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Prima negato, poi concesso il murales a Peppino Impastato

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31 marzo 2015. Il “no” della dirigente scolastica ha impedito la realizzazione di un murales in omaggio a Peppino Impastato.

 

E’ accaduto a Catania, nell’istituto Galileo Galilei in cui si sono inaspriti i rapporti fra studenti e preside. Secondo quanto riportato dagli studenti stessi, la preside della scuola si sarebbe opposta alla proposta di ritrarre, su un muro della scuola, la figura di Impastato, ucciso dalla mafia nel 1978.

Dipingendolo sarebbe rimasto per sempre sotto gli occhi di tutti i ragazzi l’esempio di coraggio e legalità che questo giovane cinisense ha voluto portare avanti con la propria lotta. Negandogli un posto su quella parete, invece, è stato come farlo morire ancora una volta.

Fortemente sentito dagli alunni, il progetto del murales è stato portato avanti dalla Associazione giovanile Atlas e dal Club Service Interact Catania Ovest e doveva essere realizzato da Vincenzo Magno, iscritto all’Accademia delle Belle Arti di Bologna.

L’idea è stata accettata dall’assessore all’urbanistica Salvo Di Salvo,il quale ha però sottolineato la necessità (per legge) del consenso del dirigente scolastico. Consenso inizialmente non concesso. I ragazzi infatti dichiarano di aver trovato un muro di gomma laddove doveva esserci invece entusiasmo e sostegno per un’ iniziativa educativa e positiva.

Il progetto originario prevedeva che fosse dipinta la figura dell’attivista siciliano con accanto la frase “La mafia uccide, il silenzio pure”. Simone Pieri, ex rappresentante del Galilei e responsabile dell’associazione giovanile Atlas, dichiara che “…La dirigente ci ha detto che un volto con una citazione accanto erano un’immagine desueta e che quindi andava cambiata” .

Seppur titubanti i ragazzi hanno cercato di proporre alternative sempre inerenti al tema e al personaggio. Prima si è pensato di disegnare i binari di una ferrovia (quella in cui è stato ucciso Peppino) e accanto un giornale con all’interno la scritta “La mafia uccide, il silenzio pure”. Anche questa proposta scartata. Altra alternativa: al posto di un solo uomo che legge il giornale, tre uomini di spalle. Rifiutata pure la terza idea.

Così , dopo le bocciature, gli studenti si sono rifiutati di proseguire i lavori avendo capito che la volontà della preside era quella di cambiare completamente tema e affrontare qualcosa che potesse essere più educativo e adatto al luogo dell’ istituto. La diretta interessata ha detto di non essersi opposta affatto all’idea, sostenendo semplicemente di non aver trovato un punto di incontro con gli alunni. Questi manifestano però la propria delusione dovuta alla dirigente, la quale ha dichiarato “…Cerchiamo di fare delle cose adeguate alla scuola e al contesto in cui operiamo”.

Aumenta così il dissenso dei ragazzi che avrebbero voluto dare un messaggio di legalità inizialmente snobbato. I promotori dell’iniziativa evidenziano la necessità di partire dalle scuole per combattere la mafia; uno di loro, Riccardo Foti afferma: “Partire dai giovani è una cosa oggettiva: non cambi il modo di pensare di un cinquantenne. Puoi cambiare invece il modo di pensare di un ragazzo come me”.

La vicenda si è fortunatamente conclusa in maniera positiva. Sembra che oggi siano state chiarite le incomprensioni e che le speranze abbiano preso il posto alle delusioni precedenti. Si è svolto in data odierna, infatti, un incontro tra la preside, gli studenti promotori dell’iniziativa, le associazioni organizzatrici del progetto e i rappresentanti del comune.

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Il murales di Peppino verrà fatto perché, come ha dichiarato l’assessore Lanzafame “Per il bene della città le incomprensioni si superano sempre”.{jcomments on}

 

Articolo di Alice Iacopelli tratto da CINISIONLINE

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I commenti della 3^B di Valfontanabuona (Genova)

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Liguria: dopo il grande successo della VIII edizione della settimana della legalità con Giovanni Impastato continuano a pervenire testimonianze di grande apprezzamento per Giovanni. Questa volta pubblichiamo le riflessioni ricevute dalla 3^ B della Scuola media Statale di Cicagna (ge) in Valfontanabuona. Un grazie ai ragazzi ed alla loro insegnante la Prof.ssa Stella Santi che li ha preparati con grande passione e sensibilità all’incontro.

 

come poter esprimere quello che si è sentito? Fatemi pensare….: penso che ognuno, dentro quell’aula, abbia sentito qualcosa di diverso, di personale che l’ha avvicinato alla vita di tutti i giorni e alle ingiustizie che essa contiene. Certo, esistono molti “affari sporchi”, ma non bisogna dimenticare che ci sono anche persone coraggiose come Peppino che hanno voluto combattere tutto questo. La sua storia mi fa sentire fiera e per questo ringrazio Giovanni Impastato per essere venuto a raccontarci questa, metaforicamente parlando, fantastica storia!

( Lisa Ettori 3B Cicagna )

…….per me è stato molto significativo perchè ho capito meglio chi fosse Peppino Impastato e cosa ha rischiato per sconfiggere la mafia. Nonostante avesse tutti i parenti mafiosi, è riuscito a lottare. L’hanno ucciso, ma è stato UNICO e dopo la visione del film e l’incontro ne sono sempre più convinta

( Silvia Gatto 3B Cicagna )

…per me è stato molto importante perchè penso che tutti abbiano il diritto di sapere quello che è successo veramente nel mondo. Spero che un giorno, prima o poi, la mafia sia sconfitta.

( Mounia Khazar 3B Cicagna )

….che dire? E’ stato un onore conoscerlo e spero che il racconto di Peppino rimanga impresso nella mia mente per poterlo raccontare ai miei figli.

( Enrico Barbieri 3B Cicagna )

….è stato molto bello ; mi ha emozionato conoscere la storia della sua famiglia e soprattutto quella di un grande uomo come suo fratello che ha combattuto contro la mafia per tutta la vita senza mai arrendersi

( Cesare Sanginisi 3B Cicagna )

…..mi ha emozionato! Non avevo mai visto un personaggio tanto importante. Mi piacerebbe che la scuola promuovesse di più questi tipi di incontro perchè la persona che parla interagisce direttamente con noi alunni, a differenza di un filmato o di un documentario

( Federico Repetto 3B Cicagna )

……è stato, a dir poco, stupendo e unico !!!!! Mi ha fatto sentire orgogliosa della mia scuola e fortunata poiché non tutti hanno la possibilità di assistere a questo incontro. Ci ha fatto viaggiare nel tempo senza fare un passo, ci ha fatto “ toccare” la realtà; insomma, questo incontro mi ha fatto aprire gli occhi perchè sfortunatamente il mondo non è tutto rose e fiori

( Serena Musante 3B Cicagna )

….mi è piaciuto molto perchè abbiamo avuto una grande ed importante testimonianza di ciò che è accaduto il secolo scorso. E’ importante sapere che qualcuno si è battuto per sconfiggere la mafia e difendere i propri diritti civili. Altrettanto importante è stata la decisione presa dalla madre dopo la morte di Peppino.

( Davide Gnecco 3B Cicagna )

…è stato molto importante e mi ha fatto riflettere. Peppino ha lottato contro la mafia senza fermarsi davanti alle intimidazioni. Peppino voleva dimostrare che la mafia si può combattere e si può sconfiggere.

( Leonardo Garbarino 3B Cicagna )

…è stata un’esperienza molto toccante. Giovanni Impastato è stato molto disponibile e ha risposto a tutte le nostre domande. Sono davvero felice di aver avuto l’opportunità di conoscere meglio la storia di Peppino e spero che altre classi possano avere questa fortuna e possano trarne beneficio.

( Laura Bassso 3B Cicagna )

…..mi ha fatto capire che la famiglia è la cosa più importante!

( Andrea Gueinazzo3B Cicagna )

…mi ha lasciato una gioia immensa nel cuore perché abbiamo avuto un pezzo di storia, per così dire, nella nostra classe ed era proprio davanti a noi! Secondo me bisognerebbe fare più incontri di questo genere, non per saltare qualche ora di lezione, ma perché il nostro cuore si arricchisce, la nostra mente si apre…

( Milena Gardella 3B Cicagna )

 

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umberto santino

Alla commissione antimafia

                                     

umberto santino

Alla Segreteria della Commissione parlamentare antimafia,

grazie per l’invito, ma non ci sarà possibile partecipare al convegno del 25 prossimo.

Colgo l’occasione per far notare che finora non c’è stato nessun rapporto tra il Centro e la Commissione.

Ricordo che in passato chi scrive e il Centro Impastato hanno collaborato attivamente con la Commissione; in particolare: ̵ nel corso della IX legislatura, ho contribuito alla redazione della relazione di minoranza, Doc. XXIII, n. 3-bis, presentata dall’On. Guido Pollice, curando la parte introduttiva e allegando i dossier del Centro: Affare Comiso. Mafia, speculazione e base Nato e Un amico a Strasburgo. Documenti della Commissione antimafia su Salvo Lima e altri documenti.Nel corso della XIII legislatura, il Centro ha collaborato alla redazione della Relazione sull’infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo, Doc. XXIII, n. 21, presentata dall’On. Mantovano, comunicata alle Presidenze il 26 gennaio 1998, e ha avuto un ruolo decisivo nella elaborazione della Relazione sul “caso Impastato”, Doc. XXIII n.50, presentata dal Senatore Giovanni Russo Spena e approvata il 6 dicembre 2000. Per iniziativa del Centro, il testo della Relazione è stato pubblicato nel volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, edito nel 2001 e nel 2006 dagli Editori Riuniti e nel 2012 da Editori Riuniti University Press. Nei contributi pubblicati nelle tre edizioni del volume, ho chiesto che “quello che è stato fatto per Peppino Impastato venisse fatto per altri eventi, delitti e stragi, su cui non c’è una verità giudiziaria, o è molto parziale”.

Scrivevo: “Questo testo è stato e continua a essere, un fatto eccezionale. Non si è fatto, e tutto lascia prevedere che non si avrà qualcosa di simile per Portella della Ginestra, per piazza Fontana, per piazza della Loggia a Brescia, per la stazione di Bologna, i grandi buchi neri della storia d’Italia. La domanda con cui concludevo la prefazione alla seconda edizione di questo libro ha avuto risposta negativa” (p. 14 dell’edizione del 2012).

In data 27 febbraio 2003, il Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare, Roberto Centaro, mi comunicava che la Commissione aveva deliberato di avvalersi della mia collaborazione a tempo parziale e a titolo gratuito. Con lettera del 4 marzo comunicavo la mia disponibilità a collaborare e scrivevo: “Sarei lieto se potessi contribuire, all’interno dei lavori della Commissione, a far luce sui rapporti tra mafia e istituzioni e in particolare sui delitti politico-mafiosi e sulle stragi, dall’assassinio di Accursio Miraglia e dalla strage di Portella della Ginestra nel 1947 agli eventi più recenti. Il mancato accertamento delle responsabilità e l’inadeguata ricostruzione di tali eventi in sede giudiziaria hanno pesato e continueranno a pesare sulla storia del nostro Paese. La Commissione ha già avuto un ruolo decisivo nella elaborazione e approvazione della relazione sul depistaggio per il delitto Impastato e può avere un ruolo insostituibile nella ricostruzione delle complesse dinamiche che hanno portato alla scelta omicida e stragista per condizionare la vita del Paese”. Non avendo ricevuto nessun incarico, con lettera dell’11 febbraio 2005, presentavo le mie dimissioni, rilevando altresì l’uso scorretto delle mie analisi, che mettono al centro l’interazione tra mafia, politica e istituzioni, nella Relazione annuale della Commissione che invece negava tale rapporto. Da allora non c’è stato nessun rapporto con la Commissione. 

Desidero informarVi che,in seguito alla riapertura dell’inchiesta sul depistaggio delle indagini per l’assassinio di Peppino Impastato, il 23 maggio 2011 ho inviato alla Procura della Repubblica di Palermo una lettera-promemoria, pubblicata nella terza edizione del volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, pp. 17-22, in cui richiamavo la relazione della Commissione parlamentare, da cui risultavano le responsabilità dell’allora procuratore capo Gaetano Martorana e dell’ allora maggiore dei carabinieri Antonio Subranni. Successivamente sono stato ascoltato dai magistrati che si occupano dell’inchiesta. Dopo il rigetto da parte del Giudice per le indagini preliminari della richiesta di archiviazione presentata dalla Procura, il Centro nel gennaio scorso ha incaricato l’avvocato Fabio Lanfranca di seguire l’indagine. Il legale del Centro, nel febbraio scorso, ha presentato alla Procura di Palermo una Memoria nell’interesse del Centro, in cui si ricostruisce l’attività svolta dal Centro per ottenere giustizia per l’assassinio di Peppino Impastato. Si segnala la particolare delicatezza dell’inchiesta in corso, che riprende una vicenda di gravi compromissioni all’interno delle istituzioni, che la Commissione a suo tempo ha ricostruito nelle sue linee più significative. Vi informo altresì che da anni il Centro è impegnato nella realizzazione a Palermo di un Memoriale-laboratorio della lotta alla mafia, che sia insieme: percorso museale sulla mafia e sull’antimafia, itinerario didattico curato dalle scuole, con cui il Centro opera dai primi anni ’80 del secolo scorso, biblioteca, mediateca e archivio di documenti, istituto di ricerca, spazio di incontro e di progettazione.

Sono in corso con l’Amministrazione comunale della città contatti per individuare gli spazi. Altri progetti potrebbero essere realizzati nei Comuni che sono stati al centro delle lotte contadine e di eventi riguardanti la storia della mafia e delle lotte contro di essa. Il Centro ha già portato a compimento gran parte del progetto di ricerca “Mafia e società” (si veda la scheda allegata) ed è attualmente impegnato in varie attività, tra cui una ricerca sul ruolo delle mafie nel traffico di esseri umani e nello sfruttamento della prostituzione, nell’ambito del progetto approvato dalla Commissione Europea denominato: “Root Research On Organized Trafficking. The involvement of Organized Criminal Groups in the Trafficking of Women for Sexual Exploitation: the case study of Palermo”. Il progetto è svolto dal CISS (Cooperazione Internazionale Sud Sud) e da altre Organizzazioni non governative, con la collaborazione del Centro. Chi scrive ha già presentato una bozza di relazione sul tema: “Il mercato del sesso a Palermo. Mafia e nuovi gruppi criminali”. Su questo e su altri temi, come l’uso dei beni confiscati (su una proposta del Centro negli anni scorsi alcuni appartamenti confiscati sono stati assegnati ai senza casa di Palermo), il Centro sarà lieto di avviare una collaborazione con la Commissione.

Si sottolinea che il Centro svolge le sue attività con le risorse e il lavoro volontario dei soci, essendo autofinanziato, poiché la nostra proposta che la Regione siciliana si doti di una legge che fissi i criteri oggettivi per l’erogazione dei fondi pubblici finora non è stata accolta e i fondi continuano a essere distribuiti con criteri discrezionali.

Auguri di buon lavoro e un cordiale saluto

Umberto Santino

Presidente del Centro

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AfrikaSì Diritti umani e legalità LOCANDINA

Diritti Umani e Legalita’

AfrikaSì Diritti umani e legalità LOCANDINA

AfrikaSì Onlus annuncia che il giorno lunedì 30 marzo 2015 si terrà la conferenza Diritti umani e Legalità. L’evento, con ingresso ad invito, si svolgerà dalle ore 10.30 alle ore 13.30 presso il teatro Sala Umberto sito in Via delle Mercede 50, Roma.

Parteciperanno i docenti e gli studenti dei Licei Primo Levi, Ettore Majorana e Renato Cartesio (Olevano Romano) coinvolti nel progetto “Diritti umani e legalità”.

Saranno presenti inoltre docenti e studenti delle scuole secondarie di primo grado provenienti dagli Istituti Comprensivi Parco della Vittoria, Piazza Gola, Via Santi Savarino.

Il progetto ha ottenuto il Patrocinio della Regione Lazio e del Comune di Roma-Assessorato alla Scuola, Infanzia, Giovani e Pari Opportunità.

In questa giornata si svolgerà una conferenza in cui interverranno come relatori:

Margaret Odeke – social worker del “Deep Sea Educational Project” a Nairobi

Lucy Kerubo – studentessa nata e residente nella baraccopoli Deep Sea a Nairobi

Giovanni Impastato – “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato Onlus”

Daniele Poto – rappresentante di LiBeRa

Il 15 marzo è stata inaugurata la mostra “Diritti umani e Legalità” realizzata dalla fusione di due mostre fotografiche:

“Life in the Slum”, progetto fotografico del laboratorio creativo ZindukaLab, composto da giovani studenti della baraccopoli Deep Sea e coordinato da Adriano Castroni,

“Peppino Impastato-Ricordare per ricominciare” Casa Memoria – Cinisi (PA).

La mostra rimarrà aperta sino al 31 marzo.

Ingresso libero.

Tema centrale della conferenza sarà la correlazione tra i diritti umani e la legalità.

Questi due elementi si influenzano reciprocamente e sono entrambi necessari per garantire dignità e rispetto a tutti gli esseri umani.

Affinché ci sia legalità, non bastano le regole, perché queste funzionano solo se incontrano coscienze critiche e responsabili, capaci di distinguere, scegliere ed essere coerenti con le proprie scelte.

Interverranno inoltre:

– Alessandro Longobardi, direttore artistico dei teatri Brancaccio e Sala Umberto

– On. Marco Miccoli

– Paolo Masini, Assessore Scuola, Sport, Politiche Giovanili e Partecipazione

 

Responsabili del progetto

Alessandra Tiengo– Presidente AfrikaSì-Onlus                                 Vanessa Cipollini

Via G.Stanchi, 4                                                               Referente  University Project

– 00152 Roma                                                                           Cell.333 6960075

Cell. 330 857248                                                                        

-mail: alejambo@afrikasì.org{jcomments on}

giovanni impastato

Nasce il blog di Musica e Cultura

giovanni impastato

 

Oggi nasce il blog di Musica e Cultura. Questo spazio del sito di Casa Memoria ci servirà per approfondire alcuni aspetti della vita culturale e artistica del Paese, per stimolare il dibattito critico fra i lettori del sito e i sostenitori delle attività dell’associazione casa memoria. Crediamo che onorare la memoria di Peppino Impastato imponga anche uno sforzo nella direzione dell’approfondimento dei fenomeni culturali e sociali della contemporaneità. Bisogna innanzi tutto rendere esplicito un nostro convincimento: la cultura, l’arte, l’analisi critica, il dibattito culturale non possono essere, nell’attuale sistema economico e politico, strumenti che da soli possono portare ad un avanzamento nella lotta alle mafie come non le possono sconfiggere con la sola repressione le forze di polizia o la magistratura. Per citare il documento conclusivo del forum sociale antimafia tenuto a Cinisi nel 2002, il primo dopo i fatti del g8 di Genova <>. Intendiamo, in questo spazio, tenere un punto di vista “partigiano”: le riflessioni, le letture, le analisi saranno sempre quelle che individuano nel conflitto fra capitale, lavoro e sfruttamento delle risorse naturali la lente che utilizziamo per guardare il mondo. Gran parte delle energie e delle attività sociali svolte a Cinisi da Peppino durante gli anni dell’impegno e fino al momento del suo assassinio avevano, è bene ricordarlo, questo indirizzo ideologico.

Approfittiamo della disponibilità di Giovanni Impastato per approfondire alcune questioni legate all’attività culturale e politica di suo fratello Peppino e al contesto storico, sociale e politico nel quale operava.
La prima cosa che vogliamo chiederti riguarda la notizia, di questi giorni, che il giudice per le indagini preliminari Maria Pino ha deciso di prorogare di sei mesi l’inchiesta sul depistaggio delle indagini per l’assassinio di Peppino . Le indagini sono state riaperte grazie ad una tua denuncia riguardante la mancata riconsegna, a 36 anni da un illecito sequestro, di molto materiale documentale prodotto da Peppino nel periodo antecedente il suo omicidio. Il depistaggio inscenato dagli organi inquirenti la notte del ritrovamento dei resti di Peppino, depistaggio confermato nella relazione della commissione parlamentare antimafia approvata il 6 dicembre del 2000, mostra con chiarezza che la mafia dei Badalamenti e pezzi dello Stato Italiano operavano in stretta connessione e “trattavano”. Perché secondo te l’omicidio di Peppino si voleva fare passare per un attentato terroristico?
Beh, non è facile rispondere a questa domanda… bisogna fare i conti con uno dei vizi capitali delle moderne democrazie occidentali, ovvero l’uso di strumenti non democratici per preparare l’opinione pubblica a un duro cambiamento, in genere di tipo autoritario, da parte dei governi, ovvero la strategia della tensione. Nella storia d’Italia si è verificato, in più periodi storici, che le forze contrarie al rinnovamento della società, al progresso e alla giustizia sociale si siano messe insieme per fermare il cambiamento. È successo con la repressione dei fasci siciliani, con la strage di Portella delle Ginestre e le bombe alle camere del lavoro del ’47, in tutto il periodo che oggi ricordiamo come ” gli anni di piombo” e al G8 di Genova. Bisogna dire che il 9 maggio 1978 fu uno dei giorni più bui della Repubblica Italiana: il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro a Roma generò nell’opinione pubblica una reazione di sdegno e di sfiducia verso i movimenti radicali, e già da anni in Italia operava una polizia politica che usava metodi più consoni alla Grecia dei colonnelli o al Cile di Pinochet che al Bel Paese democristiano…Su quanto successo, sul perché siano state depistate le indagini si sono fatte molte ipotesi.
Tu hai memoria di molti manoscritti, volantini e materiale documentale conservato a casa vostra e scomparso la notte della perquisizione, almeno quattro o cinque sacchi di materiale. Puoi raccontarci delle inquietanti connessioni fra l’uccisione dei due giovani carabinieri nel gennaio ’76 ad Alcamo e le perquisizioni dei carabinieri in casa vostra?
Attenendoci esclusivamente alle verità documentali e processuali risaltano alcune coincidenze e alcuni fatti che ci hanno spinto a chiedere di riaprire il processo per fare luce su quanti hanno ordito il depistaggio dentro cosa nostra e dall’interno degli apparati statali. Non c’è dubbio che il processo che ha individuato in Gaetano Badalamenti e Vito Palazzolo i mandanti dell’omicidio sia il punto fermo dal quale partire, ma è certo che l’attività di inchiesta sul territorio che Peppino conduceva come militante politico e antifascista lo portavano a dare una lettura politica alle collusioni fra mafiosi e forze dell’ordine nel nostro territorio e ad attenzionare gli strani movimenti di alcuni esponenti neofascisti di “rilievo” nazionale in giro per la Sicilia… è il periodo in cui Peppino svolge un lavoro attivo all’interno del comitato di controinformazione democratica, grande impegno antifascista, e infatti, nel luglio del ’73 vengono denunciati 28 compagni di lotta continua e del PC per violenza privata e lesioni aggravate. La denuncia era già pronta prima che ci fossero gli scontri, sulla base di una lista stilata dentro alla caserma di Cinisi dai carabinieri insieme a Salvatore Maltese ed altri fascisti. Così successe che tra le persone denunciate alcune non avevano preso parte allo scontro. Io invece ne presi parte, sono fra i denunciati, e ricordo con emozione che anche mia madre partecipò agli scontri, avvenuti nei pressi di casa nostra: la ricordo che afferrava per i capelli un fascista che stava sopra Peppino nel tentativo di picchiarlo! …nel gennaio ’76 Peppino e i suoi compagni erano rimasti impressionati dai fatti di Alcamo Marina: due giovani carabinieri furono trovati morti dentro la casermetta di Alcamar dalla scorta di Giorgio Almirante, segretario del MSI, che si trovava nei paraggi per un comizio. Nei giorni successivi alla strage della casermetta i carabinieri del gruppo del colonnello Russo condussero, a seguito di una fantomatica rivendicazione delle brigate rosse immediatamente smentita dall’organizzazione terroristica, una serie di perquisizioni nelle abitazioni dei militanti più attivi della sinistra nel territorio del golfo di Castellammare. Fu perquisita anche casa nostra, ma ovviamente non fu trovato nulla. Peppino, che in quel periodo stava raccogliendo informazioni a supporto del suo convincimento riguardo traffici di armi e collegamenti fra forze armate, esponenti del neofascismo e mafia, non esitò a redigere un volantino di due pagine a firma Lotta Continua nel quale denunciava le connivenze fra i carabinieri del territorio e la mafia, e parlava dei fatti di Alcamar come di un episodio da correlare alla strategia della tensione. Oggi sappiamo, grazie alla confessione del brigadiere Olino, carabiniere del nucleo politico giunto in quella occasione a supporto degli uomini di Russo, che nell’ambito delle indagini sui fatti di Alcamo i carabinieri del nucleo comandato dal colonnello Russo commisero torture atroci, crimini e pesanti depistaggi con lo scopo di orientare e chiudere velocemente le indagini……Peppino in seguito continuò a raccogliere materiale riguardante quell’episodio: ho memoria di una carpetta abbastanza rigonfia di documentazione che riportava una scritta a matita, “strage della casermetta di Alcamo”. Il 9 maggio ’78, immediatamente dopo l’omicidio di Peppino, i carabinieri tornarono nella nostra casa per un’altra perquisizione, sequestrando illegittimamente moltissimo materiale, senza permettermi di seguire fino alla fine le operazioni per vedere ciò che prelevarono perché fui portato quasi di peso in caserma. Portarono via illecitamente moltissimo materiale, la gran parte del quale non è stato dissequestrato perché non ce ne sono più tracce, e della carpetta riguardante la strage di Alcamo Marina non se ne hanno notizie……
Peppino era stato decretato “terrorista”, c’era un’evidente strategia per depistare le indagini, coprire l’omicidio mafioso e alimentare il clima di terrore nel paese. Le indagini furono condotte dal maggiore Subranni, militare della stessa “scuola” del torturatore e depistatore Russo, che nel frattempo era stato ucciso in un agguato, forse a causa di suoi coinvolgimenti (era consulente di alcune imprese) con ambienti mafiosi vicini a Badalamenti. Oggi sappiamo che in quegli anni esisteva Gladio, un progetto militare “stay behind” della NATO, che operava tessendo trame nere fra servizi segreti, forze armate, mafia e ambienti neofascisti, il cui scopo era proprio quello di bloccare il rinnovamento politico in chiave progressista e comunista.

Quindi la strategia della tensione dietro il depistaggio….
Di sicuro c’è che nel clima tesissimo dell’Italia del maggio ’78 quanti più terroristi rossi “saltavano fuori” tanto più, si sarebbe consolidato il potere della peggiore Democrazia Cristiana di Andreotti, che in quel momento presiedeva il “governo di solidarietà nazionale” proprio in funzione di lotta al terrorismo. E Gaetano Badalamenti, ancora boss indiscusso di Cinisi e dintorni, e la DC della corrente andreottiana avevano rapporti molto saldi sia sul territorio che nei palazzi del potere.
Ma non bisogna pensare a quegli anni di incredibile impegno politico come ad anni tristi, grigi o peggio di “Piombo”…in quegli stessi anni prese vita il circolo musica e cultura, si scopriva un nuovo modo di vivere, si scopriva della musica bellissima, dei film straordinari ed era molto bello ritrovarsi fra compagni a preparare una proiezione, una mostra o un concerto……

Giovanni, tu frequentavi il “circolo musica e cultura”, sei stato fra i curatori di tutti i cicli di cineforum fatti all’interno del circolo, e hai preso parte attivamente a tutte le esperienze, come quella del carnevale alternativo: puoi dirci secondo te quali sono i passaggi più importanti nella nascita e nella vita del circolo musica e cultura?
Man mano che si studia la vicenda umana e politica di Peppino si fa evidente la grande peculiarità della sua figura nell’intero panorama dei militanti politici e dell’antimafia: il suo impegno antimafia, che scaturisce da una presa di coscienza individuale, per lui che era un giovane cresciuto in una famiglia mafiosa si trasforma in breve tempo in progetto culturale e politico di respiro collettivo. Peppino ben presto comprese che la musica, il cinema e l’arte in generale potevano aggregare un grande numero di ragazzi fra Cinisi e Terrasini, e che in un periodo di grandi cambiamenti come furono gli anni fra il 68 e il 78, in quei gruppi poteva riprendere fiato il movimento antimafia. Peppino capì immediatamente che la comunicazione è fondamentale per combattere il sistema e il potere mafioso. Lo comprese al punto che usò da subito lo strumento del giornale, nel ’65 fondò “L’idea”, poi il “Circolo Musica e Cultura” dove si approfondivano molte tematiche di attualità grazie al linguaggio cinematografico, al teatro e alla musica “alternativa”, fino ad approdate a quella importantissima esperienza che fu radio Aut.
Come nacque il circolo? Cosa si faceva? Sappiamo che si formarono vari collettivi all’interno del circolo…
Il circolo Musica e cultura fu un’esperienza straordinaria, sicuramente il momento culturalmente più interessante che ha vissuto il paese di Cinisi nella sua storia: il circolo nacque da un diniego, il rifiuto di concedere le cripte della chiesa del SS Sacramento ad un gruppo musicale che alcuni ragazzi insieme a Francesco Impastato avevano costituito. Il concerto poi si tenne lo stesso all’interno dell’aula consiliare, concessoci in assenza del sindaco dal vicesindaco comunista Franco Maniaci. Dopo quel concerto, che ebbe un grandissimo successo, venne l’idea di affittare un locale per farci i concerti, e quel posto ben presto diventò frequentatissimo dai ragazzi più “alternativi” di Cinisi e dei paesi vicini.
All’interno del Circolo Musica e Cultura molte ragazze del paese cominciarono ad avvertire l’esigenza di avere un loro spazio e di aprire momenti d’analisi sulla condizione e sul ruolo della donna nella società mafiosa, e, più generalmente, nel sistema capitalista: alcuni testi, disponibili presso la biblioteca (era una biblioteca compartecipata) del circolo “Musica e Cultura” sono ancora considerati testi fondamentali del movimento femminista…Era difficile e per molti aspetti impensabile che una decina di ragazze, in un paese come Cinisi, si riunissero , si definissero “femministe” e addirittura si esponessero con i comizi in pubblica piazza. La reazione degli ambienti più conservatori arrivò subito attraverso la diffamazione: le componenti del collettivo erano “buttane” o lesbiche o, in ogni caso, gente che avrebbe fatto meglio a starsene a casa a fare i lavori domestici. Le analisi del Collettivo mettevano in discussione il ruolo della donna costretta a subire e a trasmettere ai figli il codice comportamentale mafioso, quindi omertà, servilismo, spirito di vendetta, rassegnazione. Le compagne del circolo vennero dipinte come ragazze “sbandate”, delle poco di buono, ma in realtà quelle erano delle normalissime ragazze, solo più sensibili, più colte e con più coscienza politica delle persone che vivevano a Cinisi, e i cinisensi, con la loro cultura mafiosa e conservatrice non perdonavano loro la ribellione alle autorità che non riconoscevano, prime fra tutte quella paterna, lo stato e i mafiosi. L’arrivo delle ragazze portò una boccata di ossigeno all’interno del gruppo, molto spesso le ragazze si fecero promotrici di molti interessanti dibattiti, facendoci scoprire, insegnandoci che il nostro punto di vista solo maschile spesso non bastava a comprendere a fondo molte questioni riguardanti la società. Oltre a quello femminista un’altra importante esperienza fu quella del collettivo antinucleare, che portò a una teatralizzazione della morte per disastro nucleare che Impressionò le coscienze assopite dei compaesani.
Da qualche settimana casa memoria ha dato alle stampe il volumetto intitolato “la memoria e l’arte”, catalogo che raccoglie solo alcune delle molte opere tributate alla memoria di Peppino, quelle custodite dentro la casa museo di corso Umberto 220 a Cinisi. Appare evidente a tutti che la memoria di Peppino si è legata a doppio filo con la produzione di molti artisti. Questo è abbastanza inusuale per un “martire” della lotta alla mafia e abbastanza inconsueto per un militante politico. Come mai, secondo te, la figura di tuo fratello e la memoria delle sue battaglie ha ispirato così tanti artisti?
Perché Peppino è stato precursore di un nuovo modo di condurre le battaglie antimafia e politiche e ambientali insieme, che oggi noi definiamo “antimafia sociale”, ma con un’attenzione particolare alla comunicazione. Peppino era un giovane di provincia, viveva a Cinisi ma era collegato con i più importanti circoli culturali “alternativi” palermitani, e da lì attingeva gli stimoli di quegli anni in pieno fermento culturale. Da noi il 68 francese è durato dieci anni….l’esperienza di frequentazioni dei “Circoli Ottobre” è stata importante, da quei circoli si potevano prendere molti contatti e ispirazioni per riproporre l’attività culturale anche in un piccolo centro come Cinisi. Lui era estremamente sensibile, e comprese quanto, oltre all’ideologia politica, alla lotta di classe, all’ ortodossia marxista , fosse importante raccogliere le istanze delle persone più umili e indifese che nulla sapevano della coscienza di classe. Credo che l’organizzazione delle battaglie al fianco dei contadini contro la costruzione della terza pista dell’aeroporto e le inchieste e mostre sulla devastazione del territorio abbiano fatto riflettere molto Peppino sulla necessità di conservare la bellezza del mondo rurale e contadino, e gli fecero maturare la convinzione che lo sviluppo economico selvaggio avrebbe cancellato la semplicità e la bellezza dai territori allo stesso modo di come le cancellavano la mafia con le speculazioni edilizie e la cementificazioni.
Certamente Peppino fu molto influenzato dalla lettura e dai film di Pasolini, aveva una sensibilità molto spiccata, una dimensione intima e personale che sembrerebbe stridere con la vivacità politica che mostrava nelle trasmissioni alla radio e nei comizi. Questa condizione è stata magistralmente sintetizzata nel film “I cento passi”, nella famosa scena in cui Peppino parla della bellezza: per questo amo quella scena, perché mi ricorda Peppino nella complessità di sentimenti che lo animavano, e mi batto contro quanti vorrebbero cambiare la memoria ricordandolo o soltanto come un militante comunista o soltanto come un giovane morto per mano della mafia. Peppino era un giovane con una grande sensibilità che gli permetteva di guardare alla sua terra e alla sua gente con un amore ma anche con una sofferenza tipica di un animo artistico. E chi approfondisce la conoscenza della produzione di poesie, degli scritti e delle trasmissioni radio se ne accorge. Per questo Peppino stimola tanto l’immaginario degli artisti, perché gli artisti forse lo capiscono più a fondo …..

La battaglia legale per vedere riconosciuto Peppino vittima di mafia e incriminare i mandanti dell’omicidio è durata più di 20 anni. Subito dopo è arrivato il film “I cento passi” e da lì in poi tuo fratello e tua madre sono diventati un esempio da seguire per centinaia di migliaia di persone in Italia e nel mondo. Oggi casa memoria, la casa dove ha vissuto la tua famiglia, è diventata il luogo di memoria più visitato d’Italia, conta decine di migliaia di visite l’anno, ma capita ancora oggi che a qualcuno la figura di Peppino proprio non vada giù…
Certo, è proprio così. Casa memoria è visitatissima, certe giornate arrivano tre- quatto pullman di ragazzi in visita d’istruzione e noi li accogliamo tutti, e a tutti ricordiamo chi era Peppino, e le battaglie per la legalità che ha condotto lui in vita e noi come famiglia insieme al Centro Siciliano di Documentazione e ai compagni dopo il suo assassinio. Il luogo fisico, l’altare laico, come l’ha definito Umberto Santino, la casa di corso Umberto 220 è diventata quello che è per decisione di mia madre Felicia, già dal giorno dopo il brutale assassinio di mio fratello: mia madre era una donna che aveva sposato un mafioso, e nelle leggi non scritte della mafia chi subisce un lutto come quello che le toccò lo deve vivere in silenzio, aspettando la vendetta per mano di qualche parente. Ma Felicia scelse di interrompere la catena di sangue e invece della vendetta e del silenzio scelse di denunciare Badalamenti e difendere la memoria del figlio. E lo fece nei tribunali ma soprattutto nella sua casa, ogni santo giorno, pronta a ricevere chiunque. Una cosa davvero impressionante era che Felicia riceveva esattamente alla stessa maniera un giudice o un ex detenuto, una scolaresca elementare o l’intera commissione parlamentare antimafia…potrei dire che riceveva le persone con la gratitudine che mostra una mamma a chi viene a rendere omaggio al figlio. Era commovente. Dal 2004, anno nel quale è morta, abbiamo deciso di continuare ad accogliere tutti i visitatori con lo stesso affetto, la stessa gratitudine. È un sacrificio enorme, io sono sempre in giro per l’Italia, per le numerosissime iniziative in ricordo di mio fratello. Siamo sempre riusciti a fare fronte ai notevoli impegni grazie ai volontari che negli anni si sono alternati, e in qualche modo ce la faremo ancora in futuro. Ma come dicevi tu, ancora c’è gente che non sopporta proprio che Peppino venga ricordato. Succede a Cinisi, ma anche in altre parti d’Italia. Per esempio mi spiace ricordare un pessimo sindaco leghista, il sindaco di Ponteranica, che come primo atto pubblico da primo cittadino, all’indomani della sua vittoria alle elezioni, fece togliere l’intitolazione della biblioteca comunale a Peppino, perché diceva che ricordare Impastato in Lombardia non era necessario, la mafia era un problema del sud e quindi l’intitolazione a Peppino Impastato era una forzatura…. I fatti di mafia che hanno coinvolto la Lombardia negli anni a seguire stanno a dimostrare che l’esempio di Peppino poteva risvegliare gli animi e le coscienze, aprire gli occhi su appalti, pizzo e traffico di droga e armi. Tutte cose delle quali è meglio negare l’esistenza fino a quando è possibile…altro che lavorare per svegliare le coscienze come aveva fatto il comitato promotore per l’intitolazione a mio fratello!!… Gliene ho dette veramente tante, sia nei comizi che via mail, al sindaco leghista Aldegani, al quotidiano la Padania e ai vertici della Lega. Si sono bevuti tutto senza fiatare, si sono resi conto della sciocchezza del loro gesto, ma la targa non è più tornata al suo posto….i ragazzi di Ponteranica piantarono pure un albero della “legalità”: anche quello fu sradicato una notte da qualche balordo…una pagina vergognosa , una vergogna alimentata dalla Lega e dai suoi dirigenti…
Ma sono tanti, tantissimi i tentativi di cancellare o sminuire la memoria di Peppino che abbiamo dovuto affrontare negli anni…Per esempio, uno degli ultimi, clamoroso, è stata la decisione di una preside di Castelvetrano (il paese di Matteo Messina Denaro) di non eseguire quanto già disposto dal consiglio di istituto, ovvero di intitolare l’aula magna del liceo Michele Cipolla a Peppino e a Rita Atria. La sua prima preoccupazione è stata quella di togliere dalle pareti della scuola ogni manifesto, locandina o traccia delle tante iniziative antimafia realizzate negli anni scorsi e dichiarare che se fosse per lei, intitolerebbe l’aula magna ad un uomo di cultura, che sarebbe più proficuo per gli studenti…..
E ancora, alcuni anni fa i ragazzi dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, durante un 9 maggio, avevano realizzato sul muro laterale di un edificio commerciale che costeggia la strada a fianco di Casa Memoria, un bel ritratto murale di Peppino con la scritta “ribellarsi è giusto”…una settimana dopo i proprietari dell’immobile vennero da me, scusandosi perché avevano fatto cancellare quel disegno: troppe le pressioni che avevano ricevuto da alcuni cinisensi che non comprendevano il perché avessero dato il permesso di realizzare il murales. Troppi quelli che gli consigliavano di cancellarlo, e di starci alla larga…queste cose fanno male…in quella occasione i ragazzi dell’associazione Rizoma e di Rifondazione Comunista diffusero le immagini del muro ridipinto di bianco, dove prima c’era il volto di Peppino, e diffusero alcuni versi di una poesia di Pasolini, quelli usati da Marco Tullio Giordana nel finale del film Un delitto Italiano:

L’intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai
da uno dei milioni d’anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,
di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l’ha mai liberato.
Mostrare la mia faccia, la mia magrezza –
alzare la mia sola puerile voce
non ha più senso: la viltà avvezza
a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce.

Giovanni, prima di salutarci ti chiediamo: che cosa significa per te la parola Legalità? si può sconfiggere la mafia? E come?
Il termine “Legalità” significa che tutti i cittadini di uno stato democratico, dove le leggi sono fatte dal Parlamento e dove il Parlamento è la diretta espressione della sovranità nazionale, devono agire nel rispetto delle leggi. Ma legalità non significa piegarsi, accettare ogni sopraffazione e obbedire a qualsiasi decisione di una pubblica amministrazione o a qualsiasi legge dello stato! Pensiamo per un attimo alle leggi razziali sotto il fascismo e negli stati uniti d’America!…Don Lorenzo Milani diceva che l’obbedienza non è sempre una virtù. Io credo che nel mondo la pratica della disobbedienza civile abbia portato un importante contributo al progresso dell’umanità: pensiamo alla lezione di gente come Rosa Parks, Martin Luter king, Danilo Dolci, Pietro Calamandrei, Aldo Capitini, tutta gente che si è ribellata a delle leggi perché le ritenevano offensive per la dignità delle persone. Legalità più che rispetto delle leggi è rispetto della dignità umana. Ecco cosa significa legalità: battersi affinché venga mantenuta e garantita una esistenza libera e dignitosa per tutti! Mi chiedevi come si sconfigge la mafia. Lo sai che in Italia esiste una legge in grado di sconfiggere la mafia, e che la mafia non è stata sconfitta per colpa di tutti quelli che hanno governato la prima e la seconda repubblica perché non hanno applicato mai i principi di questa legge? Questa legge è la Costituzione della Repubblica Italiana con i suoi 139 articoli, nata dalla resistenza antifascista.

Ringraziamo Giovanni Impastato, e ringraziamo quanti hanno lavorato e lavorano ancora instancabilmente per fare luce su quanto è accaduto la notte fra l’ 8 e il 9 maggio 1978 e per chiedere giustizia per Peppino Impastato e rispetto per le sue idee e le sue battaglie. Vogliamo ringraziare in particolare il Centro Siciliano di Documentazione fondato nel 77 da Umberto Santino e Anna Puglisi, il primo centro di studi sulla mafia sorto in Italia. Grazie all’impegno del centro, che ha raccolto in maniera scientifica tutte le testimonianze, le interviste, le lettere, i volantini, il materiale fotografico e ogni cosa fosse utile a ricostruire il panorama criminale, sociale, politico ed economico riguardante Impastato e la sua attività politica sul territorio, oggi abbiamo, raccolti in numerose pubblicazioni, gli strumenti per potere chiedere un processo contro chi ha ordito il depistaggio. E ancora grazie a Giovanni, sua moglie Felicetta, e a sua madre Felicia, e a tutti i compagni che ci hanno insegnato la forza dell’uso politico della memoria. Vogliamo chiudere questa intervista con una poesia di Umberto Santino.

Ricordati di ricordare
coloro che caddero
lottando per costruire
un’altra storia
e un’altra terra

ricordali uno per uno
perché il silenzio
non chiuda per sempre
la bocca dei morti
e dove non è arrivata la giustizia
arrivi la memoria
e sia più forte
della polvere
e della complicità

Ricordati di ricordare
l’inverno dei Fasci
quando i figli dei contadini del Nord
spararono sui contadini del Sud
e i mafiosi aprivano il fuoco
sapendo di essere
i cecchini dello Stato

Ricordati di Emanuele
che fu accoltellato
dai sicari degli speculatori
e del trionfo degli assassini
nella città cannibale

Ricordati di Anna
e di Emanuela
e della loro primavera insanguinata

Ricordati di ricordare
il sangue versato sulla terra
e le file lunghe degli emigranti
che portarono la Sicilia
sulle piazze del mondo
a svendersi
come merce a buon mercato

Ricordati di Luciano
Lorenzo Bernardino
Nicolò Giovanni
Sebastiano
Andrea
Agostino Gaetano
Pino Girolamo
Accursio
Giuseppe Vincenzo
Epifanio Placido
(e del bambino Giuseppe
che vide l’assassinio di Rizzotto
e il medico-capomafia Navarra
cancellò per sempre
la verità dei suoi occhi)
Calogero Vincenzo
Carmelo
e di tutti gli altri
che hanno perduto
vita e nome

Ricordati di Margherita
Vincenzina Castrense
Filippo Francesco
Giorgio Giovanni Giuseppe
Serafino Vincenzo Vito
che confusero il loro sangue
con le ginestre
che sbocciavano
nel mattino di maggio

Ricordati di Salvatore
che morì abbracciato alla terra
della madre Francesca
che chiedeva giustizia
e trovò lo scherno degli assassini

Ricordati di Peppino
che infranse i comandamenti dei padri
sbeffeggiò il potere
ed esplose sui binari

Ricordati di Pio e Rosario
che erano comunisti
e lottavano contro la mafia
e per la pace

Ricordati di Pasquale
Piersanti Giuseppe
che cercarono di spezzare
il patto con il delitto

Ricordati di Cosimo
Mario Pippo
Mauro Beppe
che vedevano e parlavano
mentre gli altri tacevano
e non guardavano

Ricordati di Leonardo
che pagò con la follia e la morte
la sua sete di verità

Ricordati di Graziella
che ancora si chiede perché
della sua vita rubata

Ricordati di Claudio
che giocava con i suoi undici anni
e incontrò la morte
a un angolo di strada

Ricordati di Barbara
Giuseppe e Salvatore
che svanirono
nel lampo di Pizzolungo

Ricordati di Giuseppe
che sognava di volare
sul cavallo dell’alba
e trovò la notte
nelle mani del boia

Ricordati
di Mario Silvio Calogero
Pasquale Eugenio
Mario Giorgio
di Filadelfio
di Boris
di Cesare e Lenin
di Domenico Giovanni Salvatore
di Emanuele
di Gaetano
di Vito
di Luigi Silvano Salvatore Giuseppe
di Carlo Alberto Emanuela Domenico
di Calogero
di Giangiacomo
di Mario Giuseppe Pietro
di Rocco Mario Salvatore Stefano
di Beppe
di Ninni e Roberto
di Natale
di Antonino e Stefano
di Ida e Antonino
e del loro figlio non nato
di Rosario e Giuliano
di Giovanni Francesca Antonio Rocco Vito
di Paolo Agostino Claudio Emanuela Vincenzo Walter
di Giuseppe
che servivano lo Stato
e trovarono la morte in agguato
e la solitudine alle spalle

Ricordati di Biagio e Giuditta
che attendono ancora la vita
al capolinea della morte

Ricordati di Libero
che non volle piegarsi
mentre la città era ai piedi
degli estorsori
di Pietro Giovanni
Gaetano Paolo e Giuseppe
che seppero dire di no

Ricordati del medico Paolo
che non volle attestare il falso
di Giovanni che denunciò
gli ordinari misfatti
sulle scrivanie della regione

Ricordati di Rita
che non volle più vivere
perché avevano ucciso
la speranza

Ricordati di Giorgio
di Costantino
di Stefano
di Pino
preti di un Cristo quotidiano
fratello degli ultimi
crocifisso dai potenti

Ricordati di Giuseppe
di Domenico
di Filippo
sangue ancora vivo
nomi che dobbiamo ancora aggiungere
al nostro rosario di morti

Ricordati di ricordare
i nomi delle vittime
e i nomi dei carnefici
(i notissimi ignoti
di ieri e di oggi)
perché tutte le vittime
siano strappate alla morte
per dimenticanza
e i carnefici sappiano
che non finiremo mai
di condannarli
anche se hanno avuto
mille assoluzioni

Ricordati di ricordare
le impunità
le protezioni
le complicità
gli interessi
che hanno fatto
di una banda di assassini
i soci del capitale
e i gemelli dello Stato

Ricordati di ricordare
ora che le bombe degli attentatori
scuotono le città
che vogliono affrancarsi
e sui teleschermi della seconda repubblica
si intrecciano i segnali
delle nuove alleanze

Ricordati di ricordare

quanto più difficile è il cammino
e la meta più lontana

perché

le mani dei vivi

e le mani dei morti

aprono la strada

Luglio 1994 – ottobre 2000 – giugno 2014

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Corso per addetto all’informazione

Ll’iniziativa è nell’ambito del progetto “Onda d’urto” cofinanziato dalla Fondazione Con il Sud che vede il coinvolgimento di: Casa memoria Felicia e Peppino Impastato ONLUS, Rete 100 passi ed Osservatorio sulla ndrangheta. Il corso di 30 ore completamente gratuito che si svolgerà nella casa confiscata al Boss Badalamenti, Corso Umberto I 183, è finalizzato alla formazione di coloro che vogliano partecipare alle attività di volontariato a Radio 100 passi, 100 passi journal e 100 passi tv. La partecipazione è aperta a tutti, anche in mancanza di esperienza. Ai partecipanti al progetto sarà rilasciato un attestato. – Gli aspiranti dovranno compilare un format scaricabile di seguito :

 

Scheda di partecipazione

 

– inviarlo compilato a: formazione@100passi.net

Seguirà un colloquio attitudinale che si svolgerà presso la sede di Radio 100 passi Corso Umberto I 183 Cinisi.

 

IO REPORTER

Corso per “Addetto all’informazione a Rete 100 passi”

Il corso che prevede lezioni teoriche e prove pratiche sarà tenuto da Giuseppe Lo Bianco con la collaborazione di alcuni ospiti.

PROGRAMMA CORSO

Venerdì 27 marzo

1) INDIPENDENZA E AUTONOMIA DELL’INFORMAZIONE Cenni storici;

Valore costituzionale dell’informazione

Martedì 31 marzo

2) ORGANIZZAZIONE GERARCHICA DELLA TESTATA

La Redazione;

Le linee editoriali;

La notizia;

Le fonti;

La selezione;

L’impaginazione;

Venerdì 3 aprile

3) IL GIORNALISMO ON LINE

Linguaggio;

Ricerca;

verifica;

attendibilità;

titolazione.

Martedì 7 aprile

4) IL MONTAGGIO AUDIO E VIDEO NEL GIORNALISMO ON LINE

(interviene un tecnico del settore) softwere ed applicativi per la pubblicazione on line (Danilo Sulis)

Venerdì 10 aprile

5) L’INFORMAZIONE TELEVISIVA (con Leone Zingales)

Scaletta tecnica di conduzione;

linguaggio;

selezione notizie.

Venerdì 24 aprile

6) LA RADIO E L’INFORMAZIONE RADIOFONICA

(con Mario Azzolini e Danilo Sulis) Formati radiofonici;

Il clock radiofonico;

Radio di programma e Radio di flusso;

i format;

L’intervista;

Il linguaggio e i tempi radiofonici;

il GR.

Martedì 28 aprile

7) L’INCHIESTA GIORNALISTICA

(con i giornalisti de L’ora e IMD)

Giovedì 30 aprile

8) FILM, DISCUSSIONE E PROVA FINALE

Alla formazione teorica seguirà un periodo di tirocinio e pratica nei vari settori con aggiornamenti durante il percorso e con incontri con il direttore della testata Monica Soldano.

Al termine del quale sarà rilasciato un attestato di frequenza.

Il corso si terrà nei giorni menzionati con inizio alle16,30 nella sede di Radio 100 passi (bene confiscato al boss Badalamenti)

Corso Umberto I, 273 – Cinisi

Info: formazione@100passi.net – Tel. 335 8087476

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Il nome di Helg figurava nel libro-mastro della famiglia mafiosa dei Madonia

helg-

 Articolo tratto dal sito: ResaPubblica 

Il clientelismo è stato accettato e avallato anche dalle associazioni antimafia. Umberto Santino analizza il caso Helg e il comportamento delle associazioni antimafia. “Don Ciotti ha grandi capacità organizzative, il suo impegno è generosissimo ma la gestione di Libera è di tipo leaderistico-carismatico. La nostra richiesta di democrazia interna è stata pagata con la sospensione

Di Roberto Conigliaro

Da quando e da chi Roberto Helg era stato arruolato sul fronte dell’antimafia? E qual è il suo giudizio sulla vicenda di Roberto Helg? Fino a che punto in questa vicenda c’entra la mafia e l’antimafia? Sono le domande che arrovellano il dibattito sulla vicenda di Roberto Helg, campione dell’antimafia, arrestato per estorsione aggravata, al centro di un’inchiesta che si allarga, sospettato di essere parte di un triumvirato che si spartiva le tangenti alla Gesap.

Sono domande cui abbiamo chiesto una risposta ad Umberto Santino, autore di innumerevoli pubblicazioni sulla mafia e l’antimafia e Presidente del CSD, Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” – Onlus, fondato nel 1977.

“Il nome di Roberto Helg – dice Umberto Santino – figurava nel libro-mastro della famiglia mafiosa dei Madonia scoperto nel 1989, con l’elenco dei commercianti che pagavano il pizzo. Le sue dichiarazioni antimafia datano dal 2008. Negli ultimi anni la Camera di commercio di Palermo da lui diretta ha istituito uno sportello della legalità, per la prevenzione dell’usura e dell’estorsione, in collaborazione con la prefettura di Palermo; promosso convegni e codici di autoregolamentazione, sostenuto iniziative come il Premio Libero Grassi.

Helg è passato con disinvoltura dall’amicizia con personaggi legati a Berlusconi, all’appoggio ad altri di diverso colore che sono oggi al potere. Capisco che la sedicente sinistra attuale sta portando a compimento programmi, come l’eliminazione dei diritti dei lavoratori, che sono della destra e che la destra non sarebbe riuscita a realizzare, ma in ogni caso queste transumanze sono sospette: mostrano una volontà di mantenere saldi agganci con il sistema di potere.

L’antimafia attuale rispecchia la società in cui si sviluppa, in cui la comunicazione spesso si identifica con lo spot, l’evento prevale sull’impegno quotidiano, a quello che si dice spesso non corrisponde quello che si fa e hanno libera circolazione uomini per tutte le stagioni”.

 D – Nei decenni scorsi a Palermo e in Sicilia era nato un fronte antimafia che partiva dalla società civile, il movimento delle lenzuola, alcuni movimenti politici di rilevanza cittadina, cosa è rimasto di quel fronte che aveva rimesso in discussione tutto l’agire politico dei decenni precedenti?

“Nel mio libro Storia del movimento antimafia e sinteticamente nella “Breve storia delle mafia e dell’antimafia”, ho ricostruito le lotte sociali contro la mafia, dal movimento contadino della fine dell’Ottocento ai nostri giorni. Prima la lotta alla mafia coincideva con la lotta di classe, aveva cioè forti connotazioni sociali, non si esprimeva con qualche manifestazione dopo un omicidio di mafia ma era parte di un programma politico e di un progetto di mutamento sociale. Fino a oggi resta l’esempio più significativo di lotta contro la mafia, con un grande costo di sangue. Negli ultimi decenni l’azione antimafia ha visto al centro associazioni, centri, comitati, espressioni dell’impegno della cosiddetta società civile. Nelle mie pubblicazioni ho puntato l’attenzione soprattutto sulle iniziative che hanno avuto e hanno una certa continuità. Molte iniziative, come lo stesso comitato dei lenzuoli, sono delle meteore, compaiono e scompaiono in breve tempo. Hanno avuto una certa continuità le iniziative nelle scuole, l’antiracket, l’uso sociale dei beni confiscati.

Questa attività sono in piedi anche oggi, con i limiti che ho più volte rilevato. Nelle scuole si parla troppo spesso di una legalità astratta e formale e troppe volte ci si contenta di iniziative sporadiche, come un incontro con un familiare di vittima di mafia o con un magistrato, mentre bisognerebbe inserire le tematiche riguardanti la mafia e l’antimafia nei programmi.

L’antiracket è presente solo nell’Italia meridionale, mentre estorsioni e usura sono presenti ormai su tutto il territorio nazionale. L’uso sociale dei beni confiscati deve fare i conti con tempi di assegnazione troppo lunghi e gestioni monopolizzate da professionisti o associazioni che si sono imposte per il credito di cui godono sul piano mediatico e per i loro rapporti all’interno delle istituzioni. In Sicilia associazioni, fondazioni, centri studio godono di finanziamenti pubblici ottenuti con metodi personalistici e clientelari. La proposta del Centro Impastato di una legge che fissi dei criteri oggettivi per assegnare i fondi pubblici non è stata accolta, perché è stata isolata. Invece che mettere in discussione l’agire politico, il clientelismo è stato accettato e avallato anche dalle associazioni antimafia.”

D – L’antimafia è qualcosa che deve essere prerogativa della società civile oppure quando permea la politica finisce comunque con il contaminarsi con la mafia affaristica o con un certo modo affaristico di fare politica?

“Parlavo prima dei finanziamenti pubblici ottenuti da associazioni che si proclamano antimafia e della gestione monopolistica dei beni confiscati, affidati a studi di professionisti al solo scopo di liquidare, per esempio, le imprese confiscate alla mafia. Qui c’è da fare una riflessione: le imprese mafiose reggono per la capacità intimidatoria del soggetto mafioso, per le violazioni della legge e per la facilità nell’approvvigionamento di capitali di illecita provenienza. Cancellate queste caratteristiche, le imprese non reggono anche con il manager più capace. Possono salvarsi solo se diventano imprese sociali, ma ciò viene escluso dall’idolatria del mercato e dalla condivisione del neoliberismo come pensiero unico. In ogni caso il rapporto delle associazioni antimafia con le istituzioni e l’appiattimento su di esse, si paga non solo con la dipendenza ma anche con la condivisione di pratiche che possono essere illegali o al limite della legalità.”

D – Persino nel linguaggio di esponenti dell’antimafia civile come Don Ciotti, ci sono state contaminazioni inverse. Dal palco di un convegno ha parlato di grosse sorprese che dovrebbero saltar fuori prossimamente, senza specificare quali. Quasi un monito nei confronti del resto dell’antimafia. Com’è possibile che persino un prete veneto si sia, almeno nel linguaggio, contaminato con un certo modo di essere tipicamente omertoso?

“Sarebbe meglio tacere invece di lanciare messaggi generici. Don Ciotti ha grandi capacità organizzative, il suo impegno è generosissimo ma la gestione di Libera è di tipo leaderistico-carismatico. Io e il Centro Impastato siamo stati per alcuni anni in Libera e abbiamo visto che la democrazia interna è una sconosciuta: i referenti regionali erano nominati e non eletti, scelti in base ad appartenenze e presumibili fedeltà; la richiesta di discussione su fatti gravissimi, come il “dimissionamento” di vicepresidenti e di responsabili nazionali di settori decisivi come la scuola e l’uso dei beni confiscati, non è stata accolta, perché considerata frutto di mancanza di fiducia nel capo. Sono stato “sospeso” dal comitato scientifico di “Narcomafie”, organo dell’associazione, per il solo fatto di aver posto il problema. Mi sono dimesso e da allora il Centro non fa più parte di Libera. Abbiamo pagato e continuiamo a pagare con l’isolamento: classico esempio di monopolismo esercitato dal più forte e dal più abile nel creare consenso e relazioni. Anche questo è un esempio di come l’antimafia rispecchi una società in cui dominano la delega al capo e lo spirito gregario.”

D – Augusto Cavadi scrive che la vicenda di Helg sarà inutile se la borghesia di Palermo, della Sicilia, non prenderà atto della sua insufficienza culturale. Parla di una borghesia smidollata. Possibile che dopo tutto quello che è successo sul fronte della mafia che spara e uccide anche suoi esponenti, sembra che nulla o quasi sia successo? Perché la borghesia di Palermo o della Sicilia non riesce a riformare se stessa?

“Non credo che si tratti solo di insufficienza culturale. Da circa cinquant’anni parlo di borghesia mafiosa per indicare due fenomeni tra loro correlati: il ruolo della violenza e dell’illegalità nella formazione dei rapporti di dominio e subalternità e l’importanza decisiva del sistema di rapporti che rende forte la mafia, un sistema transclassista ma con la prevalenza di soggetti sociologicamente classificabili come borghesi: professionisti, imprenditori, rappresentanti della pubblica amministrazione, della politica e delle istituzioni.

In Sicilia la borghesia storicamente si è formata con l’uso di pratiche illegali e in collegamento con i gruppi criminali, decisivi per l’esercizio del controllo sociale sui lavoratori e sugli oppositori al sistema di potere. Negli ultimi anni ci sono stati commercianti e imprenditori che hanno denunciato, professionisti che hanno preso le distanze, ma si tratta di minoranze. E la crisi dell’economia legale spinge chi vuole emergere e avere un ruolo verso l’illegalità. Come si vede, si tratta di spinte strutturali che si coniugano con codici comportamentali solo in parte messi in discussione.

” Resta il fatto che si moltiplicano le denunce degli imprenditori contro i propri estorsori, che affrontano poi il difficile percorso di testimoni di giustizia che nulla c’entra con il loro lavoro e che spesso denunciano un comportamento ambiguo proprio delle associazioni antimafia.

“Lo dicevo già: ci sono fatti positivi, Libero Grassi, che fu isolato dall’associazione degli imprenditori, oggi sarebbe meno solo, ma siamo solo all’inizio di un cammino, che resta lungo e difficile.

” Lei conosce bene la realtà di Cinisi. Peppino Impastato era di Cinisi, così come Santi Palazzolo che ha denunciato Helg. La denuncia dell’imprenditore è il segnale evidente del rifiuto della mafia affaristica, che invece di permeare la borghesia ha finito con l’essere stata acquisita quanto meno dal ceto medio imprenditoriale?

Abbiamo dedicato il Centro siciliano di documentazione, fondato nel 1977, a Peppino Impastato perché è una figura unica nella lotta contro la mafia, al di là dell’icona dei cento passi: figlio di un mafioso e nipote di un capimafia, ha cominciato la lotta contro la mafia a partire da se stesso e dalla sua parentela. Palazzolo ha fatto una scelta importante, denunciando un falso antimafioso che si comportava come un estorsore mafioso. Sulla strada di Libero Grassi negli ultimi anni si sono messi in tanti e bisogna sostenerli con tutti i mezzi. Qui si misura l’associazionismo antiracket attuale: se questi commercianti e imprenditori si lasciano soli, come qualcuno denuncia, sarà una sconfitta, non solo per l’antiracket ma per tutta l’antimafia degna di questo nome.

adelmo cervi libro

La resistenza italiana: testimonianza di Adelmo Cervi

adelmo cervi libro

Articolo tratto da Cinisi Online Di Alice Iacopelli – 10 marzo 2015

Cinisi, 7 marzo 2015. Presso la ex casa Badalamenti, Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato ha avuto l’onore di ospitare Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli Cervi, fucilati al poligono di tiro di Reggio Emilia il 28 dicembre del 1943 dai fascisti durante la Resistenza italiana.

Adelmo Cervi Proprio a distanza di 70 anni dalla liberazione dell’Italia si è infatti deciso di ospitare Adelmo per poter diffondere e far conoscere anche a Cinisi la sua testimonianza.

Durante l’incontro, moderato da Salvo Ruvolo, in seguito alla proiezione di un video, Adelmo Cervi ha parlato della propria famiglia, della vita e delle lotte di quei celebri sette fratelli che hanno lottato per liberare l’Italia dalle camicie nere. Ha parlato di loro mettendo insieme i frammenti dei racconti che ha ascoltato dai nonni, dalle zie, dalla madre, poiché non ha potuto neanche conoscere questi uomini; aveva soltanto quattro mesi di vita quando il padre è stato ucciso. A crescerlo ci ha pensato il nonno Alcide Cervi, autore del libro “I miei sette figli”, uno dei documenti più preziosi che testimonia il periodo durissimo dell’opposizione alla dittatura fascista.

E’ la storia di semplici contadini che hanno combattuto per eliminare le ingiustizie subite, che non si sono arresi dinanzi alle intimidazioni dei fascisti ma che anzi sono andati fino in fondo sacrificando la propria vita per questo Paese. Questi giovani hanno vissuto in una famiglia comunista ma anche profondamente cattolica, una famiglia che ha rappresentato, insieme a molte altre, spesso sconosciute, la lotta antifascista nell’ Emilia Romagna.

Adelmo racconta di suo padre e dei suoi zii che creavano nuclei clandestini di compagni e conservavano nelle biblioteche testi comunisti che, per evitare di essere scoperti, venivano inseriti all’interno di libri fascisti. La loro è stata una vita completamente dedicata alla lotta per la liberazione e la loro abitazione un asilo e un porto sicuro per i perseguitati dai nazifascisti.

Storie come questa ricordano che l’Italia unita esiste grazie a gente semplice come i Cervi che non si è arresa neanche davanti al rischio di perdere la propria vita, pur di perseguire gli ideali di giustizia e libertà. I fratelli sono considerati, da chi conosce la loro vicenda, degli eroi. “I miti e gli eroi non mi interessano” risponde però Adelmo che ha paura della sterile mitizzazione che intrappola nel passato le esperienze singolari rendendole anormali senza stimolare e incitare gli altri a seguirne l’esempio. La storia del padre e degli zii per Adelmo Cervi non deve essere considerata infatti una storia di miti ma piuttosto una battaglia secolare per far trionfare la giustizia.

“Uno di loro era mio padre, Aldo. Lui voleva solo cambiare il mondo. Poca cosa, vero? E aveva convinto gli altri, insieme che era giusto cambiarlo. E se anche qualcuno lo voleva meno degli altri, al momento giusto non si è tirato indietro e ha fatto la sua parte fino alla fine […] Volevano lottare per sconfiggere l’ingiustizia. È una lotta che sembra eterna, nata insieme all’uomo e che forse finirà quando finirà l’uomo. Una lotta cominciata la prima volta che un essere umano ha detto “no” per ribellarsi a un’imposizione, al comando di un potente, re, principe o capotribù che fosse” si legge nel libro scritto nel 2014 da Adelmo Cervi in collaborazione con Giovanni Zucca, Io che conosco il tuo cuore.

Il libro permette di ripercorrere la storia collettiva ma soprattutto l’esistenza di Aldo dal punto di vista di un figlio a cui non è stato concesso di godere dell’amore di un padre. Proprio per questa ragione Adelmo Cervi ha deciso di girare tutta Italia per far conoscere l’esperienza della propria famiglia agli studenti e a tutti gli altri cittadini, perché il sacrificio di Aldo e dei suoi sei fratelli non sia stato vano.

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Giovanni Impastato a Savona per i vent’anni di Libera

Libera, l’associazione contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti, compie 20 anni. E i suoi *”Venti Liberi” *a Savona li festeggia in compagnia di *Giovanni Impastato*, testimone di impegno civile e fratello di Peppino, ucciso nel 1987 da Cosa nostra per la sua ribellione alla famiglia mafiosa.

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Martedì 10 marzo: Giovanni Impastato incontra prima gli studenti della città, al Liceo Della Rovere e all’istituto Boselli-Alberti, poi la cittadinanza in due appuntamenti pubblici:

– *Alle 17.30 nella Sala Rossa del Comune di Savona* l’incontro cui Giovanni partecipa con Stefano Busi, referente regionale di Libera Liguria, e Dina Molino, referente provinciale di Libera Savona (modera Alberto Russo di Libera Savona) dal titolo “I 20 anni di Libera tra memoria e impegno”.
Per ripercorrere le battaglie degli ultimi anni, con un focus sul progetto SOS Giustizia, che supporta le vittime della criminalità, di usura e racket.

– *Alle 20 nel Circolo Arci di Cantagalletto *la* Cena della legalità*
proprio a sostegno del progetto SOS Giustizia. Si cena insieme a Giovanni Impastato, con i prodotti di Libera Terra che arrivano dai terreni confiscati alla criminalità.

Le iniziative – con il patrocinio del Comune di Savona e la collaborazione di Coop e Arci – fanno parte dei *”100 passi” di Libera Savona verso il 21 marzo, Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

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VIII edizione della ‘Settimana di impegno antimafia’

Grande successo e record di partecipazione per Giovanni Impastato: 24 incontri e oltre 3000 partecipanti.

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E’ terminata con grande partecipazione di pubblico l’8a edizione della ‘Settimana di incontri e di impegno antimafia’ con Giovanni Impastato. La manifestazione promossa dal Centro Culturale Felicia e Peppino Impastato di Sanremo ha toccato le principali città del ponente ligure.

La rassegna, iniziata nel 2008 in occasione del trentennale della morte di Peppino Impastato, si è ancora una volta proposta come un momento di confronto e di analisi, che ha coinvolto molti studenti delle scuole, attraverso gli incontri tenuti tutti i giorni al mattino, ma anche associazioni impegnate sul tema della legalità con la programmazione di diversi dibattiti aperti al pubblico con la presenza di giornalisti, studiosi e membri delle istituzioni. Una rassegna, che partita da Genova domenica 8 marzo, dopo aver toccato numerose altre città del ponente ligure come Sanremo, Ventimiglia, Vallecrosia, Loano, Alassio e Albenga, si è conclusa a Savona il 14 marzo con una iniziativa pubblica sul tema della speculazione edilizia. Una settimana con numeri da record grazie ai 24 incontri e agli oltre 3000 partecipanti; una rassegna ricca di stimoli ed articolata in varie tappe, che hanno consentito ai partecipanti una riflessione sui temi della mafia e dell’illegalità con uno straordinario protagonista dell’Antimafia, Giovanni Impastato, che da 37 anni difende la memoria del fratello Peppino, ucciso dalla mafia nel 1978, e che continua con impegno e sacrificio la sua battaglia di lotta alla mafia e all’illegalità.

Grande soddisfazione è stata espressa da Giovanni Impastato, che ha riscosso ovunque applausi e complimenti per l’impegno antimafia. Il Centro Peppino e Felicia Impastato di Sanremo, poiché non sono state soddisfatte tutte le richieste pervenute dalle associazioni e dalle scuole, ha comunicato che nella prima settimana di giugno saranno organizzati altri incontri sempre con la presenza di giovanni Impastato.

 

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