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REAGI`MAURO ROSTAGNO SORRIDENDO

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Presentazione del libro di Adriano Sofri 

“Reagi Mauro Rostagno Sorridendo”

Sabato 27 Settembre 2014 ore 17.00

Palazzo Ziino – Aula didattica

Via Dante Alighieri n 53 Palermo

Partecipano:

Adriano Sofri

Maddalena Rostagno

Giovanni Impastato

Gaetano Paci (Procuratore aggiunto di Reggio Calabria)

Giuseppe Di Lello (Pres. Mediterraneo di Pace)

conducono:

Eleonora Lombardo (giornalista la Repubblica)

Mario Azzolini (giornalista Rai Tre)

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alfonzo

alfonso de pietro per libera a cinisi con giovanni impastato

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Articolo tratto da PISATODAY

Alfonso De Pietro per Libera a Cinisi con Giovanni Impastato. nuovo premio: cultura contro le mafie „ Il cantautore pisano (di origine campana) Alfonso De Pietro torna a Cinisi (PA), dove collaborerà con Giovanni Impastato – nella foto – (fratello di Peppino, assassinato dalla mafia nel 1978), la settimana dal 22 al 28 settembre: per conto di LIBERA condurrà l’ultimo Laboratorio creativo civile di E!State Liberi 2014. De Pietro è reduce da due mesi di concerti e formazione nei beni confiscati alle mafie in Sicilia, Calabria e Campania, con il suo “(In)Canto Civile (in)Formazione”, Laboratorio di scrittura creativa e musica d’insieme, per Rappresentazioni di teatro-canzone di memoria e di riscatto (come il TG1 delle 20:00 del 22 agosto ha ripreso in un servizio).

Il 28 settembre, appena rientrato, proseguirà per Faenza (RA) dove, all’interno del MEI (Meeting Etichette Indipendenti), ritirerà il Premio CULTURA CONTRO LE MAFIE; altro importante riconoscimento, dopo i Premi nazionali “Musica contro le mafie” 2012 e “Agenda Rossa” Borsellino 2013.

Il cantautore proseguirà, anche quest’anno, nella nostra città, la collaborazione con LIBERA e la Fondazione IL CUORE SI SCIOGLIE come educatore nelle scuole, per progetti di cittadinanza attiva e responsabilità, attraverso la storia, la narrazione, la poesia e la musica. Imminente, l’uscita del nuovo cd, un “(In)Canto Civile” volume 2; in cantiere: uno spettacolo teatrale, un libro ed un’Associazione culturale. “

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Logo Libera

Ciuri di Campo libera la bellezza

Logo Libera

 

 

 Nel bene confiscato di Marina di Cinisi, sabato 27 settembre alle ore 21, in programma una rappresentazione di teatro canzone-civile dedicata a Peppino Impastato dal titolo Peppino in ognuno di noi” presso il bene confiscato Ciuri di Campo (via Sandro Pertini traversa 1 località Marina di Cinisi).

Lo spettacolo, risultato di un laboratorio condotto dal cantautore ed educatore Alfonso De Pietro, da tempo impegnato sulle tematiche dell’antimafia, è rappresentato dai partecipanti di E!state Liberi, campi di volontariato e formazione promossi da Libera, Associazione nomi e numeri contro le mafie.

La serata nasce all’interno di un progetto di campo a tema dedicato a Peppino Impastato, ideato dalla cooperativa Libera-Mente, da Libera e dall’associazione Valorizziamoci. Attraverso un programma settimanale di espressione collettiva e individuale, che ha avuto come filo conduttore la figura di Peppino Impastato e i suoi ideali, i volontari hanno condiviso il percorso del giornalista e attivista ucciso dalla mafia, riconoscendosi nei valori da lui perseguiti con la prospettiva di viverli e trasmetterli alla comunità in un’ottica di responsabilità comune diretta a sviluppare la società del NOI… perché “Peppino vive in ognuno di noi”.

Il bene confiscato Ciuri di Campo dal 2012 accoglie i volontari che, attraverso un’opera di qualificazione del territorio, promuovono i valori della legalità democratica e della lotta alla criminalità organizzata. Il progetto si propone di aprire la comunità di E!State Liberi all’esterno e aprire l’esterno a questa comunità, affinché “I nostri sogni diventino responsabilità” (Don Luigi Ciotti).

Per informazioni: Mimma Scigliano 327.3197547

valorizziamoci

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umberto santino

La “rivoluzione” di Crocetta di Umberto Santino

umberto santino

Umberto Santino, Presidente Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato

 

L’intervento del presidente della regione Rosario Crocetta su queste pagine può stimolare alcune riflessioni su quel che accade a Palazzo d’Orleans e più in generale sul quadro politico attuale. Crocetta risponde ad alcune osservazioni che qualche giorno prima aveva fatto Enrico del Mercato: si può tentare di fare una “rivoluzione” tenendo in piedi personaggi della burocrazia regionale che hanno già dato prova di sé lavorando con Cuffaro e Lombardo? Il presidente sostiene che per fare la sua “rivoluzione” è necessario intrecciare alleanze e scomoda perfino Lenin e Gramsci. Mi sembra ovvio che per riuscire a fare qualcosa in un quadro politico complesso bisogna fare dei patti, stringere alleanze, ma il contesto è totalmente diverso da quello della prima metà del Novecento. È cambiata la società, sono cambiate le forme della politica. Ai partiti si sono sostituiti raggruppamenti, più o meno formalizzati, che sono in realtà clan personali, in cui l’unico collante è la fedeltà al capo. Quasi tutti i contrassegni che troviamo sulle liste elettorali recano il nome inserito nel simbolo. La crisi delle ideologie, spazzate via da un’altra ideologia, il neoliberismo, che pretende di porsi come “pensiero unico”, ha prodotto un linguaggio che mira più all’effetto mediatico che all’esposizione di qualcosa che somigli a un programma. Sul piano nazionale, la dissoluzione dei grandi partiti storici ha creato un vuoto che si è affrettato a riempire un personaggio come Berlusconi, forte dei suoi soldi e del suo monopolio televisivo ed editoriale. A sinistra è rimasto molto poco, con gli ex comunisti che si vergognano del loro passato e hanno ceduto il passo agli ex democristiani (anche Renzi viene da quella parte) e con qualche sopravvissuto che non ha nessun ruolo sul piano sociale e si condanna ad affondare agitando vecchie bandiere. Anche Crocetta è un esempio della personalizzazione della politica e non per caso, accingendosi a correre per le elezioni regionali, abbandonando il seggio al Parlamento europeo (un malvezzo troppo facilmente perdonato), non fidandosi del Partito democratico, ha messo in piedi un suo partitino, il Megafono, tirandosi dietro un’icona dell’antimafia istituzionale, Beppe Lumia, già avventuratosi nel sostegno a Lombardo. E della personalizzazione della politica l’attuale presidente della regione porta tutti i segni, a cominciare dall’essersi contornato di persone di cui si fida, con qualche extra che ha fatto notizia ma è ben presto scomparso dalla scena. Queste scelte hanno portato a un conflitto con il Pd siciliano, ridotto a un insieme di gruppi con alto tasso di litigiosità. Effetto dei conflitti interni ed esterni: la rissa permanente. E ogni occasione è buona per inasprirla. Nel suo intervento Crocetta sostiene che la lotta alla mafia non deve assumere i connotati di una lotta di classe ma quelli di una lotta di liberazione come quella dal nazifascismo, che in Sicilia non c’è mai stata una rivoluzione liberal-democratica, che la sua azione si inserisce su questo terreno e mira a una progressiva trasformazione della società, senza tagli delle teste. E a riprova che la sua “rivoluzione” è già cominciata, sciorina i suoi provvedimenti: rotazione, taglio dei compensi e responsabilizzazione dei burocrati regionali, taglio degli sprechi, risanamento del bilancio, raggiungimento degli obiettivi della spesa europea, avvio della riforma delle province, denunce alla magistratura. Bisognerebbe entrare nel merito di queste operazioni, saggiarne la qualità e verificarne lo stato di attuazione, ma qui mi limito ad alcune osservazioni di carattere generale. Le cose che scrive Crocetta, l’orizzonte che delinea sarebbe bene chiamarli con il loro nome: riformismo. E un sano riformismo, oggi come oggi, sarebbe già tanto. C’è da dire poi che la lotta alla mafia ha raggiunto dimensioni di massa quando somigliava alla lotta di classe, con la mobilitazione di centinaia di migliaia di contadini. Negli ultimi anni ha raccolto, e ancora oggi continua a raccogliere, una parte della popolazione di qualche consistenza, ma minoranza. Se Cosa nostra è in crisi, per effetto dei grandi delitti e delle stragi, il blocco sociale transclassista che ricorre all’illegalità come risorsa non si può dire in corso di smantellamento. Rottamata e in via di sparizione è l’economia legale, decimata da una crisi di cui non si vede la fine. Vitaliano Brancati mi pare che dicesse che in Sicilia per essere liberali bisogna essere per lo meno comunisti. I comunisti sono scomparsi ma la necessità della radicalità per cercare di ottenere qualche risultato significativo, continua ad essere attuale. Radicalità nell’analisi e nelle politiche di fronte al neoliberismo, di fronte ai processi di globalizzazione che producono emarginazione e alimentano le mafie. Se non si affrontano questi problemi, si può solo girare a vuoto e operare sui margini. Per fare qualche esempio: che ruolo ha la regione nella vicende della Fiat di Termini Imerese e dell’Eni a Gela? Che ne facciamo dell’autonomia speciale, a suo tempo strappata con il ricatto separatista, con i mafiosi in prima fila e i banditi reclutati come guerriglieri? Doveva essere il volano dello sviluppo ed è stata una greppia e una zavorra. Sembra che la radicalità di Crocetta consista soprattutto in un surplus di autostima. È, e sa di essere, un personaggio, ha alle spalle l’esperienza di sindaco antimafia di Gela, a rischio della vita. Ora corre un altro rischio: quello di incarnare l’icona del salvatore della patria, che divide l’umanità in due schiere: i probi e i reprobi, a seconda che siano con lui o contro di lui. Parla della necessità del dialogo con l’area cattolica, ma non si chiede cosa è stata la Democrazia cristiana in Sicilia, con poche eccezioni. Chi sono gli alleati di Crocetta? Sono interessati a un progetto di rinnovamento o a qualche scampolo di potere? Quale rapporto ha con quel tanto di società civile che negli ultimi anni si è sedimentato? Non basta dichiarare Casa memoria di Cinisi bene culturale, fare i complimenti all’Associazione industriali perché finalmente si sono incamminati sulla strada di Libero Grassi. Le polemiche suscitate dalla resurrezione della tabella H potevano essere l’occasione per intrecciare un rapporto con quanti si muovono tra mille difficoltà e sono penalizzati da scelte che continuano a calcare il pedale del clientelismo e delle relazioni personali. Parecchie associazioni hanno chiesto un incontro senza nessun risultato. E gli appelli per la creazione del Memoriale-laboratorio della lotta alla mafia attendono ancora una risposta.

Pubblicato su Repubblica Palermo del 18 settembre 2014, con il titolo: Il radicalismo che servirebbe per fare la rivoluzione.{jcomments on}

umberto santino

La “rivoluzione” di Crocetta di Umberto Santino

umberto santino

Umberto santino Presidente Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato

 

Pubblicato su Repubblica Palermo del 18 settembre 2014, con il titolo: Il radicalismo che servirebbe per fare la rivoluzione.

L`intervento del presidente della regione Rosario Crocetta su queste pagine può stimolare alcune riflessioni su quel che accade a Palazzo d’Orleans e più in generale sul quadro politico attuale. Crocetta risponde ad alcune osservazioni che qualche giorno prima aveva fatto Enrico del Mercato: si può tentare di fare una “rivoluzione” tenendo in piedi personaggi della burocrazia regionale che hanno già dato prova di sé lavorando con Cuffaro e Lombardo? Il presidente sostiene che per fare la sua “rivoluzione” è necessario intrecciare alleanze e scomoda perfino Lenin e Gramsci. Mi sembra ovvio che per riuscire a fare qualcosa in un quadro politico complesso bisogna fare dei patti, stringere alleanze, ma il contesto è totalmente diverso da quello della prima metà del Novecento. È cambiata la società, sono cambiate le forme della politica. Ai partiti si sono sostituiti raggruppamenti, più o meno formalizzati, che sono in realtà clan personali, in cui l’unico collante è la fedeltà al capo. Quasi tutti i contrassegni che troviamo sulle liste elettorali recano il nome inserito nel simbolo. La crisi delle ideologie, spazzate via da un’altra ideologia, il neoliberismo, che pretende di porsi come “pensiero unico”, ha prodotto un linguaggio che mira più all’effetto mediatico che all’esposizione di qualcosa che somigli a un programma. Sul piano nazionale, la dissoluzione dei grandi partiti storici ha creato un vuoto che si è affrettato a riempire un personaggio come Berlusconi, forte dei suoi soldi e del suo monopolio televisivo ed editoriale. A sinistra è rimasto molto poco, con gli ex comunisti che si vergognano del loro passato e hanno ceduto il passo agli ex democristiani (anche Renzi viene da quella parte) e con qualche sopravvissuto che non ha nessun ruolo sul piano sociale e si condanna ad affondare agitando vecchie bandiere. Anche Crocetta è un esempio della personalizzazione della politica e non per caso, accingendosi a correre per le elezioni regionali, abbandonando il seggio al Parlamento europeo (un malvezzo troppo facilmente perdonato), non fidandosi del Partito democratico, ha messo in piedi un suo partitino, il Megafono, tirandosi dietro un’icona dell’antimafia istituzionale, Beppe Lumia, già avventuratosi nel sostegno a Lombardo. E della personalizzazione della politica l’attuale presidente della regione porta tutti i segni, a cominciare dall’essersi contornato di persone di cui si fida, con qualche extra che ha fatto notizia ma è ben presto scomparso dalla scena. Queste scelte hanno portato a un conflitto con il Pd siciliano, ridotto a un insieme di gruppi con alto tasso di litigiosità. Effetto dei conflitti interni ed esterni: la rissa permanente. E ogni occasione è buona per inasprirla. Nel suo intervento Crocetta sostiene che la lotta alla mafia non deve assumere i connotati di una lotta di classe ma quelli di una lotta di liberazione come quella dal nazifascismo, che in Sicilia non c’è mai stata una rivoluzione liberal-democratica, che la sua azione si inserisce su questo terreno e mira a una progressiva trasformazione della società, senza tagli delle teste. E a riprova che la sua “rivoluzione” è già cominciata, sciorina i suoi provvedimenti: rotazione, taglio dei compensi e responsabilizzazione dei burocrati regionali, taglio degli sprechi, risanamento del bilancio, raggiungimento degli obiettivi della spesa europea, avvio della riforma delle province, denunce alla magistratura. Bisognerebbe entrare nel merito di queste operazioni, saggiarne la qualità e verificarne lo stato di attuazione, ma qui mi limito ad alcune osservazioni di carattere generale. Le cose che scrive Crocetta, l’orizzonte che delinea sarebbe bene chiamarli con il loro nome: riformismo. E un sano riformismo, oggi come oggi, sarebbe già tanto. C’è da dire poi che la lotta alla mafia ha raggiunto dimensioni di massa quando somigliava alla lotta di classe, con la mobilitazione di centinaia di migliaia di contadini. Negli ultimi anni ha raccolto, e ancora oggi continua a raccogliere, una parte della popolazione di qualche consistenza, ma minoranza. Se Cosa nostra è in crisi, per effetto dei grandi delitti e delle stragi, il blocco sociale transclassista che ricorre all’illegalità come risorsa non si può dire in corso di smantellamento. Rottamata e in via di sparizione è l’economia legale, decimata da una crisi di cui non si vede la fine. Vitaliano Brancati mi pare che dicesse che in Sicilia per essere liberali bisogna essere per lo meno comunisti. I comunisti sono scomparsi ma la necessità della radicalità per cercare di ottenere qualche risultato significativo, continua ad essere attuale. Radicalità nell’analisi e nelle politiche di fronte al neoliberismo, di fronte ai processi di globalizzazione che producono emarginazione e alimentano le mafie. Se non si affrontano questi problemi, si può solo girare a vuoto e operare sui margini. Per fare qualche esempio: che ruolo ha la regione nella vicende della Fiat di Termini Imerese e dell’Eni a Gela? Che ne facciamo dell’autonomia speciale, a suo tempo strappata con il ricatto separatista, con i mafiosi in prima fila e i banditi reclutati come guerriglieri? Doveva essere il volano dello sviluppo ed è stata una greppia e una zavorra. Sembra che la radicalità di Crocetta consista soprattutto in un surplus di autostima. È, e sa di essere, un personaggio, ha alle spalle l’esperienza di sindaco antimafia di Gela, a rischio della vita. Ora corre un altro rischio: quello di incarnare l’icona del salvatore della patria, che divide l’umanità in due schiere: i probi e i reprobi, a seconda che siano con lui o contro di lui. Parla della necessità del dialogo con l’area cattolica, ma non si chiede cosa è stata la Democrazia cristiana in Sicilia, con poche eccezioni. Chi sono gli alleati di Crocetta? Sono interessati a un progetto di rinnovamento o a qualche scampolo di potere? Quale rapporto ha con quel tanto di società civile che negli ultimi anni si è sedimentato? Non basta dichiarare Casa memoria di Cinisi bene culturale, fare i complimenti all’Associazione industriali perché finalmente si sono incamminati sulla strada di Libero Grassi. Le polemiche suscitate dalla resurrezione della tabella H potevano essere l’occasione per intrecciare un rapporto con quanti si muovono tra mille difficoltà e sono penalizzati da scelte che continuano a calcare il pedale del clientelismo e delle relazioni personali. Parecchie associazioni hanno chiesto un incontro senza nessun risultato. E gli appelli per la creazione del Memoriale-laboratorio della lotta alla mafia attendono ancora una risposta.

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Beatrice, 1700 chilometri per camminare 100 passi

 

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di Nando Dalla Chiesa.

Tratto dal Fatto Quotidiano, pubblicato Domenica 7 Settembre 2014.

Ma che ci fa una ragazza di un paesino della Val d`Aosta in corso Umberto a Cinisi? Perchè conta di persona i famosi cento passi di Peppino Impastato da quella che fu di don Tano Badalamenti? Tranquilli, non si parlerà qui per l`ennesima volta della distanza messa stupendamente in musica dai Modena City Ramblers. Né della storia di Peppino Impastato. Ma del perchè una giovanissima studentessa universitaria possa arrivare da un paese dal nome francese (Jovecan, 700 abitanti) fin dalla profonda provincia palermitana. Per vedere non cattedrali o acque di smeraldo ma poche stanze arredate sobriamente con le memorie di un rivoluzionario dell`antimafia. Beatrice Caddeo ha vent`anni. Lunghi capelli biondi, una maglietta bianca Hard Rock Cafè, un brillantino al naso, un grappolo di bracciali al polso (“si usano sono molto di moda”). Figlia di un cantoniere sardo e di una maestra d`asilo valdostana “No, non ho mai visto il film I cento passi”. Non so perchè, ma non né ho avuto mai l`occasione. E`nemmeno ho mai letto libri su questa storia. Semplicemente ne ho sempre sentito parlare. Il tema della mafia mi interessa.

Un paio di anni fa, quando ero al liceo, venne a scuola la rappresentante di Libera. Ci presentò il progetto di scuola calcio di Rosario Esposito a Scampia. C` era anche lui, che ci spiegò come attraverso il pallone si potevano sottrarre i ragazzi alla camorra. Mi interessò molto. Allora iniziai a fare qualcosa, a rendermi disponibile per Libera con un paio di amiche. Poi ho partecipato ad un po’ d` incontri, alle giornate della memoria, alla vendita dei prodotti dei beni confiscati.

Tutto qui,sinceramente. Anche perchè studio storia a Torino. Mi piace la storia. Quella romana e quella contemporanea, a partire dalla Resistenza: è stata la mia prima narrazione domestica, grazie a un prozio che andò partigiano a sedici anni. Perchè ho deciso di partecipare a questo progetto di formazione a Marina di Cinisi? Non per passione civile, ma perchè mi sono detta che era un ottima occasione per conoscere Palermo. Quello che ho visto mi ha scosso, non pensavo ad un effetto così forte.

IL PROGETTO a cui Beatrice ha partecipato è stato ideato dall` università di Milano e da Libera. Prevedeva, fra l`altro, visite a Casa Memoria di Peppino e alla Casa Badalamenti, recentemente sottoposta a confisca e assegnata alle associazioni antimafia e alla biblioteca comunale. “L` incontro con Giovanni Impastato mi ha segnata. Mi ha colpito lo sforzo immenso per coltivare la memoria del fratello. Si coglie la sua fatica, magari proprio davanti alla casa passano ragazzi di Cinisi con l`aria di non sapere nulla. Mi hanno colpito le foto, soprattutto quella di un gruppo, dove Peppino è in un angolo, bambino innocente, fututo ribelle, in mezzo a parenti mafiosi. E mi chiedo perchè i ragazzi non lo prendono tutti a modello, in fondo nei giovani dovrebbe vincere lo spirito della rivolta. E poi mi ha conquistato la storia di Felicia, la mamma forte e coraggiosa; sentendo le cose grandi che ha fatto per suo figlio mi vien da dire che davvero “la mamma è sempre la mamma”.

Sa, sono andata in giro con un paio di amici a fare domande agli abitanti di Cinisi e mi sono e mi sono sentita dire di tutto. Anche che si stava meglio quando c`era la mafia, perchè si lavorava e tirava l`edilizia. Oppure che bisognerebbe chiudere tutti i politici in uno stesso posto e poi farli fuori tutti, ‘non ne deve uscire nessuno’. Ho trovato signori visibilmente benestanti che in tono di sfida mi dicevano ‘tutti sono mafiosi anch`io sono mafioso’. Ci sono troppe cose che non tornano. Parole che si contraddicono, fatti che contraddicono le parole”. Nella sua assoluta inesperienza, Beatrice sembra arrovellarsi con le ambiguità della cultura mafiosa. “Una cosa è sicura. Appena torno a casa vedo I Cento passi, mi sono già informata, ce l`hanno in biblioteca. E poi voglio mettermi a leggere e studiare, perchè questo sicuramente lo posso fare. Magari contatto pure le associazioni di Libera a Torino, anche se vorrei concentrarmi più su Aosta, dove tempo fa ho partecipato alla presentazione del dossier sulla mafia in Valle curato da Marika Demaria. Non c`è dubbio, la mafia in Valla c`è. E sarebbe strano il contrario vista la corruzione che sta venendo fuori, anche in Regione. Ma mi piacerebbe soprattutto impegnarmi nella campagna contro il gioco d`azzardo”.

Voi chiederete che cosa abbia fatto di speciale questa ragazza, per doverla raccontare. Risposta: nulla, assolutamente nulla. Ma proprio questa è la cosa meravigliosa, straordinaria. Che arrivino all`antimafia, da un capo all`altro del paese, giovani che non hanno storie forti né storie militanti. Che ci arrivino per “aver sentito parlare della storia di Peppino”, per cogliere l`occasione di vedere Palermo”, dicendo di Felicia che “la mamma è sempre la mamma”. Con semplicità, con ingenua normalità. Decidendo poi di impegnarsi. Quando questo succede, vuol dire che le idee viaggiano veloci, contagiose. Ed è il segno della loro forza.{jcomments on}

 

6 settembre

Manifesto dell’antimafia di Nando Dalla Chiesa

6 settembre

Presentazione del libro ‘ MANIFESTO DELL’ANTIMAFIA’

Sabato 6 Settembre alle ore 21:30 Cinisi ha avuto l’onore di ospitare Nando Dalla Chiesa, figlio del generale ucciso dalla mafia nell’82. Infatti a conclusione della settimana dedicata alla legalità il professore Dalla Chiesa ha presentato il suo nuovo libro edito da Einaudi ‘Manifesto dell’Antimafia’ presso la ex casa Badalamenti, luogo significativo per la storia dell’antimafia a Cinisi. A moderare la presentazione è stato Umberto Di Maggio, membro fondamentale dell’associazione Libera e durante la serata sono intervenuti Umberto Santino, Valentina Fiore, Salvo Palazzolo, Enzo Guarrasi e naturalmente il professore Dalla Chiesa. L’incontro è stato particolarmente interessante perché i temi affrontati, come per esempio la lotta anti-racket, hanno coinvolto il pubblico stimolando la riflessione .Umberto Santino ha illustrato alcuni passaggi del libro con puntualità e lucidità ed ha anche raccontato alcuni aspetti del lavoro di ricerca e di analisi sul fenomeno mafioso dalle origini ai giorni nostri, svolto dal Centro di Documentazione Siciliana intitolato a Peppino Impastato di cui lui è presidente. Una testimonianza certamente significativa è stata quella di Valentina Fiore, amministratore delegato del ‘Consorzio Libera terra Mediterraneo cooperativa sociale onlus’ che ha mostrato come sia possibile collaborare e dare un contributo concreto alla lotta alla mafia spendendosi per il territorio con la organizzazione di imprese agricole che realizzano prodotti proprio nei beni confiscati alle mafie. Come ha detto Valentina infatti ‘ bisogna essere concreti per essere credibili’. A seguire il giornalista palermitano Salvo Palazzolo ha ricordato l’insegnamento di Don Puglisi e ha spiegato come sia importante l’impegno del singolo come quello dell’imprenditore o del sindacalista che anche nella solitudine si impegna a lottare la criminalità organizzata nel proprio settore. Lo stesso argomento è stato affrontato dal professore Guarrasi che ha ribadito la necessità di sostenere le associazioni come ‘Addio Pizzo’ o ‘Libera’ perché i loro componenti sono sempre esposti a possibili vendette da parte delle famiglie dei mafiosi locali. Infatti il professore sostiene che il magistrato medio non ha gli strumenti per eliminare la mafia in maniera definitiva mentre, queste associazioni coinvolgendo soprattutto le nuove generazioni , sono fondamentali per la formazione di mentalità più aperte e libere e proprio per questo non devono essere lasciate sole.. Infine l’autore del libro ha espresso le sue considerazioni a proposito del fenomeno mafioso proponendo l’esempio degli antichi Greci che studiando acutamente gli avversari sono riusciti a sconfiggere il popolo più temuto del mondo allora conosciuto: i Persiani. E solo come hanno fatto i Greci, ovvero solo studiando i meccanismi della mafia, è possibile combatterla creando i ‘tifosi della democrazia’ che si schierano dalla parte dei magistrati e di coloro che ogni giorno rischiano la vita per una Italia più giusta e più democratica. Al termine dell’iniziativa ricca di emozioni Giovanni Impastato ha voluto salutare e ringraziare gli studenti dell’ateneo di Milano accompagnati dal professore Nando Dalla Chiesa dopo una settimana di formazione intensa che si è svolta a Cinisi presso i beni confiscati alla mafia “Ciuri di campo” e che ha avuto come punti di riferimento-tra gli altri temi- le figure del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e Peppino Impastato. Ecco una breve ma significativa intervista rilasciataci da Nando Dalla Chiesa :

-Quando e in quali circostanze ha appreso la morte di suo padre ? Sapeva che sarebbe successo ?

-Il rischio c’era…Caso mai c’era un aspetto che poteva indurci a non temere troppo e cioè il fatto che gli uomini del potere politico locale e anche nazionale si erano esposti molto con interviste pubbliche contro di lui e quindi pensavamo ‘non lo possono uccidere perché altrimenti sarebbe un delitto firmato’ e invece l’hanno fatto confidando nella mancanza di coraggio dell’opinione pubblica.

Se il generale fosse vissuto in questi anni , pensa che sarebbe cambiato qualcosa ? Pensa che non sarebbe stato lasciato solo così come ha affermato il presidente del Senato Grasso in occasione del 32esimo anniversario dalla morte di suo padre ?

-Intanto ci sarebbe stato un movimento antimafia perché oggi c’è e allora non c’era. Perché nacque proprio con la sua presenza in seguito alla morte di Pio La Torre quando le parti più vive della società palermitana cominciarono a mobilitarsi intorno all’arrivo del prefetto Dalla Chiesa nonostante l’attenzione non fosse rivolta alla Sicilia perché si pensava che il fenomeno mafioso fosse solo una questione siciliana. Oggi non è così.

Un buon motivo per leggere questo libro ? Cosa lo caratterizza ? –Perché c’è dentro quello che ho capito in più di trent’anni di impegno intellettuale, politico, civile, sul campo. Diversamente da altri mi sono trovato ad affrontare la mafia da figlio, da parlamentare, studioso, militante civile e quindi ho visto la mafia attraverso molte prospettive. Voglio insegnare agli altri ciò che io ho imparato e questo libro è una guida per seguire delle strade, per non commettere errori e per farci ricordare che la mafia esiste ed è un nemico che non dobbiamo negare o dimenticare nonostante la tendenza alla rimozione sia estremamente forte.

ALICE IACOPELLI

 

 

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“Sui passi di Peppino”

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Un percorso di studio e ricerca promosso da Libera, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano ”Sui passi di Peppino” è il titolo di un percorso di studio e ricerca che s’inserisce nell’ambito dei campi di volontariato e di formazione E!State Liberi 2014, promossi dalla rete di Libera, Associazione numeri e nomi contro le mafie, in tutta Italia.

Il percorso, realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, si svolgerà dal 31 agosto al 7 settembre sul bene confiscato “Ciuri di Campo” a Marina di Cinisi (Palermo), gestito dalla cooperativa Libera-mente, che da tre anni, all’interno della struttura, svolge i campi di E!State Liberi.

Al centro della settimana, che vede anche il coinvolgimento di Casa Memoria, il tema della capacità di leggere il territorio, necessaria per chi vuole portare avanti un’efficace azione di contrasto culturale alle mafie. Il Campo non vuole essere un’esperienza chiusa agli iscritti, ecco perché nel programma sono previste serate rivolte al territorio, in cui si parlerà di lotta alle mafie, s’incontreranno testimoni e si affonderanno radici nel terreno della memoria.

Mercoledì 3 settembre, alle ore 21.30, presso la sala convegni del comune di Cinisi, in programma un evento pubblico in memoria di Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo.

Sabato 6 settembre, invece, si svolgerà una serata pubblica conclusiva (presso ex casa Badalamenti) con la presentazione del “Manifesto dell’Antimafia” di Nando Dalla Chiesa. La scelta di svolgere l’iniziativa sul territorio dove Peppino Impastato ha portato avanti la sua lotta contro la mafia vuole dare un valore aggiunto al Campo.

E anche in quest’occasione Casa Memoria darà supporto e testimonianza di un impegno che, negli anni, non si è esaurito e che vuole continuare a essere parte significativa del territorio.

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