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Siamo tutti fiori di campo

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La Cooperativa Libera-Mente

con l’adesione di Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, Libera Sicilia e Addio Pizzo Travel

presenta

“SIAMO TUTTI FIORI DI CAMPO”

Serata info-creativa per un progetto condiviso

Venerdì 25 luglio 2014

ore 21

Bene Confiscato “Ciuri di Campo” in Marina di Cinisi Torre Pozzillo Programma

ore 21.00

Visione spot “Perché noi”

Ore 21. 05 Illustrazione progetto “Fiori di campo. Percorsi di turismo etico integrato” a cura della Cooperativa Libera-Mente

ore 21.20 Sessione “I nostri Perché” “Per non dimenticare. Il valore della memoria” Giovanni Impastato, fratello di Peppino Impastato

“Perché questa terra ci assomigli. Il valore della bellezza” a cura di un rappresentante Addio Pizzo Travel 

 

Perché ci fa crescere. Il valore del domani” – testimonianza di un giovane volontario di E!State Liberi!

Umberto Di Maggio, presidente Libera Sicilia

Ore 22.15 “Perché è donando che si riceve. Il valore della cooperazione”

Performance del Laboratorio di scrittura creativa e musica d’insieme (In)Canto Civile (in)Formazione E!State Liberi! condotto da Alfonso De Pietro

 

per info: Mimma Scigliano cell. 327 3197547 amministrazione@coopliberamente.org

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umberto santino

Sulle divisioni dell`antimafia

umberto santino

Umberto Santino

Presidente Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”

 

Che nel movimento antimafia ci siano delle divisioni non è una novità, ma non penso che servano a molto reazioni emotive, come le lamentele di chi non perde occasione per proclamare che “contro la mafia bisogna essere tutti uniti” o l’invocazione della purezza da salvaguardare da chi approfitta degli anniversari delle vittime più illustri per esibire un’antimafia di facciata. Bisognerebbe trovare la capacità di riflettere su quel che è accaduto negli ultimi anni e continua ad accadere, ma francamente non so se questa capacità, o almeno questa volontà, ci sia. Nell’antimafia si ritrovano soggetti diversi:associazioni, fondazioni, centri studio, comitati più o meno formalizzati, alcuni lautamente finanziati con fondi pubblici (e qui si pone il problema della discrezionalità con cui vengono assegnati, ma su questo tema non pare che si voglia fare un ragionamento serio e conseguente), si ritrovano familiari di vittime, alcune notissime, altre ignorate o sconosciute, e già questa composizione dovrebbe essere oggetto di riflessione. Sono storie, culture, sensibilità, esperienze diverse, e non è facile farle convivere se non si condivide una regola fondamentale, che pare ovvia ma in realtà non lo è: fare insieme le cose su cui si è d’accordo, aprire un confronto sulle altre su cui un accordo non c’è. Ma questa volontà di convivenza c’è o prevale una prassi diversa, per cui chi ha più visibilità, più risorse, più potere, tende a cancellare gli altri o a relegarli a tifoserie e a comparse di uno spettacolo dominato dai protagonisti? Chi scrive ha vissuto esperienze unitarie, dapprima con il Coordinamento antimafia, nato da una proposta del Centro Impastato nel 1984, dopo la guerra di mafia e i delitti Mattarella, La Torre, Dalla Chiesa e Chinnici; successivamente con Palermo anno uno nei primi anni ’90, dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, e in Libera, nata nel 1995 con il proposito di costruire un movimento organizzato a livello nazionale. Esperienze significative, ma non è un caso che le prime due siano naufragate e che l’ultima abbia avuto problemi che non sono stati affrontati e risolti, ma espunti con provvedimenti “amministrativi” come le esclusioni o i dimissionamenti forzati (è quello che è accaduto con l’allontanamento di dirigenti nazionali, senza nessuna discussione, e la cancellazione dell’intero gruppo palermitano).

Ci sono poi diversità di analisi e di pratiche, di idee di mafia e antimafia, più o meno esplicitate. E le diversità sono diventate contrapposizioni con le vicende processuali successive alle stragi di Capaci e di via D’Amelio e in particolare con il processo in corso sulla trattativa Stato-mafia, che chiama in causa rappresentanti delle istituzioni. Le istituzioni vanno rispettate in ogni caso, chiunque le rappresenti, o il modo migliore per rispettarle è denunciare complicità, amnesie, silenzi a tutti livelli, anche a quelli più alti? Come si vede sono domande che vanno al cuore della storia del nostro Paese, in cui la violenza mafiosa e stragista si è coniugata con le dinamiche del potere. Il problema è come si gestisce un contrasto che non è certo una banale diversità di vedute. Un conto è sostenere un confronto, con le asprezze che non possono non esserci, dato che non è il freddo misurarsi tra “scuole di pensiero”, ma hanno un peso decisivo vissuti, tragedie personali e familiari, ferite non rimarginate; un altro è farne una guerra di religione, in cui si impartiscono assoluzioni o scomuniche. In questo clima possono convivere le schermaglie tra Salvatore Borsellino e la signora Falcone e l’abbraccio a Massimo Ciancimino, con le agende rosse inalberate come un vangelo civile o il libretto di Mao (anche la fede politica può essere una religione).

In anni non lontani per Falcone e per Borsellino si organizzavano manifestazioni unitarie e si svolgevano dibattiti con voci diverse. Davanti all’albero Falcone Antonella Azoti ha ritrovato la forza per ricordare il padre ucciso nel 1946 e il mio “Ricordati di ricordare”, che comincia con Emanuele Notarbartolo e i Fasci siciliani, è stato scritto per il 19 luglio del 1994. Negli ultimi anni le manifestazioni sono state monopolizzate da alcune associazioni e l’iniziativa di riflessione più frequentata, con gli interventi dei magistrati impegnati in inchieste di mafia, e con il concorso di comitati e cittadini antimafia, è stata organizzata da una rivista diretta da un personaggio che dice di avere le stimmate e di aver ricevuto dalla Madonna la mission di lottare la mafia, anticristo del nostro tempo. Bisognerebbe evitare queste commistioni, l’ho detto e scritto più volte, ma è come gettare pietre in uno stagno. Il 19 luglio scorso i fratelli di Paolo Borsellino hanno chiesto che delle vicende legate alle stragi si occupi la Commissione parlamentare antimafia. La presidente della Commissione ha dichiarato che c’è il rischio di interferire con i procedimenti in corso. Un precedente smentisce questa preoccupazione.

Per indagare sul depistaggio delle indagini sul delitto Impastato, nel 1998, con due processi in corso contro i mandanti dell’assassinio, si è costituito presso la Commissione antimafia un comitato che ha prodotto una relazione sulle responsabilità di uomini della magistratura e delle forze dell’ordine. Finora quella relazione, pubblicata nel volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, è un caso unico. Se si vuole, si può riprendere quel filo e impegnarsi per cercare di accertare le responsabilità a tutti i livelli, a prescindere dai risultati che potranno conseguirsi sul piano giudiziario.

 

 

Pubblicato su Repubblica Palermo del 22 luglio 2014, con il titolo: Le guerre di religione non giovano all’antimafia.

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montagna longa

Carini: Montagna Longa 5 maggio 1972

montagna longa

Pubblichiamo un interessante articolo  di Ambrogio Conigliaro, direttore del periodico Il Vespro di Carini, di giovedì 26 giugno 2014.  

Due minuti di silenzio, 42 anni di misteri. Era la sera del 5 maggio 1972 quando un aereo dell’Alitalia, il volo AZ 112 proveniente da Roma, si schiantò sulla cima pietrosa di Montagna Longa, con i suoi 108 passeggeri ed i 7 membri dell’equipaggio. 

In questi 42 anni tanto si è scritto, ipotizzato, raccontato. C’è pure stato un processo, celebrato a Catania, andato ormai in giudicato con 3 gradi di giudizio. Ci sono state pure varie istanze di riapertura delle indagini, tutte sempre archiviate, l’ultima circa 1 anno fa. Decine i giornalisti che si sono occupati del caso, come decine sono gli articoli scritti. Non ultimo Francesco Terracina, che nel suo lavoro “L’ultimo volo per Punta Raisi”, compie un ottimo excursus sulle vicende del volo AZ112, che consiglio vivamente di leggere, testo dal quale provengono molte delle informazioni che troverete in questo articolo. Ma andiamo con ordine, cercando di evidenziare le strane coincidenze e/o anomalie che si sono riscontrate in questo evento doloroso. Il volo AZ112 parte da Roma alle 21:46 del 5 maggio 1972, con circa 25 minuti di ritardo. In cabina di pilotaggio siedono il Comandante Roberto Bartoli (41 anni, 8.565 ore di volo, 57 atterraggi a Punta Raisi) che nell’occasione svolge il ruolo di copilota; ai comandi c’è Bruno Dini (37 anni, 3.117 ore di volo, 8 voli su Punta Raisi come copilota); terzo membro in cabina di pilotaggio è il motorista Gino Di Fiore (28 anni, 1.124 ore di volo come motorista ma anche lui con il brevetto di pilota). Quindi tutti piloti esperti e che conoscevano bene l’aeroporto. Nell’ultima comunicazione radio con la torre di controllo di Punta Raisi è Bartoli che dice di essere “sulla verticale di Punta Raisi e lascia i 5.000 piedi di quota per riportarsi sottovento per la 25 sinistra”, ovvero procedono con la discesa da 5.000 piedi (1.524 metri circa) in dirittura della pista principale dell’aeroporto, quella parallela alla linea di costa, ovvero entrando da Isola delle Femmine verso Cinisi. Non c’è vento, il cielo è sereno, non c’è traffico aereo e la visibilità è buona. L’ultima comunicazione registrata dalla torre di controllo di Punta Raisi è una conversazione tra il Dc8 ed un aereo russo che operava sulla stessa frequenza radio (mai reso noto) e poi il tentativo della torre di controllo di comunicare con Bartoli, senza però ottenere risposta. Alcuni minuti dopo un boato e un grande bagliore raccontavano che l’aereo si era schiantato sulla montagna sovrastante Carini.

accadde tra le 22:23 e le 22:24 non lo sapremo mai. L’aereo finisce sul pianoro di Montagna Longa, si spezza in più parti e s’incendia; la prua ed i motori, insieme a diversi passeggeri, rotolano sul versante di Carini, il resto rimane in cima. La torre di controllo percepisce quasi subito cos’è accaduto ed in una comunicazione con il centro di controllo di Roma raccontano di un aereo in balia di se stesso che è andato dritto sulla montagna, salvo poi rettificare quanto detto in sede di commissione di inchiesta, dichiarando di non aver visto e sentito nulla, ma solo di aver desunto… Il primo a dare l’allarme è il dott. Gino Governanti, farmacista di Carini, che racconta di aver visto passare un aereo in una rotta inusuale e subito dopo un bagliore su Montagna Longa, ma dalla torre di controllo lanciano l’allarme ai Vigili del Fuoco dando indicazioni verso Monte Pecoraro (la naturale prosecuzione di Montagna Longa verso nord, ovvero verso il mare), come se avessero visto passare l’aereo sopra le proprie teste e sorvolare quindi la montagna in direzione Montagna Longa. Altri testimoni diranno di aver visto l’aereo seguire una strana rotta, parallela a Monte Pecoraro, altri ancora racconteranno di averlo visto in fiamme prima che si schiantasse. Di parere totalmente differente i periti della Commissione di inchiesta guidata dal Generale Lino, che in meno di 2 settimane (9 giorni in tutto) tracceranno una rotta completamente diversa, non suffragata da alcuna testimonianza oculare, dando tutta la colpa ai piloti per l’incidente.Le bare allineate lungo il sentiero I primi soccorritori arrivano in montagna ben oltre mezzanotte, dopo essersi districati nel traffico dei carinesi che cercavano di arrivare in cima per prestare aiuto e gli impervi sentieri sterrati (la strada che oggi conduce alla cima ancora non esisteva). Si presenta loro uno scenario terribile, tra le fiamme alimentate dal cherosene cominciano a contare i morti. Alcuni sono integri con i soli abiti a brandelli, altri sono carbonizzati, altri ancora spiaccicati dall’impatto. Sono distribuiti su un’area di circa mezzo chilometro. Comincia la veglia in attesa dell’alba per poter procedere al recupero dei cadaveri. Ma andiamo alle stranezze ed alle curiose coincidenze. Il comandante nell’ultima comunicazione con la torre di controllo di Punta Raisi indica la sua posizione ed indica come sarebbe atterrato, procedura questa che avveniva in maniera visuale e non strumentale. Come possano aver sbagliato di circa 7 chilometri la pista andando a finire in un’area totalmente priva di luci a quasi 1000 metri di altezza di differenza è un mistero. E’ plausibile che 3 piloti esperti (considerando pure il motorista che aveva il brevetto di pilota), che hanno una visione dell’area da 3 angolazioni diverse abbiamo potuto compiere un errore simile? Perché la commissione di inchiesta (durata soltanto 9 giorni) guidata dal generale Lino ha stabilito una rotta che ha portato all’impatto, smentita sia dai testimoni, dalla sentenza del tribunale a dalle valutazioni tecniche dei piloti? Qualche mese prima dell’incidente (il 26 gennaio) il radiofaro PAL che operava nella frequenza 355.5 Kc/s venne spostato dall’aeroporto di Punta Raisi sul Monte Gradara (a 16 km circa in direzione sud rispetto alla pista). Chi avesse utilizzato i dati del radiofaro considerandolo ancora nella vecchia collocazione, ovvero in prossimità dell’aeroporto, si sarebbe diretto sul monte. Questa è l’ipotesi che ha accreditato il tribunale di Catania, sostenendo che l’aereo sarebbe arrivato su Monte Gradara per poi virare a destra quasi per tornare indietro e li avrebbe impattato con Montagna Longa. E’ strano però che non abbiano comunicato nulla alla torre di controllo ed anzi, nell’ultima comunicazione, dicevano esattamente il contrario. Il comandante Bartoli, atterrato a Punta Raisi qualche giorno prima, può avere commesso un errore così macroscopico? E poi, le ultime fasi dell’atterraggio erano prevalentemente visive, considerate le scarse apparecchiature di assistenza all’atterraggio dell’aeroporto, con tutta la distrazione possibile e tutti gli errori strumentali possibili, come fai a sbagliare un aeroporto con la pista illuminata a giorno con una montagna buia ad oltre 7 chilometri di distanza? E ricordiamo sempre che in cabina di piloti esperti ce n’erano ben 3. E’ come se negli ultimi minuti, 2 minuti, l’aereo fosse rimasto in balia di se stesso, senza nessuno ai comandi. Ma continuiamo con le stranezze tecniche, prima di passare alle coincidenze curiose. L’aereo era dotato di due ricevitori di segnali radio per i radiofari. Uno era sintonizzato sul radiofaro di Monte Gradara, l’altro su una frequenza dove non trasmetteva nessuno.

La scatola nera dell’aereo presentava il nastro di registrazione strappato in corrispondenza di alcuni giorni prima dell’incidente, poche ore dopo la sua istallazione. Stranamente nessuno se ne era accorto e lo strumento pare non segnalasse questa eventuale anomalia. Così come non si è mai trovato il registro su cui i piloti segnalano le anomalie riscontrate durante il volo e che va consegnato ogni volta nell’ultimo aeroporto dove si è atterrati (in questo caso quello di Fiumicino prima della ripartenza per Palermo). Non furono recuperati importanti dati dagli strumenti di bordo: ne la quota segnata dagli altimetri ne tantomeno l’orario preciso dell’impatto, nemmeno dagli orologi delle vittime… A Punta Raisi non c’era copertura radar, cosa che invece avveniva dal radar militare di Marsala, dove venivano annotate tutte le tracce che lo strumento “vedeva” nel raggio di 500 miglia, e Punta Raisi ne dista poco più di 50. La registrazione era manuale su appositi registri. Nessuno ha mai chiesto di verificare cosa fosse riportato su tale registro, considerato che manca qualunque tipo di notizia (comunicazione radio, tracce radar, dati strumentali di bordo e dalla torre di controllo) sugli ultimi 2 minuti di volo dell’AZ112. Oggi quei registri non esistono più perché una norma degli anni ’80 prevede che dopo 15 anni i documenti d’archivio di tutti i centri di difesa aerea vanno distrutti. Anche i resti dell’aereo vennero eliminati in tempi velocissimi e mandati a rottamare, senza che mai nessuno abbia pensato di far analizzare l’eventuale presenza di esplosivo a bordo (nonostante le continue e reiterate richiesta da parte dei familiari delle vittime). Andiamo ora alle curiosità, che fanno del disastro aereo di Montagna Longa un vero contenitore di spunti per un libro giallo. Il coordinamento delle operazioni di recupero delle salme e dei resti dell’AZ112 fu affidato allora colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa (ucciso 10 anni dopo dalla mafia), che per scongiurare atti di sciacallaggio diede ordine di sparare a vista su chiunque si fosse avvicinato all’area della sciagura.

Le salme furono trasportare all’aeroporto militare di Boccadifalco e su di esse non venne fatta alcuna autopsia, ne rilevato eventuali tracce di esplosivo. Si insinuò la notizia che i piloti fossero ubriachi al momento dell’incidente e, su pressione dei loro parenti, venne allora effettuata l’autopsia soltanto su di loro. Esame che escluse completamente la diceria. Nemmeno in questo caso venne effettuato il test sugli esplosivi. Ad effettuare l’autopsia fu il dott. Paolo Giaccone, che verrà ucciso qualche anno dopo dalla mafia. Tra i magistrati impegnati a recepire le testimonianze di chi aveva visto arrivare l’aereo verso Montagna Longa, poi da alcuni ritrattate, c’è il Sostituto Procuratore di Palermo Domenico Signorino, che si suicidò dopo essere stato accusato da vari pentiti di essere colluso con la mafia. L’allora Colonnello Dalla Chiesa con il Giudice Signorino. La scatola nera, subito dopo il ritrovamento, fu affidata al colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo per essere portata nei laboratori romani dell’Alitalia ed essere decodificata. Il colonnello Russo sarà ucciso dalla mafia nel 1977… Rimaniamo in ambito giudiziario: tra i passeggeri del volo AZ112 erano presenti il Comandante della Guardia di Finanza di Palermo ed il magistrato Ignazio Alcamo (la cui presenza tra le vittime ha decretato lo spostamento del processo a Catania). Quest’ultimo faceva parte della sezione per le misure di prevenzione del Tribunale di Palermo ed aveva proposto il soggiorno obbligato per il costruttore Francesco Vassallo e per Ninetta Bagarella. Il primo fu uno dei costruttori del “sacco edilizio di Palermo” insieme agli amici Salvo Lima e Giovanni Gioia. Fu anche beneficiario di complici concessione edilizie a Carini, con la cementificazione selvaggia di quell’area dove pochi anni prima si prevedeva di realizzare lo stabilimento della FIAT (Baglio – Marina Longa – Piraineto) e poi, a seguito del rifiuto dell’amministrazione comunale della disponibilità di acqua, trasformata in una enorme colata di cemento con ville e villette.

A nulla servirono le denunce dello studioso Vittorio Giustolisi sull’importanza archeologica del sito, di cui si occupò la stampa nazionale compreso il telegiornale dell’allora Canale Nazionale (oggi Rai 1). Ninetta Bagarella nel maggio del 1973 sposerà il compagno latitante Totò Riina, boss in ascesa e futuro capo dei capi della mafia. A celebrare il matrimonio clandestino don Agostino Coppola, amico personale di Luciano Liggio, sacerdote in servizio a Carini in quegli anni, arrestato per mafia nel 1974 dopo che gli inquirenti, indagando su numerosi sequestri di persona in Sicilia e in Italia, gli trovarono oltre 100 milioni di lire provenienti dal riscatto di uno di questi. Tenete a mente questi ultimi dati relativi ai sequestri… Sempre tra i passeggeri c’era Letterio Maggiore, nome sconosciuto ai più. Era stato il medico personale di Salvatore Giuliano quando faceva il medico condotto a Montelepre ed aveva contribuito all’arresto di Gaspare Pisciotta, con il quale risultano documentate diverse lettere relative alla vicenda di Portella della Ginestra ed alla volontà del Pisciotta di rivelare la verità su quanto accaduto. Pisciotta venne avvelenato in carcere poco prima che rivelasse le novità che aveva annunciato. L’Ora del 6 maggio 1972A muovere dubbi sulla corretta conduzione dell’inchiesta ministeriale e sulla sua rapidità fu, con alcune interrogazioni presentate in Parlamento, Pio La Torre (curiosamente anche lui ucciso dalla mafia…) su sollecitazione di Maria Eleonora Fais, sorella della giornalista de “L’Ora” e di “Paese Sera” Angela anch’essa morta nell’incidente aereo.

LOra 6 maggioAngela in quei mesi stava collaborando con il collega di Ragusa Giovanni Spampinato, che indagava su alcuni esponenti neofascisti ed il terrorismo nero. Giovanni fu ucciso qualche mese dopo inspiegabilmente senza motivo… Nel 1977 il vicequestore di Trapani, Giuseppe Peri, invia a diverse procure, 8 per la precisione, un dossier frutto di alcuni anni di indagini. Secondo lui il 5 maggio 1972 quello di Montagna Longa non è stato un incidente ma un attentato organizzato da esponenti del terrorismo nero in combutta con la mafia e con settori deviati dei servizi, collaborazione provata nel tempo da una serie di sequestri di persona e di atti eversivi finalizzati a creare quella che, anni dopo verrà, chiamata “strategia della tensione”. Una collaborazione continua che emergerà maggiormente negli anni quando Giuseppe Peri non ci sarà più, morirà nel 1982 la notte del 1 gennaio per un infarto, dopo aver brindato in servizio con i colleghi. Nel suo rapporto, mai preso in considerazione da nessuno, anzi stranamente “smarrito” in molte procure, Peri mette in relazione alcuni sequestri di persona che erano avvenuti in Sicilia ma anche nel resto d’Italia, gestiti dalla mafia insieme ad “altri”. Il rapporto, lungo ed articolato, prende spunto dall’omicidio del Procuratore Pietro Scaglione, avvenuto il 5 maggio del 1971, esattamente 1 anno prima dell’incidente dell’AZ112 e prosegue ricostruendo trame e collegamenti tra boss di primo piano della mafia, eversori di estrema destra ed ambienti massonici. Il risultato fu il trasferimento del vicequestore ed il suo isolamento… Del “rapporto Peri” si erano perse le tracce e se ne sarebbe persa la memoria se non avesse provato a recuperarlo la tenace Maria Eleonora Fais, che ne ebbe una copia nel 1997. Anche qui una strana coincidenza: a recuperare dagli archivi polverosi della Procura della Repubblica di Marsala il dossier era stato Paolo Borsellino alla fine del 1991, pochi mesi prima di venire fatto saltare in aria in via D’Amelio. I pezzi del relitto dell’AZ112 non furono mai messi a disposizione dei piloti dell’ANPAC per essere analizzati. A vietarlo fu il direttore dell’aeroporto militare di Boccadifalco, il Generale Alfio Mangano, in seguito espulso dall’aeronautica militare quando si scoprì essere iscritto alla Loggia Massonica P2 e coinvolto nel fallito golpe “Borghese”. I nastri della torre di controllo di Palermo evidenziarono cancellature e manomissioni.La coda dell’AZ112 Il processo sull’incidente dell’AZ112 prende il via nel dicembre del 1981 con il rinvio a giudizio degli imputati (il direttore dell’aeroporto ed alcuni funzionari). Il dibattimento inizia il 15 aprile 1982 e si conclude dopo 12 giorni, il 27 aprile, con l’assoluzione degli imputati e la colpa data ai piloti, deceduti nell’incidente. L’appello prende il via il 2 giugno 1983 per concludersi dopo 11 giorni, il 13, con la conferma della sentenza di assoluzione. Il 4 aprile del 1984 la Cassazione respinge il ricorso verso il giudizio di appello. I 3 gradi di giudizio sono stati rapidissimi, al pari della commissione di inchiesta. I colpevoli erano già stati decisi, mentre nessuna parola sulle deficienze tecnologiche dell’aeroporto e sulle responsabilità di chi lo gestiva. Alcuni anni fa la trasmissione della RAI “Chi l’ha visto” riaprì la ferita dei parenti con uno speciale in trasmissione che sollevava non pochi dubbi su tutta la vicenda e sui numerosi punti oscuri (clicca per vedere il servizio). Ci sono pure state numerose richieste di riapertura delle indagini, tutte puntualmente rigettate dalla Procura di Catania. L’ultima, in ordine di tempo, quella del Generale dei Carabinieri (in pensione) Antonino Borzì, che nell’incidente perse il fratello Rosario, nel marzo del 2012; respinta dalla Procura di Catania nel giugno 2013. Nell’istanza si contestano vari punti dei due processi: dall’impossibilità dei familiari delle vittime di poter visionare gli atti processuali o poter confutare gli esiti della commissione di indagine; la ritrattazione di numerosi testimoni delle dichiarazioni rese nelle prime deposizioni, con l’aereo che cambia misteriosamente rotta o traiettoria; alcuni, nell’immediatezza dell’incidente raccontano di un aereo già in fiamme che va a schiantarsi sulla montagna, salvo poi ritrattare tutto mesi o anni dopo. Un altro evento curiosamente sfuggito alla commissione di inchiesta ed ai magistrati dei 2 processi, è l’esercitazione NATO “Dawn Patrol” che si è svolta proprio quel giorno lungo la rotta del volo AZ112, con l’uso di aerei militari, che portarono a diverse lamentele di piloti civili in servizio quel giorno, tenuti all’oscuro della cosa fino a pochi minuti prima del decollo o dell’atterraggio. Le foto dei resti dell’aereo, fatte dalla Polizia Scientifica nell’immediatezza della sciagura, evidenziano degli strani fori circolari in prossimità delle parti posteriori della coda dell’aereo. E’ un’ipotesi da verificare, ma sembrerebbero dei fori di proiettile di arma da guerra. Il Generale Borzì formula la richiesta a seguito della caparbietà nella rilettura di tutte le carte processuali da parte della figlia Erminia, un vero segugio, che, ricontattando giornalisti e storici (tra questi il prof. Casarrubea) ha raccolto diverse discrepanze ed anomalie procedurali negli atti del processo. Dopo 42 anni, quei 2 minuti di silenzio sembrano un secolo.

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Paolo Borsellino

CINISI RICORDA PAOLO BORSELLINO

Paolo Borsellino

” Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo.”

MERCOLEDI’ 16 LUGLIO ALLE ORE 21,30

ATRIO COMUNALE DEL COMUNE DI CINISI

INTERVERRA’ IL PROCURATORE AGGIUNTO PRESSO IL TRIBUNALE DI CALTANISSETTA DOTT. DOMENICO GOZZO

Il 19 luglio di 22 anni fa si compiva la strage di Via D’Amelio, strage in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli.

Questo incontro-dibattito si pone come obiettivo quello di mantenere vivo il ricordo di un uomo che, senza farsi sopraffare dalla paura della morte, ha combattuto fino alla fine contro la mafia e di risvegliare gli animi un po’ stanchi e un po’ cinici di chi non crede più nella speranza di un cambiamento.

L’incontro è organizzato da un gruppo di giovani di Cinisi, uno dei luoghi più carichi di significato e di storia legati alla mafia; un paese che ancora troppo spesso sente il peso di questo cancro mafioso che si manifesta in ogni sfaccettatura, senza che si riesca a trovare la possibilità di guarirne.

Ecco che organizzare questo evento in questo territorio assume un significato doppiamente importante: si vuole dare un segnale forte di cambiamento,di rottura nei confronti dell’atteggiamento che ha visto i cittadini vivere passivamente la presenza di questo fenomeno e lo si vuole fare attraverso l’impegno dei giovani, che rappresentano la speranza e il futuro della società.

Ricordare Paolo Borsellino è un dovere morale e civico. Dimenticare significherebbe rendere vana la sua morte e quella di chi, come lui, ha speso la propria vita nella lotta alla criminalità organizzata.

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CARLO LUGLIO 2014-2

Per non dimentiCARLO

CARLO LUGLIO 2014-2

Genova, 19-20 Luglio 2014

Sabato 19 ore 15,30 SALA della REGIONE – P.za De Ferrari

La Fortezza Europa,

repressione e criminalizzazione delle lotte sociali: che fare?

 

TESTIMONIANZE E PROPOSTE CON IL CONTRIBUTO DI

Alessandra BALLERINI consulente sportello immigrati CGIL,Terre des Hommes e avvocato di strada;

Charlie BARNAO sociologo, Università di Catanzaro;

Italo DI SABATO coordinatore Osservatorio sulla Repressione www.osservatoriorepressione.info;

Nicoletta DOSIO insegnante, da sempre in prima linea nella lotta No Tav in Val di Susa;

Lorenzo GUADAGNUCCI giornalista, Comitato Verità e Giustizia per Genova;

Gilberto PAGANI avvocato, Presidente Legal Team Italia;

Salvatore PALIDDA sociologo, Università di Genova.

Introduce:

Francesco BARILLI, coordinatore di www.reti-invisibili.net

Organizzano: Comitato Piazza Carlo Giuliani, Osservatorio sulla Repressione, Legal Team Italia.

 

 

Sabato 19 dalle ore 10 Impianto Sportivo Cà de Rissi (via di Pino, 35) Ge-Molassana

Torneo “Carlo Giuliani 2014” per squadre di calcio a 5

Iscrizioni e accoglienza: pernondimenticarlogenova@yahoo.it

In serata la premiazione del torneo

Organizza: Centro Sociale Pinelli https://www.facebook.com/csa.pinelli

Domenica 20 dalle ore 14.30 Piazza Alimonda

PER NON DIMENTICARLO

MUSICA E INTERVENTI DAL PALCO CON

Luca Lanzi, Alessio Lega, Marco Rovelli, Renato Franchi e l’Orchestrina del suonatore Jones, Malasuerte FI SUD, LRB Liberdade, Kaosforcause, Pierugo&Marika

Organizza: Comitato Piazza Carlo Giuliani www.piazzacarlogiuliani.org

Sera: cena presso il Centro Sociale Pinelli, via Fossato Cicala

Prenotazioni: pernondimenticarlogenova@yahoo.it)

umberto santino

Lotta alla mafia: un’Apocalisse infinita?

umberto santino

Umberto Santino, Presidente Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”

 

L’operazione antimafia dei giorni scorsi è stata denominata “Apocalisse” ma gli investigatori per primi hanno dichiarato che non è un sinonimo della fine. La guerra contro la mafia continua e non se ne vede l’epilogo.

L’inchiesta ha fatto emergere aspetti che meritano una riflessione. Per cominciare, una buona notizia: magistrati e forze dell’ordine hanno agito concordemente e questo non è un dato scontato se si pensa ai conflitti ciclicamente reiterati all’interno del palazzo della giustizia e alla storia di carabinieri, poliziotti e guardie di finanza tradizionalmente legati più alla loro divisa che a un impegno comune.

Tra gli arrestati ci sono boss usciti di galera e boss e gregari di nuova leva. C’è un Biondino, fratello dell’autista di Riina; c’è un giovane Palazzotto che, non sapendosi intercettato, ostentava meriti dinastici: un suo prozio nel lontano 1909 ha ucciso Joe Petrosino, su mandato di Vito Cascio Ferro, che godeva della protezione del deputato De Michele Ferrantelli. Il pronipotino va fiero di un avo che ha ucciso uno “sbirro” famoso ed è rimasto impunito. E sui giornali si rievoca quella vicenda che mostra come funzionava la giustizia del tempo, ma era un copione destinato a ripetersi. Non è stato arrestato ma solo raggiunto dal divieto di dimora in città un aspirante consigliere comunale che ha comprato un pacchetto di voti, ma ne ha avuti ben pochi ed stato trombato. Anche la mafia, contrariamente a quanto sostenuto da qualche studioso avventuratosi nel turismo sociologico, fa bidoni. Il mondo delle cosche sembra segnato da uno scadimento del livello, lo sottolinea il procuratore aggiunto Vittorio Teresi. Due mafiosi si prendono a schiaffi sulla pubblica strada e qualcuno ha tentato di arruolare un Rom per la bassa manovalanza, dai danneggiamenti allo spaccio. I picciotti non bastano. Ma anche in passato ci sono state aperture a esterni per il traffico di droga. Si formano nuove famiglie, si fanno accorpamenti; Cosa nostra si scompone e ricompone reagendo alla mareggiata repressiva e il panorama risulta in continuo movimento, rispetto alle rigidità organizzative del paradigma giudiziario vagliato dal maxiprocesso e avallato dalla Cassazione.

Viene fuori il ritratto di una mafia eclettica, insieme oculatamente predatrice e furbescamente intraprendente, capace di diversificare le attività. L’estorsione è sempre in prima fila, a ribadire l’antica signoria territoriale, con “il pagare meno pagare tutti” che prende atto degli effetti dalla crisi: per mungere la mucca bisogna tenerla in vita. Il dominio territoriale è totalizzante e lo spaccato offerto da una recente inchiesta sullo Zen ne è la conferma. La mafia concentra poteri e servizi, controlla la filiera alimentare dall’ortofrutta alla carne, dispensa favori, sfrutta i business illegali e del “vizio”, dalla droga al gioco d’azzardo e alle scommesse. Gli atti di ribellione, nonostante la crescita negli ultimi anni dell’associazionismo antiracket, sono sporadici se non inesistenti. Un’operazione brillante ed efficace, che ha scompaginato mandamenti storici come San Lorenzo, al centro delle cronache giudiziarie già nel XIX secolo, ma bisogna chiedersi come mai, con un’attività repressiva costante e prodiga di successi, il fenomeno mafioso continua a riprodursi. La risposta è che la società siciliana, ma il discorso non vale solo per l’isola, continua a essere mafiogena, cioè presenta caratteri tali da rendere fisiologica la perpetuazione della mafia e dell’illegalità. Alcuni esempi: la gracilità dell’economia legale che induce buona parte della popolazione al ricorso all’illegalità e al crimine come mezzi di mobilità sociale e di acquisizione di ruolo; la crisi, o la scarsa rappresentatività, dei soggetti politico-sindacali (nessuno organizza disoccupati e precari, il popolo degli emarginati dai processi di ulteriore riduzione della base produttiva) e la fragilità del tessuto di società civile e di servizi sociali, infrastrutture indispensabili per creare un senso della vita quotidiana come convivenza comunitaria e non guerra permanente tra clan e tribù; l’illegalità diffusa, sedimentata in cultura ampiamente condivisa, e l’aggressività nei comportamenti abitudinari, in un contesto sociale in cui tutto viene visto e vissuto secondo la logica del tornaconto e dell’interesse personale o di gruppo. E quello che si consuma a livello locale viene ingigantito all’interno del villaggio globale da politiche che fanno lievitare squilibri territoriali e divari sociali e, tramite i proibizionismi, offrono ampi spazi all’accumulazione illegale sempre più coniugata con quella legale.

In questo quadro la repressione non basta. E non credo che bastino neppure le minacce dell’inferno e le scomuniche.Ci vorrebbe un grande progetto di investimenti sociali e questo progetto non c’è. Non ce l’ha l’attuale governo nazionale che non ha tra le priorità in agenda il problema della criminalità e dell’illegalità sistemica; non ce l’ha la giunta regionale in perenne conflitto con i gruppi assembleari; non ce l’hanno le giunte comunali, che anche se ne avessero le intenzioni sarebbero paralizzate da patti di stabilità che ne annullano la possibilità d’azione. Bisognerebbe consolidare e sviluppare contenuti e pratiche, finora precari e minoritari, dell’antimafia che si è sperimentata in questi anni sul piano sociale, ma bisogna sapere che la strada è in salita e che se non si è capaci di modificare il contesto l’Apocalisse rischia di perpetuarsi all’infinito.

 

Pubblicato su Repubblica Palermo del 27 giugno 2014, con il titolo: Le nuove facce dell’eterna mafia.

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