Locandina 28 05 14-1Web

evento finale “Un ponte per la memoria”

Locandina  28 05 14-1Web

UN PONTE PER LA MEMORIA

EVENTO FINALE

Mercoledì 28 maggio ore 11:00 presso Ex Casa Badalamenti

INTERVERRANNO

ORE 11:00 Claudio La Camera, responsabile del progetto “Un ponte per la memoria”

Giovanni Impastato, Associazione Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato

Fabio Butera, artista delle “pietre d’inciampo”

ORE 11:30 Proiezione dei video finali dei laboratori realizzati nelle scuole di Cinisi, Carini e Terrasini Consegna agli studenti del materiale promozionale (pubblicazione e chiavette USB) sul progetto Inaugurazione del percorso di pietre d’inciampo “I cento pensieri di Peppino”

Con l’occasione verranno esposte a Casa Badalamenti le fotografie della mostra “Silenziosa dozzina” realizzata dai volontari di Reggio Calabria e quelle relative al backstage del video documentario “Carmelo Iannì, un uomo al servizio dello Stato”.

Verrà, inoltre, allestita una video-installazione con tutto il materiale audio-visivo realizzato nei due anni di progetto.

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umberto santino

Giovanni Falcone 22 anni dopo

umberto santino

 

Umberto santino presidente C.S.D. Giuseppe Impastato

 

 

 L’ultima volta che ho incontrato Giovanni Falcone è stato il 21 febbraio del ’92. Nell’aula magna della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo si presentava la ricerca del Centro Impastato sui processi per omicidio, pubblicata nel volume Gabbie vuote, con un mio saggio sul maxiprocesso. Il titolo del libro fotografava una realtà: nel 1986 gli imputati detenuti erano 335, nel febbraio del ’91 erano 20. Ma a fine gennaio del ’92 la Cassazione aveva confermato l’impianto del maxiprocesso: Cosa nostra come organizzazione unitaria e la cupola che decide strategie e delitti. Una conferma della linea e del metodo elaborati da Falcone e dai magistrati del pool antimafia, avviato da Rocco Chinnici e formalizzato da Antonino Caponnetto. L’intervento di Falcone rispecchiava la sua soddisfazione per la sentenza della Cassazione: “È una sentenza che ha fissato dei punti cardine, che sicuramente si riverbereranno su tante altre vicende processuali… È stata confermata, nella maniera più autorevole, la bontà di un’ipotesi investigativa, che ha trovato riscontri molto importanti”. Nel mio saggio parlavo di “supplenza della magistratura” e Falcone chiariva: supplenza c’è stata “nel senso che ad un impegno straordinario della magistratura in un determinato periodo, non vi è stato un pari impegno da parte di altri organi statuali. Questa è una tesi che meriterebbe approfondimento e che sicuramente ha un fondamento di verità. Io ricordo ancora quella volta in cui un ministro dell’Interno, proprio qui a Palermo, ebbe a dirci che la mafia non era il problema prioritario dell’ordine pubblico in Italia”. Nella mia replica dicevo che le sinergie che avevano generato il maxiprocesso si erano dissolte con lo sgretolamento del pool e che si era tornati a una magistratura mandata in avanscoperta con le altre istituzioni più preoccupate che interessate al suo lavoro. E, ripensandoci, quel “voltare pagina”, individuando e colpendo la “convergenza di interessi mafiosi e interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica”, di cui parlava l’ordinanza alla base del maxiprocesso, appariva come un proposito incompatibile con il sistema di potere. Alla fine dell’incontro ho chiesto a Falcone: “Ma è proprio necessaria la Superprocura ed è sicuro che il Superprocuratore sarai tu?” Falcone era certo: “Questa volta non possono dirmi di no”. Questo è l’ultimo ricordo che ho di lui: amareggiato ma fiducioso. Ma le amarezze non erano finite e riguardavano proprio la Superprocura. Ricordo un articolo di Alessandro Pizzorusso, dal titolo: Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché, su “l’Unità” del 12 marzo. Il perché era esplicito: troppo legato a Martelli. Prima, per bocciare la sua nomina a Consigliere istruttore, lo si era accusato di protagonismo, ora si tirava fuori una presunta dipendenza dalla politica. Le ragioni delle avversioni nei confronti di Falcone non erano solo dettate da invidie, gelosie professionali, che pure c’erano, ma riflettevano qualcosa di più grave: il suo lavoro, quello che aveva già fatto e quello che si riprometteva di fare, turbava equilibri, era un atto continuo di destabilizzazione. Sono passati ventidue dalla strage di Capaci e in questi anni Falcone, con Borsellino, è diventato il santo-patrono dell’Italia che vuole giustizia. Alle celebrazione degli ultimi anni hanno presenziato ministri di vari governi, difficilmente classificabili tra i campioni della legalità (ricordo uno striscione dei Cobas, con la scritta: “La mafia ringrazia lo Stato per la distruzione della scuola pubblica”, rimosso perché poteva turbare i begli occhi della ministra Gelmini), hanno partecipato migliaia di ragazzi inneggianti a Giovanni e a Paolo, ma cosa sanno in realtà di loro, oltre l’immagine degli eroi uccisi dai “cattivi” (in un libretto, Per questo mi chiamo Giovanni, si legge che Giovanni Falcone non ha pianto neppure da neonato, perché “gli uomini non piangono”, piangono le femminucce!)? Chi ricorda la via crucis che hanno dovuto percorrere fino all’ultima stazione, a Capaci e a via d’Amelio? E quest’anno lo spettacolo è avvilente: mafia e antimafia sono diventati spot elettorali, conditi di insulti che hanno trasformato la competizione in una zuffa in cui si fa a gara a chi urla di più. L’Italia è un paese senza memoria o con una memoria programmata, che produce icone e cancella o sbiadisce la realtà. Falcone e Borsellino e tutti coloro che la lotta alla mafia l’hanno fatta, pagando di persona, dai protagonisti delle lotte contadine ai nostri giorni, rischiano di diventare delle fotine di un memoriale rassicurante. Ma se si vuole andare oltre le liturgie ufficiali, bisogna recuperare per intera una storia che è fatta più di conflitti che di trionfi.

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csd impastato

riapertura dell’inchiesta sul depistaggio

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Sulla riapertura dell’inchiesta sul depistaggio delle indagini sull’assassinio di Peppino Impastato

Abbiamo appreso dalla stampa che il Gip del Tribunale di Palermo Maria Pino ha deciso di non archiviare l’inchiesta sul depistaggio delle indagini per l’assassinio di Peppino Impastato. Il 23 maggio del 2011, il Centro Impastato ha inviato una lettera alla Procura di Palermo che aveva riaperto le indagini, in cui sottolineava che bisognava partire da due punti fermi: le condanne dei mandanti dell’omicidio, Vito Palazzolo e Gaetano Badalamenti, rispettivamente del 5 marzo 2001 e dell’11 aprile 2002, e la relazione della Commissione parlamentare antimafia, del dicembre 2000, sul depistaggio delle indagini, che individuava i principali responsabili: il procuratore capo del tempo, Gaetano Martorana, e l’allora maggiore dei carabinieri Antonio Subranni. Il 31 agosto la lettera è stata consegnata ai magistrati Antonio Ingroia e Francesco Del Bene, quando il presidente del Centro, Umberto Santino, è stato ascoltato come persona informata dei fatti. La lettera è stata pubblicata nella terza edizione del volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, stampata nel 2012. Successivamente all’archiviazione delle indagini per prescrizione, nel novembre 2012, un comunicato stampa del Centro ribadiva quanto già sostenuto nella lettera e così proseguiva: “Purtroppo i depistatori non sono stati puniti. Li ha salvati la prescrizione e ci chiediamo se essa debba valere anche quando si tratta di favorire degli assassini”. Apprendiamo pertanto con soddisfazione la notizia della decisione del magistrato di non archiviare le indagini, ma né i familiari, nella persona di Giovanni Impastato, fratello di Peppino, anche lui ascoltato dai magistrati, né il Centro, nella persona del suo legale rappresentante, hanno ricevuto comunicazione della decisione del Gip. Ci auguriamo che l’azione della magistratura possa proseguire, nonostante il grave ritardo in cui sono ricominciate le indagini. Ci chiediamo inoltre che fine hano fatto le carte sequestrate dai carabinieri subito dopo il delitto e di cui non abbiamo avuto più notizia. Ribadiamo che l’esito positivo dei processi ai mandanti e del lavoro della Commissione parlamentare antimafia si debbono certo all’impegno di alcuni magistrati e di alcuni parlamentari, ma sono soprattutto il frutto all’attività incessante svolta dai familiari di Peppino, dalla madre Felicia e dal fratello Giovanni, che ruppero con la parentela mafiosa, da alcuni compagni di militanza di Peppino e dal Centro siciliano di documentazione, sorto già nel 1977 e successivamente intitolato a Peppino Impastato per la radicalità del suo impegno antimafia e per la sua provenienza da una famiglia mafiosa, che ne fa un caso unico nella lunga storia delle lotte contro la mafia.

 

Umberto Santno, Presidente del Centro Impastato

Giovanni Impastato, fratello di Peppino Impastato

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Peppino Impastato, un antieroe senza cittadinanza

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Salvo Vitale Presidente Associazione Peppino Impastato

 

L’8 maggio 2002, nella pagina regionale, “La Repubblica” pubblicava un servizio su Peppino Impastato con il titolo: “Cinisi rende omaggio al suo eroe”. In verità, in quel titolo c’erano due errori: Cinisi non ha mai reso un vero omaggio a Peppino Impastato e dubitiamo che, per l’immediato futuro, possa farlo. L’altro errore era quello di qualificare Peppino come un eroe. Per la prima considerazione, è il caso di fare qualche passo indietro: il 9 maggio del ’78 il paese accolse con soddisfazione, o quantomeno con un certo senso di liberazione, la notizia che “il figlio di Luigi Impastato era andato a mettere una bomba sulla ferrovia ed era saltato in aria”. Tutti sapevano che non era vero, ma tutti volevano ostinatamente credere in quella falsa verità che li rendeva liberi dal dover pigliare posizione di fronte a una figura così ingombrante e li assolveva dal costante rimprovero mosso da Peppino nei loro confronti, di essere complici della mafia, Secondo le strategie della “comunicazione nascosta” si diffondevano ad arte false notizie, che diventavano verità comuni difficili da smentire. Ancora oggi, per molti, Peppino era un pazzo, un “lagnusu”, uno che non voleva lavorare, che non voleva studiare, un esaltato, un avventuriero che agiva così perché voleva essere ammazzato, onde riscattare con la morte la propria inutile vita: quasi quasi, chi lo aveva ammazzato gli aveva fatto un favore. Le notizie di “radio-ombra” erano un efficace antidoto a quelle trasmesse da Radio Aut, che bisognava non ascoltare: si diceva che alla radio c’erano terroristi, esaltati, estremisti, pervertiti sessuali, drogati, perdigiorno ecc.: la borghesia benpensante proibiva radicalmente ai propri figli di frequentare la radio o di ascoltarla. Nei nostri confronti scattò allora una sorte di cordone sanitario che alla fine, due anni dopo la morte di Peppino, finì col soffocarci e farci spegnere il trasmettitore. Qualcuno insinuava addirittura che Peppino sarebbe stato ucciso dai suoi stessi compagni, non si sa per quali oscuri contrasti emersi tra di loro, o comunque tradito da qualcuno di essi, che lo avrebbe dato “in pasto” ai mafiosi, con la promessa di fornirgli informazioni. Ancora oggi “radio-ombra” lavora diffondendo le sue falsità: una delle notizie che circola a Cinisi è che Giovanni Impastato ha incassato miliardi con il film “I cento passi”, altri milioni avrebbe ricevuto come vittima della mafia e altri ancora come indennizzo processuale: a sentire questa gente ci troviamo davanti a una sorta di nababbo che usa il nome di Peppino solo a suo uso e vantaggio. E’ il caso di dire che Giovanni, ad oggi non ha visto una lira e che ci ha sempre rimesso moltissimi quattrini nell’organizzazione di iniziative, ma la falsa notizia è utile per gettare discredito su di lui, come prima si era fatto con il fratello. Gli si imputa di avere diffuso l’immagine di Cinisi come quella di un paese mafioso, di parlare di suo padre come di un mafioso, quando invece Luigi Impastato era una brava persona che con la mafia non c’entrava, e i più cattivi scendono in particolari personali, costruendo artificiose e surreali notizie. Nella vicenda Impastato, Cinisi, ove si escluda lo “zoccolo duro” dei suoi compagni, non c’è mai stata, ha disertato costantemente trentasei anni di manifestazioni, dibattiti, interventi di personaggi di spicco: ci siamo ritrovati in pochi, le solite facce, davanti all’indifferenza e alla diffidenza di chi se ne sta sornione dietro la finestra avvolto nel suo “parla quanto vuoi, tanto non ti sente nessuno”, oppure, con la turbolenta invasione di ogni 9 maggio, “calati iuncu ca passa la china”. Si potrebbe obiettare che Cinisi, negli ultimi anni ha avuto due giunte progressiste, che si è costituita parte civile al processo contro Impastato, che a Peppino Impastato è stata finalmente intestata una strada (cui, qualche anno fa, ignota mano ha sovrapposto la scritta “via Gaetano Badalamenti vescovo”), oltre che l’aula consiliare, che i ragazzi delle scuole medie hanno fatto pregevoli lavoretti su Peppino, ma tutto questo non cambia la generale ostilità nei confronti di una persona ancora oggi ritenuta scomoda ed estranea al tessuto culturale del paese: alle manifestazioni i cinisensi si possono contare sul palmo d’una mano. Circa dieci anni fa, quando il Consiglio Comunale è stato sciolto per collusioni con la mafia, il paese si è chiuso a riccio e si è difeso dicendo che si trattava di una speculazione politica del Polo, allora al governo, nei confronti d’una giunta di centro-sinistra: ovviamente lo stesso paese non ha esitato a scegliere un altro sindaco, non importa di quale colore, che permettesse una tranquilla gestione degli affari del territorio ai vari “amici degli amici” che ancora vi proliferano. Il paese, che, malgrado la proclamazione di lutto cittadino, aveva quasi ignorato il funerale di Felicia Impastato, ma ha partecipato in massa ai funerali di Peppone Di Maggio, figlio del boss Procopio, salutando il feretro con applausi e chiudendo le saracinesche al suo passaggio. Cinisi è il paese di Saveria Palazzolo, moglie di Bernardo Provenzano, così come pure del “ministro dei lavori pubblici” di costui, Pino Lipari, già individuato da Peppino nel 1978 come speculatore mafioso in merito alla vicenda del villaggio turistico Z 10, di cui è azionista. A Cinisi continuano a muoversi gli eredi di grandi famiglie mafiosi, come i Badalamenti, i Di Trapani, gli Impastato, che ancora oggi troviamo al centro delle cronache giudiziarie. Se qualcuno prova a chiedere a Cinisi dov’è la casa di Peppino Impastato, viene guardato con un’aria diffidente: la risposta è “Ma…Non lo so…Impastato chi?”. Per non parlare di una scolaresca di Bagheria che recentemente, è arrivata col pullman a Cinisi: la professoressa che li accompagnava ha chiesto a due giovani in macchina: “Scusate, dov’è la casa di Peppino Impastato?” E uno dei due sapientoni: “Ma che andate cercando? La so io la vera storia di Peppino Impastato…” La professoressa gli ha subito risposto: “Visto che è così bene informato, perché non ce la racconta?”, ma i due polli hanno preferito mettere in moto e andar via. Un altro bell’elemento, il nove maggio, vedendomi passare con una maglietta raffigurante Peppino, rivoltosi al suo cane ha detto: “Amunì a casa, che oggi c’è a processione cu u santu”. Un paese irredimibile? La tentazione di definirlo tale è grande, se ogni tanto non si notassero vaghi spiragli di novità, ben presto risucchiati dal conformismo generalizzato. Esistono giovani con idee chiare, che hanno fatto o hanno voglia di fare scelte d’impegno civile, ma che stanno a una certa distanza da Peppino Impastato, dai suoi compagni, dalla sua famiglia, quasi fermati da arcane paure, da interiori, spesso inconsci stimoli a mantenere le distanze, per non lasciarsi coinvolgere da qualcosa che non fa parte del loro modo di essere, qualcosa che presenta oscuri significati, che comporta il rischio di esclusione dal contesto sociale rappresentativo del paese, di cui si desidera far parte. Peppino era e rimane un corpo estraneo nella storia di Cinisi, una minaccia per alcuni valori sedimentati e intoccabili, come la famiglia, il rispetto dei ruoli, l’accettazione passiva delle prepotenze mafiose, la furbata, la conservazione degli equilibri sociali, la possibilità di avere un contatto, un collegamento, un trait-d’union, una via d’accesso con chi “conta”, chi può aiutarmi a conseguire un obiettivo, non importa con quali metodi. Il concetto di “rottura” , tipico delle generazioni del ’68, rimane lontano in un contesto sociale in cui il “non allineamento” con il modo di essere della maggioranza automaticamente comporta l’esclusione, la messa ai margini, la mancanza di punti d’appoggio o di riferimento, la tasca vuota, l’incapacità o la scarsa voglia di fare i conti con se stesso. Insomma, Peppino è cinisaro come Gaetano Badalamenti, ma se ai cinisara viene chiesto di schierarsi con uno dei due, si può facilmente prevedere che con Peppino si schiererà la solita minoranza. Sull’altra questione di “Peppino eroe” va detto che Peppino è stato uno di noi, ha vissuto come noi le esperienze del suo tempo, cercando di starvi dentro come testimone e come protagonista, ci ha lasciato un esempio di coraggio, ma che la definizione di eroe sarebbe la prima cosa che egli stesso avrebbe rifiutato: se la lotta contro la mafia si considera un fatto normale e civico e non un atto d’eroismo, è possibile che il suo messaggio, come lui sognava, possa diventare una comune, normale e doverosa scelta della società civile e di chi la governa, viceversa resterà qualcosa da delegare ad altri, definiti eroi, resi irraggiungibili, che diano un alibi e una copertura alla nostra incapacità o mancanza di volontà. I cambiamenti sono lentissimi e non tutti positivi. Qualche giorno dopo la morte di Peppino, parlando a Cinisi in un comizio, Umberto Santino disse: “Fino a che queste finestre rimarranno chiuse, il sacrificio di Peppino sarà stato inutile”. Sono passati trentasei anni e le stesse finestre sono in gran parte ancora chiuse come allora, in una mesta sensazione di solitudine, di ovattato distacco. NOTA: Il bilancio delle manifestazioni del 9 maggio quest’anno è stato più che positivo: la collaborazione tra il le varie componenti del Forum Sociale Antimafia e Casa Memoria ha consentito un sereno svolgimento delle iniziative, con reciproche partecipazioni e con contributi validi, da entrambe le parti. C’è stato qualche attrito iniziale rispetto all’ordinanza del Sindaco, comunicata all’ultimo minuto, con la quale si proibiva qualsiasi forma di pernottamento e ristorazione: era già stato preparato il necessario per dare qualcosa da mangiare ai ragazzi provenienti da Niscemi, i quali si sono dovuti accontentare di qualche panino comprato sul posto. Per il resto tutto si è svolto come programmato, i vari momenti di riflessione hanno posto l’attenzione su temi d’interesse e di attualità. Come al solito molti “cinisari” se ne sono stati a guardare, o addirittura a subire l’onda lunga del 9 maggio, dalle iniziative del mattino, al corteo, al concerto, senza ancora riuscire a capire, dopo quasi quarant’anni, perché si facciano cose del genere, in nome di una persona che essi considerano “inutile”. Sulla base di questa insofferenza, diventano drammi qualche pisciata in un angolo, qualche bottiglia o lattina di birra lasciata per strada dai soliti maleducati, i quali tuttavia non hanno avuto messo a disposizione dall’amministrazione comunale nulla, né cestini di raccolta né bagni chimici. Gli stessi commercianti che, con l’occasione aumentano notevolmente il loro volume d’affari e di vendite, e che non hanno mai versato un soldo per contribuire alle manifestazioni, sono tra quelli che più amano lamentarsi, per non parlare delle imprecazioni degli automobilisti che sono costretti a rallentare o a fermarsi, dato il flusso di persone e il transito di autobus.

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umberto santino

Giustizia per Rostagno: 26 anni dopo

 

 

umberto santino

Umberto Santino Presidente C.S.D. Giuseppe Impastato

 

Finalmente è arrivata la sentenza per il delitto Rostagno, con la condanna di due mafiosi, uno come mandante, l’altro come esecutore. Sono passati 26 anni da quel 26 settembre del 1988 e non ci si può non chiedere perché è trascorso tanto tempo. All’inizio sembrava tutto chiaro: un delitto di mafia, il cui movente era da ricercare nell’attività giornalistica di Rostagno presso la RTC di Trapani. Un’attività quotidiana, con servizi e telegiornali in cui parlava di mafia, di massoneria, di traffici di droga e di armi, di delitti e di affari. Poi è cominciato qualche problema. Una delle armi usate non faceva parte dell’arsenale tradizionale della mafia, per di più si era inceppata, e la vulgata vuole che il delitto mafioso sia un’esibizione di efficienza e di professionalità. E in seguito si cominciò a percorrere un’altra pista, quella interna. Nell’agosto del 1996 il procuratore di Trapani Garofalo, saputo che Mauro Rostagno alcuni mesi prima dell’omicidio mi aveva intervistato, mi chiamò a deporre, come persona informata sui fatti. Il 3 maggio del 1988 Mauro, preannunciato da una ragazza di Palermo, era venuto al Centro Impastato, con un numero speciale della rivista “Segno” del 1982, in cui era stata pubblicata una mia relazione sul traffico di droga presentata a un seminario su droga e tossicodipendenza organizzato dal Centro. Mauro, che non vedevo dal 1976, e i rapporti tra militanti dei gruppi a sinistra del Pci non erano stati proprio idilliaci, aveva preparato un centinaio di domande e l’intervista durò circa due ore. Ho riferito al procuratore del nostro incontro, degli appuntamenti che ci eravamo dati per altre interviste, sulla violenza mafiosa, riprendendo il nostro libro sugli omicidi a Palermo, sulla mafia finanziaria e sul sistema del riciclaggio del capitale illegale. Dopo l’intervista avevamo parlato del suo lavoro alla televisione, avevo manifestato qualche preoccupazione, avevo chiesto del proprietario della televisione, l’imprenditore Bulgarella. Rostagno mi aveva detto che lavorava in piena libertà, non gli era mai stata fatta nessuna osservazione. Gli ho parlato delle nostre iniziative per il decimo anniversario dell’assassinio di Peppino Impastato, che considerava Rostagno un punto di riferimento (“un compagno che mi dà garanzia e sicurezza”). Ha mostrato di avere qualche disagio a parlare di Impastato, e avevo pensato a dissapori che negli ultimi anni c’erano stati tra Peppino e Lotta continua. Sulle nostre iniziative ha chiesto a un suo collaboratore di farmi una breve intervista, che mi risultava essere stata trasmessa. Non sapevo invece nulla dell’intervista sul traffico di droga.

Avevo riferito al procuratore che il giorno dopo il delitto mi ero recato alla comunità Saman assieme a mia moglie Anna e a Giovanni Impastato e, parlando con alcuni degli ospiti, avevamo constatato che non sapevano nulla dell’attività di Rostagno alla televisione, nulla di Peppino Impastato e del Centro. Avevo ricordato anche altre cose: al funerale avevo chiesto di parlare, ma non mi era stato concesso; assieme ad altri avevo manifestato dissenso per le cose che diceva Martelli (Rostagno veniva fatto passare per un progressista, un filosocialista) e avevo pubblicato uno scritto in cui definivo quel funerale ”un’appropriazione indebita di cadavere”. In un incontro con Francesco Cardella, guru di Saman, una persona che sapevo poco raccomandabile, questi mi aveva chiesto se potevo fare una sorta di investigazione privata sul delitto, qualcosa di simile a quello che i compagni avevano fatto per Peppino Impastato. Ho detto che non avevo nessuna competenza per fare quel lavoro e che, dato che la tesi seguita dagli investigatori era quella del delitto di mafia, non vedevo la necessità di un’indagine alternativa e consigliai di collaborare con la giustizia. A metà degli anni ’90 la pista mafiosa era stata abbandonata. In primo piano era la pista interna che portò anche all’arresto della compagna di Rostagno. Nel 1997 veniva pubblicato il libro di Bolzoni e D’Avanzo, Rostagno: un delitto tra amici, e sotto scopa era Saman, definita in un altro libro una “comunità salvifica”, con metodi discutibili e qualche imbroglio. Si era imboccata una strada che minacciava di non portare da nessuna parte. In un incontro a Torino, Carla, la sorella di Mauro, mi chiese cosa potevo consigliare. Mi sono limitato a ricordare quello che avevamo fatto per Impastato: non darsi tregua e non dare tregua; in Italia, anche con i magistrati più seri e impegnati nella ricerca della verità, la giustizia bisogna guadagnarsela. Per fortuna negli ultimi anni si è tornati sulla pista mafiosa. Sono stato di nuovo chiamato a deporre dal presidente della Corte Angelo Pellino, che ricordo estensore della sentenza di condanna di Vito Palazzolo per l’assassinio di Peppino: un testo che è un esempio di rigore e di professionalità. Ho ribadito quello che avevo detto al procuratore Garofalo: un delitto di mafia per chiudere una bocca che a giudizio dei mafiosi parlava troppo. Un peccato imperdonabile nel pantano trapanese. Ora, dopo tre anni di dibattimento, nonostante amnesie, false testimonianze, depistaggi, è arrivata la condanna. Non so nelle motivazioni si farà luce sul contesto. Ma, se si tiene conto di come si erano messe le cose, già questa sentenza è un risultato insperato. Voglio ricordare la ragazza che veniva al Centro per preparare l’incontro con Mauro. Si chiamava Alessandra Faconti ed è morta nel 2007. Ricordo un incontro con lei qualche anno dopo l’omicidio. Mi diceva che stavano insabbiando l’inchiesta.. Per fortuna le cose sono andate diversamente. Penso anche grazie a persone come lei.

 

Pubblicato su Republica Palermo del 18 maggio 2914, con il titolo: Rostagno messo a tacere dalla mafia. La lunga marcia per la verità.

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Premio fotografico Musica e Cultura 2014

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Marina Galici – Vincitrice I° Premio fotografico Peppino Impastato – Musica e Cultura

Il Premio fotografico Peppino Impastato – Musica e Cultura è un riconoscimento istituito nel 2014 dalle associazioni Casa Memoria Felicia e Peppino impastato, Musica e Cultura e Associazione Photofficine Onlus, Asadin Fotografica, Belice Epicentro della Memoria Viva e viene consegnato il 9 maggio a Cinisi, alla fine del corteo che ogni anno, dal 1979, si svolge tra la sede storica di radio aut e la casa di Peppino Impastato e della madre Felicia.

La Giuria presieduta dalla fotoreporter Letizia Battaglia e composta da – Pietro Alfano per l’Associazione Photofficine Onlus, Giuseppe Sinatra per Musica e Cultura, Pino Manzella per Asadin Fotografica e Giuseppe Maiorana per Belice Epicentro della Memoria Viva

 

 

Assegna il Premio per la categoria Open a Marina Galici e a Adele di Bella per la categoria Junior

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Inoltre assegna una menzione per la qualità delle immagini presentatea Anna Montuoro,Ilaria Guccione, Anna Manzone, Silvia Buzzone, Gaetano Massa, Antonio Melita.

 

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“Casa Memoria desiderare ringraziare Letizia Battaglia per la passione trasmessa, le Associazioni Musica e Cultura, Associazione Photofficine Onlus, Asadin e Belice Epicentro della Memoria Viva per lavoro svolto insieme e L’associazione ACSI Matteotti – Palermofoto e L’Associazione Culturale WSP Photography così come tutti coloro che hanno partecipato per la realizzazione del Concorso Fotografico.”;

Il discorso di Giovanni Impastato

Il discorso di Giovanni Impastato al termine del corteo del 9 maggio 2014

Pubblichiamo in allegato il testo del discorso pronunciato da Giovanni Impastato

Care compagne e compagni,
amiche ed amici

Innanzitutto vi ringraziamo per essere intervenuti così numerosi anche quest’anno per partecipare alle manifestazioni per il 36° anniversario dell’assassinio mafioso di Peppino.

Tutte le iniziative hanno registrato una grande partecipazione, anche grazie al carattere unitario del programma, concordato fra tutte le assoicazioni presenti.
Oggi al corteo siamo davvero tanti, un risultato che non era scontato rispetto alle condizioni generali del paese e alla grave crisi economica che stiamo attraversando, e per questo motivo siamo davvero contenti ed orgogliosi.
Nel programma di quest’anno non c’è solo questa grande manifestazione, ma sono state confermate le novità importanti e positive delle ultime edizioni: dalla veglia di preghiera alla presenza dei sindaci e di avviso pubblico, dal coinvolgimento delle scuole alla partecipazione delle associazioni nazionali, tenendo insieme impegno, arte, musica e cultura.
Questa sera consegneremo il premio Musica e Cultura, che è giunto alla quarta edizione e che sta crescendo di importanza di anno in anno.
Un segno nuovo e positivo è rappresentato dalle numerose iniziative in preparazione di questo 9 maggio, che si sono svolte in tutto il paese ed alle quali abbiamo partecipato come Casa Memoria ed all’aumento costante delle visite delle scuole in questa casa che rappresenta un punto di riferimento importante per quanti sono impegnati nella battaglia in difesa della legalità, resa più difficile dalle infiltrazioni mafiose, che sono diffuse in tutto il paese e di cui gli ultimi arresti eccellenti, fra cui quello di un ex ministro della repubblica, sono il segno più evidente.
Non dobbiamo abbassare la guardia, anzi dobbiamo impegnarci ancora di più e con più forza.

La battaglia iniziata 36 anni fa dal Centro Siciliano di Documentazione di Umberto Santino, dai compagni di peppino e dalla famiglia Impastato in difesa della memoria di Peppino, oggi è diventata una battaglia nazionale e che ci ha visti e ci vede impegnati in ogni luogo ove si lotta per l’affermazione della legalità in quel territorio.

Da Ponteranica alla No Tav dalla difesa dell’acqua pubblica al No Muos solo per citarne le più recenti.
Queste lotte, i conflitti e le disobbedienze sono parti essenziali dei processi democratici: sono il sale della democrazia

Il nostro impegno negli ultimi anni è stato indirizzato anche a recuperare il casolare dove è stato ucciso Peppino, che è in condizioni di grave degrado e abbandono.

Questa mattina il Presidente della regione ci ha consegnato la delibera della Giunta che riconosce l’interesse culturale del casolare e ne avvia il processo per la valorizzazione. Questo grazie alla regione, ma anche grazie al nostro impegno, alla petizione ed alle migliaia di firme raccolte, non solo in Sicilia, ma in tutta la nazione.
L’immobile sarà ora inserito in un circuito dei luoghi della memoria insieme alla ex Casa Badalamenti, al casolare Badalamenti ed a Casa Memoria.
Un circuito della memoria, che rappresenta una chiara testimonianza della nostra storia collettiva e della nostra lotta contro la mafia.
Casa Memoria è oggi uno dei luoghi della memoria più visitati di Italia, e stiamo lavorando per renderla ancora più accogliente, in grado di ricevere tutte le persone che ogni anno, non solo in questo giorno importante, vengono a Cinisi.
Abbiamo continuato a tenerla aperta a tutti, seguendo le volontà di Mamma Felicia, che oggi sarà contenta di vedere ogni giorni tanti giovani venire a vedere queste piccole stanze e commuoversi vedendo la sedia di mamma Felica e e la stanza di peppino.
Sentiamo grande la responsabilità dell’eredità di Mamma Felica ed altrettanto grande è la responsabilità che abbiamo verso quanti vedono in questa Casa e nelle nostre lotte un riferimento nazionale importante.

Un nostro pensiero forte lo rivolgiamo oggi al mondo del lavoro, che sta vivendo una stagione drammatica e tragica.

Ma ci sono anche le tragedie di chi il lavoro non lo ha o lo ha perduto. Nessuno ne parla più oggi, quasi che la notizia non sia più di alcun interesse, ma continuiamo a registrare i gesti disperati, di una crisi sociale che diventa ogni giorno più grave.
Dobbiamo capire le ragioni profonde di questa crisi, che non è solo economica, ma prima di tutto politica e sociale.
Una crisi, che era PREVEDIBILE.
Nel 2000 il movimento che si opponeva alla globalizzazione dell’economia, il movimento NO GLOBAL, al quale molti di noi hanno partecipato aveva previsto:
Il fallimento di quelle politiche economiche internazionali
Il proliferare di nuovi conflitti
La distruzione della cultura del lavoro, piegata alla logica del profitto a tutti i costi

Per questo dobbiamo rinnovare il nostro IMPEGNO in tutte le sedi, riappropriarci della politica e degli spazi di reale partecipazione.

Un impegno in tutti i campi, come faceva Peppino, dal cinema alla musica, dal teatro alla pittura, nella cultura a partire dalla scuola e dalle Università.

Dai FASCI SICILIANI alla RESISTENZA,
da PORTELLA DELLE GINESTRE, alle LOTTE DI PEPPINO E DEI SUOI COMPAGNI, gli esempi da seguire non ci mancano e ci ricordano che non dobbiamo mai dimenticare i “più deboli” e la nostra “identità politica

In questa giornata voglio anche ricordare chi ci ha lasciati ed il mio pensiero forte va a Don Andrea Gallo, che ci è sempre stato vicino e che ci sentiamo tutti impegnati a ricordarlo con una iniziativa dedicata a lui, un prete coraggioso, di strada, che ammirava Peppino e la sua storia.
Grazie a tutti per essere venuti oggi così numerosi ed una grazie anche a tutti coloro che hanno collaborato per le iniziative inserite nel programma.

VIVA LA LEGALITA e la GIUSTIZIA

VIVA IL LAVORO

VIVA LA COSTITUZIONE

Un ALTRO e NUOVO MONDO è POSSIBILE!

Giovanni Impastato

 

(Bozza non corretta dall’autore)

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9 maggio 2014 – Diario

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Grande partecipazione alle iniziative del 9 maggio.

Il foto raccanto della giornata del 9 maggio, una folla di ragazzi ha visitato Casa Mmemoria fin dalle prime ore del mattino, poi grande folla per l’arrivo del presidente della Regione Sicilia, che ha consegnato la pergamena con la copia della delibera, visita al casolare, convegno con i sindaci di Avviso Pubblico, Radio 100 passi che ha iniziato a trasmettere da Casa Memoriaa, il corteo con oltre tremila persone, il discorso di Giovanni e la serata con la consegna dei premi Musica e Cultura ed il concerto di Daniele Sepe ……. 

Ore 10.00 – Casa Memoria: Crocetta consegna la delibera regionale che riconosce il valore culturale del casolare dove è stato ucciso Peppino Impastato.

 

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Ore 11.00 – Casolare Contrada Feudo: Crocetta, i Sindaci e le scuole visitano il casolare dove è stato ucciso Peppino 

 

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Ore 17.00 – Corteo da Radio Aut a Casa Memoria:

 

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Ore 21.00 Premio Musica e Cultura:

 

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casolare impastato2

Il casolare dichiarato luogo di interesse culturale.

 casolare impastato2

La giunta regionale guidata dal presidente Rosario Crocetta ha iniziato l’iter per dichiarare luogo di interesse culturale il casolare vicino ai binari della ferrovia di Cinisi, dove è stato ucciso Peppino Impastato. Con questo atto la giunta ha affermato non solo l’importanza della memoria, ma ha dato il via ad un progetto di valorizzazione del sito, oggi ridotto ad una discarica.

Le nostre battaglie contro il degrado del sito e contro ogni ipotesi di cancellare un luogo della memoria, iniziate tre anni fa e sostenute da migliaia di firme e numerose denunce, hanno trovato una prima soluzione positiva – dichiara Giovanni Impastato – si tratta ora di proseguire con l’espoprio e la definitiva trasformazione in bene culturale. Voglio ringraziare tutti coloro che ci hanno sostenuti in questa battaglia e condividere con tutti la soddisfazione di questo riconoscimento della Regione Sicilia, che si aggiunge anche al provvedimento del Tribunale che ha confiscato il casolare di Badalamenti. La notizia ci ha dato grande soddisfazione perchè arriva a poche ore dalla manifestazione del 9 maggio e in questi giorni in cui Casa Memoria è visitata da tantissimi ragazzi.

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manifesto anniversario

Programma 9 maggio 2014

manifesto anniversario

 

 9 maggio 1978-2014

36° Anniversario dell’assassinio di Peppino Impastato

INIZIATIVE

Il programma è stato concordato tra Casa Memoria e il Forum Sociale Antimafia.

8 maggio

Accoglienza presso Ex Casa Badalamenti – C.so Umberto, 183

Ore: 16.30  “Mafie e antimafia al Nord e al Sud”.

I temi che verranno trattati sono:  “L’attività del Centro Impastato-Programmi in corso e il progetto del Memoriale della lotta alla mafia” con Umberto Santino  

“Le lotte per la casa a Palermo” con Nino Rocca

organizzato da Osservatorio Antimafie Monza e Brianza “Peppino Impastato”, Gap di Rimini, Stampoantimafioso di Milano e Centro Siciliano Documentazione Impastato

Ore: 18.30 Convegno Nazionale di “Avviso Pubblico – Amministratori sotto tiro”, presso Casa Badalamenti – C.so Umberto, 183 –

Ore: 20.00 Spettacolo teatrale di Alessio Di Modica “Ossa” .

Spettacolo- Racconto su Placido Rizzotto, sindacalista siciliano che animò il movimento di occupazione delle terre a Corleone dando vita alla prima forma di antimafia sociale.

Ore: 22.00  Esibizione gruppi musicali locali davanti Ex Casa Badalamenti.

 

9 maggio

Ore: 09.30 – Contrada Feudo  Visita al casolare. Momento commemorativo e sit in di protesta.

Ore: 10.00 – Ex Casa Badalamenti Accoglienza scuole Niscemi e attivisti No Muos e Forum sulle lotte territoriali

Ore: 17.00 Corteo dalla sede storica di Radio Aut di Terrasini a Casa memoria Felicia e Peppino Impastato

A Chiusura interventi di Giovanni Impastato e Salvo Vitale.

Ore: 20.00 P.zza Vittorio Emanuele Orlando – Premio IV° edizione di Musica e Cultura. Concerto di Daniele Sepe & the rote jazz fraction; esibizione di Francesco Impastato, vincitori del premio “Musica e Cultura”. E con: DJ Abnormal, Le Anomalie e Vincenzo Salomone. Assegnazione del I premio fotografico “Peppino Impastato”.

 

 

10 maggio

Ore: 16.00 – Ex Casa Badalamenti Forum sui beni confiscati alle mafie – Lettura documento finale presso Casa Badalamenti – C.so Umberto, 183 –

Ore: 21.00 – Ex Casa Badalamenti Proiezione del video di Paolo Chirco “Fiori di campo” sull’esperienza del collettivo Femminista di Cinisi (1977-78) presso Casa Badalamenti  C.so Umberto, 183 

 

11 maggio

Ore: 11.00 – Ex Casa Badalamenti Tavola rotonda. Ipotesi per la costruzione di una Rete di Solidarietà Democratica Territoriale tra la Valle dello Jato e il Golfo di Castellammare. Con la partecipazione di amministratori e operatori culturali impegnati quotidianamente a contrastare malapolitica, malaffare, corruzione e mafia.

Ore:17.30 – Sala Civica Comunale – P.zza Vittorio Emanuele Orlando Presentazione del libro, in presenza dell’autore, I MINISTRI DAL CIELO, di Lorenzo Barbera (sociologo) e con Alessandro La Grassa (presidente del CRESM), a cura di Belìce/EpiCentro della Memoria Viva – Marcia per la Pace della Sicilia Occidentale ’67 e Peppino Impastato.

Ore:20.30 – Sala Civica Comunale – P.zza Vittorio Emanuele Orlando Presentazione concorso e terza edizione “Visioni notturne Sostenibili” e proiezione di documentari (precedenti edizioni):

“Zavorra” di Vincenzo Mineo, 2011, (50′)

“Radiografia della miseria” di Pietro Nelli, 1967 (16′)

“Dallo zolfo al carbone” di Luca Vullo, 2008, (53′)

a cura di Giuseppe Maiorana, direttore di Belìce/EpiCentro della Memoria Viva.

Durante la serata sarà proiettato il documentario “Voci di popolo” a cura dei volontari e volontarie di Casa Memoria in collaborazione con la Consulta Giovanile di Cinisi.

 

Mostre

Video installazione “Carmelo Iannì: un uomo al servizio dello stato” presso l’ex Casa Badalamenti

Mostra “Luogo della memoria: U mulinazzu”.I luoghi della lotta di Peppino Impastato: una riproduzione fedele del “mulinazzu”, avamposto dell’economia rurale e della socialità dei cinisensi andato distrutto per la realizzazione della terza pista dell’aeroporto di Punta Raisi.Presso l’ex Casolare Badalamenti, vicino al Campo Sportivo, bene confiscato alla mafia.

Laboratori didattici: STOP SLOT e CANTI DI MALAVITA, nelle scuole di Cinisi, Terrasini e Carini. 

Nota: sono possibili modifiche, in corso d’opera.Quasi tutte le iniziative si svolgeranno in Corso Umberto 183 , dove sarà anche installato un media-center. Per ospitalità (campeggio e camere): Residence “Ciuri di campo” – bene confiscato alla mafia gestito dalla cooperativa Libera-mente- via Sandro Pertini traversa 1- Marina di Cinisi. Per info: 3392485455- 3938563107

 

 

Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato e Associazione Peppino Impastato

 

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