischio di offuscare una grande vittoria sulla mafia. Non credo affatto a una cosa del genere, anzi penso che il tutto può contribuire a completare quella parte di verità che fino a ora ci manca. Forse molti hanno dimenticato le difficoltà che abbiamo avuto in passato per arrivare ai processi e alle condanne contro gli assassini di Peppino dopo più di 20 anni.

Mi rendo conto che ci troviamo di fronte a situazioni difficili con notevoli rischi, però penso sia il caso di andare avanti, una scelta del genere significa lottare per la democrazia e la verità. Mi sembra giusto sapere per quale motivo le persone che allora hanno tentato di infangare la memoria di Peppino facendolo passare per terrorista e suicida hanno fatto tutti una splendida carriera. Nello stesso tempo scoprire chi gli ha dato la possibilità di rimanere a occupare incarichi di grande delicatezza e di enorme responsabilità, invece di essere allontanati e incriminati per quello che hanno commesso. Purtroppo ancora oggi con la scusa delle prescrizioni che rendono impuniti un gran numero di criminali, non riusciamo a tirare fuori verità importanti, malgrado a distanza di tanti anni qualcuno venga assolto dopo che si è scoperto che la confessione gli è stata estorta con la tortura da parte dei carabinieri di allora. È il caso di Giuseppe Gulotta, uno dei primi imputati della strage della casermetta di Alcamo. Sono passati 36 anni, i miei ricordi sono ancora vivi, quando quella mattinata si presentarono a casa nostra (Corso Umberto n. 220, oggi Casa Memoria) i carabinieri per una lunga e dettagliata perquisizione senza trovare nulla (“esito negativo” come dicono loro). Nel giro di poco tempo veniamo a sapere che anche altri compagni del PCI di Cinisi subiscono la stessa sorte. Il solito clima di caccia alle streghe. Siamo veramente preoccupati, purtroppo non è stato possibile fare una volantino unitario, malgrado Peppino fosse d’accordo, i vertici del Pci non lo hanno permesso. Come al solito “volevano capire, bisognava fare piena luce”. Vecchia parola d’ordine che veniva spesso usata da loro. Peppino contatta alcuni compagni di Castellammare e di Alcamo per capire realmente da vicino quello che stava succedendo, si reca a Palermo per incontrare altri compagni di Lotta Continua, non sta un attimo fermo. Si decide a Cinisi di scrivere e diffondere un volantino molto duro. Un attacco contro i carabinieri e la mafia, mettendo in evidenza tutta una serie di traffici sporchi, dalla sofisticazione del vino al traffico di eroina con riferimento alla presenza di gruppi armati neofascisti, che nella zona si muovevano tranquillamente senza il minimo intervento dei carabinieri. Siamo quasi alla vigilia delle famose elezioni del 20 giugno ’76, dove la sinistra ottiene un grande risultato. Lotta Continua e gli altri gruppi non erano ancora rappresentati in parlamento, i compagni del pci di cinisi dopo aver subito le perquisizioni avevano chiesto a Peppino di preparare assieme un documento e raccogliere informazioni per una interrogazione parlamentare riguardante Cinisi e la zona, che però poi non è stata più fatta.

In questa occasione aveva già iniziato a documentarsi, aveva incontrato Francesca Messana, figlia di un deputato regionale del Pci, che pure lei aveva subito la perquisizione a casa sua. Qualche mese dopo, in un comizio in occasione della crisi di governo, si sofferma sulla strage di Alcamo rinnovando le accuse di connivenza tra mafia-carabinieri e gruppi neofascisti con preciso riferimento alla nostra zona, riprendendo un episodio di qualche anno prima: nel luglio 1973, in base ad una lista stilata dentro la caserma assieme a Salvatore Maltese e altri fascisti, ancora prima dello svolgimento dei fatti (lo scontro con alcuni fascisti), vengono denunciati 28 compagni di Lotta continua e del Pci per tentata violenza privata e lesioni aggravate (tra le persone denunciate alcune non avevano preso parte allo scontro). Questo è il periodo in cui Peppino svolge un lavoro attivo all’interno del Comitato di Controinformazione Democratica.

Nel ’76 invece si porta avanti una grande attività con il Circolo Musica e Cultura. Posso dire che per me quello è stato il momento più bello e più intenso dal punto di vista del mio impegno, in cui mi sono trovato più vicino a Peppino, non è stato così per quanto riguarda Radio Aut. Ho potuto notare in quel periodo, a casa nostra nello studio al primo piano, una carpetta verde chiaro non rigida con la scritta “Strage di Alcamo”, era un po’ gonfia, sicuramente all’interno c’erano delle carte, non mi sono permesso di aprirla, non mi incuriosiva affatto. Ricordo benissimo che è rimasta al suo posto per tantissimo tempo, un particolare che ho notato: la scritta non era a penna ma a matita nera. Non ho idea di quello che poteva contenere, sicuramente non si trattava di un dossier, non ho mai dichiarato una cosa del genere, però magari qualcosa di interessante l’avremmo sicuramente trovato. Non ne ho mai parlato con nessuno, non pensavo fosse così importante. Sono fermamente convinto che la mattina del 9 maggio quella carpetta si trovava al suo posto, purtroppo non mi hanno dato la possibilità di seguire la perquisizione, mi hanno portato subito in caserma. In quel momento nessuno pensava alla strage della casermetta di Alcamo. Qualcuno però ci ha pensato e avrà messo al sicuro quello che magari un giorno diventato interessante e pericoloso.

Giovanni Impastato

Febbraio 2012