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9 maggio 2016: impegno unitario

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Già molte le iniziative in programma nei giorni dedicati al ricordo di Peppino Impastato, in occasione del 38mo anniversario del suo assassinio per mano della mafia.

Sono trascorsi trentotto anni dall’assassinio mafioso di Peppino Impastato.
Al nostro lavoro giornaliero per preservare la sua memoria, ogni anno si aggiunge quello che svolgiamo per l’organizzazione della celebrazione del 9 maggio, una data memorabile che ormai fa parte della storia del movimento antimafia.
Per quest’anno Casa Memoria, in collaborazione con le associazioni del territorio, che fanno riferimento alla figura di Peppino, ha deciso di organizzare una serie di iniziative che si concluderanno lunedì 9 maggio con una mobilitazione nazionale, che prevede, la mattina, il presidio al Casolare, il luogo dove Peppino è stato ucciso, e, nel pomeriggio, il Corteo Storico dalla sede di Radio Aut a Terrasini a Casa Memoria a Cinisi.
Il nostro invito per tutti i giorni in ricordo di Peppino, che vedranno momenti molto importanti, è rivolto alle scuole, alle associazioni locali e nazionali, ai movimenti in difesa dei territori (No-Tav, No-Muos, No-Triv) e a tante altre realtà che lottano per sconfiggere la mafia e per costruire un paese migliore, libero da ogni prepotenza e da ogni forma di sopraffazione.
I temi che affronteremo saranno molti. Venerdì 6 maggio (ore 16) il tema sarà “Donne e Mafia” con la presentazione della nuova edizione del libro di Gabriella Ebano “Felicia e le sue sorelle”, in collaborazione con Navarra Editore.
Sabato 7 maggio, Casa Memoria affronterà un tema storico di notevole importanza legato al delitto Moro e all’omicidio di Peppino. Nel convegno intitolato “9 maggio 1978”, tratteremo, per la prima volta dopo 38 anni, due avvenimenti tragici accaduti nello stesso giorno in un momento difficile per la storia del nostro Paese. Oltre a parlare del profilo umano e politico delle due figure, diverse tra loro, discuteremo delle vergogne giudiziarie, delle contraddizioni processuali e dei depistaggi emersi in ambedue i casi. Saranno presenti: Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, Giovanni Impastato, fratello di Peppino, il senatore Giovanni Pellegrino, ex presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sulle stragi, la giornalista-scrittrice Rita Di Giovacchino, il senatore Giovanni Russo Spena, presidente del Comitato sul caso Impastato, costituitosi nel 1998, presso la Commissione antimafia e autore della relazione, inserita nel libro “Peppino Impastato anatomia di un depistaggio”, e Umberto Santino, presidente del Centro Impastato. Coordinerà l’incontro il giornalista Francesco La Licata.
Domenica 8 maggio (ore 11) si svolgerà la presentazione del progetto “Diritti Umani, Diritto allo studio e Legalità” con la presenza dei volontari di Afrikasì Onlus e di Casa Memoria, durante la quale si parlerà della missione umanitaria nello Slum di Nairobi che le due associazioni stanno portando avanti. Dopo la presentazione, l’incontro si occuperà di immigrazione, di razzismo e dei “senza casa”, grazie alla collaborazione con Comitati che si occupano di queste tematiche.
Alle ore 16, invece, è previsto il Seminario su Mafia e Antimafia organizzato dal Centro Impastato di Palermo.
Il programma prevede anche eventi musicali e teatrali, previsti tra il 7 e il 9 maggio.
Il premio “Musica e Cultura” quest’anno sarà assegnato alla Comunità San Benedetto al Porto di Genova fondata da Don Andrea Gallo e al vignettista Vauro, che ritireranno il Premio nella serata finale del 9 maggio.
Anche quest’anno diversi artisti hanno voluto rendere omaggio alla figura di Peppino e saranno presenti in forma totalmente gratuita.
Il 7 maggio si inizierà con il Concerto in piazza organizzato da Radio 100 Passi. L’8 maggio saranno protagonisti la musica di Federico Cimini e il teatro di Giulio Cavalli.
Il 9 maggio, la serata finale con l’attrice Annalisa Insardà e la cerimonia di assegnazione del Premio Musica e Cultura.
Tanti anche gli eventi sportivi. Tra i quali, la biciclettata organizzata dalla cooperativa Libera-Mente, che gestisce il bene confiscato “Fiori di Campo” a Marina di Cinisi e che in quei giorni metterà a disposizione i propri spazi per l’ospitalità (Per info: ecovillaggio.fioridicampo@gmail.com , Elena Ciravolo, cel. 3392485455, Ornella cel. 3461752828), e dall’associazione Margi Biker, e il campionato di calcio per i bambini organizzato dall’Associazione sportiva Calcio di Cinisi.
Il Casolare, dove Peppino è stato ucciso, l’8 maggio sarà tappa della terza edizione della “Moto Passeggiata alla Memoria”, intitolata quest’anno “Io sono Impastato di Legalità”, organizzata dal Moto Club Polizia di Stato delegazione di Palermo “Ruote libere”, che unisce simbolicamente il 9 maggio 1978, morte di Peppino, all’eccidio di Portella della Ginestra dell’1 maggio 1947. Per l’occasione sarà depositata sul luogo dell’omicidio una corona di fiori in memoria di Peppino.
Nella giornata  del 9  sono state organizzate, dagli attori del teatro Proskenion di Reggio Calabria, una  performance al casolare con interventi teatrali e musicali e la partecipazione durante  il corteo con attività di coinvolgimento e di animazione per le strade di Cinisi  riprendendo le esperienze del’76.

Come già scritto, sarà visitabile anche la mostra di Pino Manzella “Il Filo Rosso della Memoria” che in questo periodo si trova in Emilia Romagna e ritornerà a Cinisi proprio nei giorni dell’anniversario.

Previste anche mostre fotografiche: quella sui viaggi di Guido Orlando, fotografo professionista, compagno di Peppino, scomparso qualche anno fa, quella organizzata in collaborazione con AfriKasì Onlus sul viaggio in Kenya del fotografo Adriano Castroni, e, infine, quella sulla storia delle lotte dei compagni e dei familiari di Peppino, curata dall’associazione Asadin.
Come potete vedere le iniziative sono già molte, ma noi ci auguriamo che se ne aggiungano altre che ci permetteranno di completare il programma e di renderlo definitivo nel giro di qualche giorno.
Per qualsiasi informazione e proposta scriveteci a info@casamemoria.it.

Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato

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Un filo rosso tra la Sicilia e l’Emilia Romagna

 

 

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Giornate di arte e di impegno: un viaggio che arriverà fino a Cinisi, il 9 maggio, e che nasce da una mostra di Pino Manzella

In questi giorni un “filo rosso” sta legando la Sicilia all’Emilia Romagna, è un filo che supera i confini territoriali, che lega tra loro quelle persone che si impegnano per la giustizia e la libertà, che in una società come la nostra, dove è più facile essere spinti alla solitudine, all’individualismo, alla superficialità, cerca invece di aggregare, di far prevalere la solidarietà, l’impegno civile, la comunanza. E’ il filo che ha stretto forte Peppino Impastato a chi ha voluto continuare la sua lotta per cambiare il mondo, quello che non si è spezzato nemmeno dopo la sua uccisione da parte della mafia, perché certi fili intrecciano tra di loro le mani e i cuori e sono indissolubili, perché scelti e mai imposti, tra alti e bassi continuano nel tempo ed oltre lo spazio e magari inaspettatamente risplendono nei sorrisi delle nuove generazioni che attraverso occhi limpidi possono riscoprire certi valori mai persi.
Il cammino di questo filo è nato da una mostra, quella di Pino Manzella e da un murale che l’artista ha creato all’interno di Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato, una casa che Felicia ha voluto aprire a tutti quelli a cui voleva dire di “tenere la schiena dritta” e che “la mafia non si sconfigge con le armi, ma con la cultura”. Nel murale di Casa Memoria il filo rosso ha unito Peppino e sua madre ai compagni che non ci sono più e quel filo non si è più spezzato e continua ad essere tessuto.
La mostra di Pino Manzella, intitolata “Il filo rosso della memoria”, fortemente voluta e promossa da: Cgil di Ravenna, Assessorato alla partecipazione, coordinamento Libera Ravenna, presidio Giuseppe Letizia Libera Forlimpopoli, Anpi Bagnacavallo, associazione culturale Barcobaleno, Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, Comune di Ravenna, Comune di Cervia, Comune di Forlimpopoli, Comune di Bagnacavallo, Comune di Cinisi e con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, ha cominciato il suo percorso romagnolo a Ravenna per continuare poi a Bagnacavallo, Cervia e Forlimpopoli con lo scopo di aggregare gli Enti Locali, le scuole del territorio e singoli cittadini per formare un gruppo che riaccompagnerà la mostra a Cinisi in occasione della manifestazione nazionale del 9 maggio, anniversario della morte di Peppino Impastato.
Ho partecipato in “punta di piedi” al primo appuntamento che si è svolto dall’1 al 4 Marzo a Ravenna, con il ruolo di curatrice della mostra, anche se accostandomi ad una mostra di Pino Manzella ho solo da imparare: dalle sue idee, dalla sua arte, dal suo impegno. E’ stato un bel lavoro di gruppo ed in questo progetto è il gruppo di persone che ha fatto la forza. In questo gruppo le persone si confrontavano e crescevano via via di numero, dai momenti di riflessione a quelli di convivialità. Così fin dall’inizio c’erano Ada Assirelli che per prima ha avuto la visione di tutto il progetto di cui è stata la principale organizzatrice, c’erano Giovanni Impastato che senza tregua incontra molti giovani e non solo per raccontare la storia del fratello, e poi c’erano Pino, Manuela, Antonella, Massimo, Luigi, Debora, Maura, Barbara, Felicia, Alide, Carlo, Franco, Daniele, Giovanna Greco che ha fatto un bel servizio su tg3 regionale e tanti altri di cui non ricordo il nome, quelli sfiorati solo per farsi una foto, quelli con cui ci si è rivolti un sorriso, le tante donne presenti alla serata dedicata a mamma Felicia, i volontari dell’Auser che permettevano l’apertura delle sale e con cui era pure piacevole fare una chiacchierata, un agrigentino emigrato per fare l’insegnante in Emilia, le persone che hanno partecipato numerose agli eventi con forte interesse e coinvolgimento. Di Ravenna ricorderò questo, la voglia di ritornare, le persone, i mosaici, il cibo ed il filo rosso che a partire da Pino Manzella ci ha stretti in questo forte abbraccio, legando due regioni d’Italia così diverse e così simili al contempo, con la consapevolezza che non ci sono luoghi esenti dal potere del male, dall’ingiustizia, dalla mafia, dalla criminalità, dalla cultura della sopraffazione, per questo vale la pena lottare uniti.
I quadri di Pino Manzella hanno incantato tutti gli osservatori che cercavano di interpretare quei disegni sulle carte antiche in cui il presente rivive nel passato, i loro simboli, le metafore, i messaggi più o meno espliciti. Sono quadri che raccontano la vita di quei giovani che partecipavano al Circolo Musica e Cultura, in anni in cui a Cinisi la mafia controllava capillarmente il territorio ed era difficile uscire fuori da certi schemi tradizionali. Erano giovani che volevano sperimentare un nuovo modo di concepire la socialità ed insieme a Peppino Impastato, incarnando anche lo spirito di trasformazione giovanile che si viveva nel mondo tra la fine degli anni ‘60 e gli anni ‘70, cercavano di educare ed educarsi al cambiamento con la lotta ma anche tramite l’arte, il teatro, la musica. In questi quadri si racconta la vicenda di Peppino Impastato, della sua vita e della sua morte, della lotta della sua famiglia a partire da mamma Felicia per ristabilire la verità attraverso un processo durato ventiquattro anni. Disegni che raccontano una Sicilia fatta di simboli negativi, di dolore, la Sicilia spremuta come l’uva, la Sicilia dove tutto finisce in una “cartata di reschi” o dove la voglia di riscatto è frenata da quella “fauna” umana che nega la voglia di cambiamento, una Sicilia dove però alla mafia non si da un ruolo di protagonista bensì di ombra. Pino Manzella da spazio all’altra Sicilia quella degli scrittori più o meno noti, quella di artisti come Franco Scaldati che non hanno avuto ciò che meritavano, quella di Falcone e Borsellino, quella di chi ha lottato, la Sicilia di Portella della Ginestra, quella delle madri coraggio. E c’è ancora quel filo rosso che va oltre il passato e il presente fino a trasformarsi in una ferita sul mare, il Mediterraneo, nel quale nostri fratelli e sorelle muoiono nei viaggi della speranza…
Questi giorni ravennati sono iniziati con l’inaugurazione della mostra che ha visto più di cento partecipanti che hanno ascoltato gli interventi di Manuela Trancossi (CGIL), dell’Assessora Ouidad Bakkali, il mio, quello di Giovanni Impastato e di Pino Manzella. A questa prima iniziativa è seguita la giornata dedicata a Felicia Bartolotta Impastato, con un incontro moderato da Maura Masotti (CGIL) e gli interventi di Manuela Trancossi, di Felicia Vitale Impastato e di Pino Manzella. Protagonista principale è stato il racconto dettagliato di mamma Felicia, tratteggiato dalla donna che più le è stata accanto negli anni, la nuora Felicia, ascoltata con interesse da un’ottantina di persone, per lo più donne. La traccia costante è stato appunto questo filo rosso da cui un po’ tutti ci siamo sentiti avvolti, che ogni nostra mano ha tenuto almeno per un istante, di cui ognuno è stato protagonista, con la speranza che dalla Sicilia alla Romagna e al di là di ogni confine anche generazionale, possa coinvolgere tutti in una riflessione sempre utile: la memoria non va mai persa perché può essere la maestra che insegna a costruire un futuro diverso, il passato non deve diventare stantio e paludoso come un mare immobile, una zavorra da portare sulle spalle inconsapevoli, ma può diventare un flusso costante, una consapevolezza che ci permetta di comprendere e vivere meglio ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà.
Dopo l’inaugurazione della mostra “Il filo rosso della memoria” svoltasi l’ 1 Marzo a Ravenna nella sala Manica Lunga della Biblioteca Classense e la giornata del 4 Marzo intitolata “Felicia, una donna in Sicilia” in Sala Muratori (Biblioteca Classense), il 16 Marzo a Bagnacavallo presso il Palazzo Vecchio si è tenuta l’inaugurazione della mostra che sarà visitabile fino al 31 Marzo. I prossimi appuntamenti saranno quello di Cervia il 2 aprile con l’inaugurazione della mostra nella Sala Rubicone, Magazzini del sale dove si svolgerà anche il reading di Carmelo Pecora intitolato “L’urlo di Maggio”. Il 16 Aprile ci si sposterà a Forlimpopoli: presso la sala del Consiglio comunale si svolgerà un incontro intitolato “Peppino e i suoi compagni: l’esperienza del gruppo Musica e Cultura”, si terrà poi l’inaugurazione della mostra. La mostra tornerà a Cinisi in occasione della manifestazione nazionale del 9 maggio, anniversario della morte di Peppino Impastato.

Evelin Costa

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Far crescere coscienze responsabili

 

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Per il progetto “Diritto allo studio e legalità”, AfrikaSì Onlus e Casa Memoria incontrano lunedì 21 marzo a Roma i giovani studenti delle scuole della capitale

Sensibilizzare i giovani studenti, per educarli ed educarci alla tutela dei diritti umani e legalità, ciò che salda la responsabilità individuale alla giustizia sociale.
E’ questo il punto centrale della conferenza “Diritto allo studio e Legalità”, che AfrikaSì Onlus organizza, al teatro Sala Umberto di Roma, lunedì 21 marzo.
Con l’associazione romana, Casa Memoria condivide il progetto “Diritto allo studio e Legalità” di cui sposa tutti i principi, soprattutto nei confronti dei ragazzi che devono essere guidati attraverso una “cultura di responsabilità”.
La convinzione è che non bastano le regole per esserci legalità, ma è importante far crescere coscienze critiche, responsabili, capaci di distinguere, di scegliere e di essere coerenti con le scelte. 
AfrikaSì ONLUS vuole sviluppare negli studenti il desiderio di difendere i propri diritti, ma anche quelli degli altri attraverso i seguenti obiettivi: educare ai diritti umani per potersi opporre ad ogni forma di violenza e discriminazione; favorire la consapevolezza delle problematiche sui diritti dell’uomo che vengono quotidianamente calpestati, come quello allo studio; educare alla responsabilità e alla conoscenza della legalità, perché attraverso questa si possa promuovere il rispetto dei diritti umani; sviluppare atteggiamenti critici e di condanna in relazione alla negazione dei diritti fondamentali dell’uomo e della legalità; favorire la formazione di una coscienza umanitaria e sociale di cui la nostra società è carente.
La Conferenza, che si svolgerà dalle ore 9.30 alle ore 13.30, vedrà la partecipazione delle scuole romane.
Per Casa Memoria sarà presente Giovanni Impastato, reduce, insieme ai volontari di AfrikaSì, da un viaggio nello slum Deep Sea di Nairobi, in Kenya.
Tra i relatori: Margaret Odeke, Social Worker del “Deep Sea Educational Project” Nairobi, Anthony Mwangi, sociologo nato e vissuto nella baraccopoli Deep Sea di Nairobi, Santi Palazzolo, imprenditore di Cinisi impegnato a contrastare la corruzione e le mafie.
Durante la mattinata saranno proiettati i video-reportage: “15 anni in Africa” di AfrikaSì ONLUS e “Peppino Impastato – Ricordare per continuare”.

Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato 

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Tornare a casa, il sogno di Abo Wassim…

 

 

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Per la Rotta dei Poeti, un incontro speciale, quello con il coordinatore nei campi del Sud del Libano, della ONG Beit Atfal Assumoud, che opera a difesa dei diritti dei rifugiati palestinesi

Da ragazzo Mahmoud El Joumaa “Abo Wassim” aveva un sogno. Ora di anni ne ha oltre sessanta, ma, dai suoi occhi ridenti di giovane speranzoso capisco che quel sogno è ancora vivo dentro di lui. Lo incontro, insieme a una mia nuova amica, Olga Ambrosanio, presidente della Onlus ULAIA Arte Sud, in un bar rumoroso del quartiere San Lorenzo a Roma. 
Ma le voci non mi confondono, è come se non esistessero. Il suo racconto appassiona, coinvolge. La sua storia inizia nel 1952 nel Sud del Libano, a Marjayoun. Nasce lì Abo Wassim, da una famiglia palestinese, la sua è tra quelle emigrate in Libano durante l’esodo del 1948, conosciuto come “nakba”, letteralmente “disastro”, “catastrofe”, “cataclisma”. 
A causa della guerra arabo-israeliana, dopo la fondazione dello Stato di Israele, oltre 700 mila arabi palestinesi abbandonarono le loro città, i loro villaggi e, dopo il conflitto, furono espulsi e persero il loro diritto a ritornare nelle proprie terre. Nonostante il diritto al ritorno sia sancitodall’art 11 della risoluzione ONU n. 194 dell’11 dicembre 1948. 

Ritornare a casa: un desiderio che, negli anni, si è trasformato in un sogno. Quel sogno con cui quest’uomo dal viso lucente, che mi trovo davanti, è cresciuto. “Quando ero piccolo – racconta – percorrevo oltre 2 km, attraverso i checkpoint, per arrivare a scuola. Vedevo sempre cumuli di gente manifestare, ma non riuscivo a comprendere cosa stesse succedendo…”. Ma poi iniziò a capire e, man mano che le cose gli apparivano più chiare, dentro di lui, germogliava un impulso: “tutti i miei compagni avevano dei progetti, chi voleva fare l’avvocato, chi l’ingegnere, chi il medico, e quando mi chiedevano cosa volessi fare io, per me esisteva solo una risposta: aiutare la mia gente”.
Già, perché, anche se possiede la cittadinanza libanese, Abo Wassim ha sempre continuato a considerarsi palestinese,radici che ha trasmesso anche ai suoi figli: “non dicono mai di essere libanesi, ma con orgoglio dichiarano di essere palestinesi”. La loro vita – come quella del loro padre – è nei campi dei rifugiati, quando escono da lì, si sentono persi, strani. 
Per la maggior parte della sua vita, Abo Wassim ha vissuto nei campi insieme alla sua gente. Da lì è iniziata la sua lotta, “la lotta è la mia vita”, dice sorridendo. Il suo lungo viaggio da attivista è iniziato a Tyro. Aveva poco più di 20 anni, quando con il Club Al Houleeh, un’associazione costituita per difendere i diritti dei palestinesi in Libano, prese parte ad una lunga protesta di 44 giorni nei confronti dell’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite costituita proprio nel 1949 per occuparsi del soccorso, dell’occupazione, dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria, dei servizi sociali e degli aiuti di emergenza dei rifugiati palestinesi in Medio Oriente. 
“In realtà in quel periodo (a ridosso degli anni ’60) – precisa – mancava tutto: l’acqua, le scuole e vivevamo nel fango. La battaglia fu molto dura, ma si diffuse in tutti i campi fino ad arrivare a Beirut, all’ufficio principale dell’UNRWA. Non ci siamo arresi fino a quando non abbiamo ottenuto una ruota che irrogasse acqua, due scuole e materiale edile per togliere il fango e rendere le condizioni di tutti più vivibili”. “Il nostro obiettivo – continua – era ottenere più servizi possibili. Era un dovere verso il nostro popolo”.

Per le sue idee e il suo strenuo attivismo, Abo Wassim è stato arrestato e rinchiuso in prigione diverse volte, ma non ha mai mollato, non se ne è mai andato, nonostante ne avesse la possibilità. “La mia vita, la mia storia, le mie relazioni stanno nel campo – dice – non me ne dimentico mai neanche quando sono lontano”. Nel 1976 i responsabili di Beit Atfal Assumoud, l’associazione di cui ancora oggi fa parte e di cui è coordinatore nei campi del Sud Libano, lo incaricò di seguire programmi rivolti ai bambini. L’attivismo non era permesso, così iniziò a lavorare di nascosto, la sua famiglia gli diede una grossa mano: il padre, era uno ‘sheikh’, il capo religioso del campo, e non si è mai tirato indietro dalla “lotta”, e la madre, durante la guerra civile libanese, attraversava i checkpoint per consegnare i soldi che servivano per aiutare i rifugiati e che rischiavano di essere sottratti dalle milizie sciite del partito di Amal, nascondendoli nel pannolino del figlio più piccolo.

Non ha difficoltà a descrivere le situazioni difficili e pericolose che ha dovuto affrontare. Nel 1986, anno del conflitto tra i guerriglieri dell’OLP e Amal, Abo Wassim, stanato da quest’ultimo per le sue idee, dovette nascondersi sei mesi al buio. 
E’ difficile pensare che il suo viso luminoso possa aver conosciuto le tenebre. Anni prima, nel 1982, era scampato per poco all’eccidio di Shatila di civili, palestinesi e sciiti libanesi, compiuto dalle falangi libanesi e dall’Esercito del Libano del Sud , con la complicità dell’esercito israeliano. Eppure quando gli chiedo se ha paura, la sua espressione tranquilla e serena, mi stupisce. “Se qualcosa deve accadere, accadrà… Questa è la vita!”. E poi con ironia aggiunge: “Certo non passo mai due volte dalla stessa strada”. L’importante – pensa Abo Wassim – è lasciare una traccia, un buon esempio di se stessi nel mondo. Di certo un esempio come lui non si trova tutti i giorni, mi sento fortunata di avere la possibilità di incontrarlo e ascoltare la sua storia. Grazie al suo impegno, Assumoud opera dal 1991 anche nel campo rifugiati di Burj al Shemali. 
Da allora quello che è stato costruito è davvero impressionante. Sono sorti spazi e servizi sanitari e sociali, dove lavorano assistenti sociali e medici, asili, scuole, una clinica ortopedica, un consultorio per i più giovani, una stanza per la ginecologia, spazi ricreativi e una sala computer chiamata “without border”, “senza confini”.

Senza confini come la musica, un’arte che emoziona il mio interlocutore, lo vedo dai suoi occhi, sempre più ridenti. “Quella della banda di cornamuse è un’altra storia”, precisa. Una storia iniziata con un vecchio strumento sfasciato, che tutto sembrava tranne che una cornamusa. L’aveva comprata con i suoi soldi da un uomo che – secondo quanto racconta – doveva essere un rigattiere. I mezzi della banda, che cominciava ad arricchirsi di musici, all’inizio non erano il massimo del suono e dell’efficienza: materiale arrangiato e poche ance per soffiarci dentro. Ma “soffiando, soffiando”, la passione per questo tipo di strumento è dilagata e ha contagiato tanti ragazzi. Oggi i componenti della banda sono più di cento. Grazie al progetto “Banda senza frontiere” di ULAIA sostenuto dalla Chiesa Valdese, gli strumenti sono aumentati: non solo cornamuse, ma percussioni, violini, chitarre, sassofoni e, quest’anno, è arrivato anche un piano. Dai racconti di Abo Wassim mi sembra di sentirla quella musica, così come sento il vociare dei bambini (più di 3mila nel campo di Burj al Shemali), i giochi, le risa. Si, perché quest’uomo riesce a farmi sentire la “felicità delle piccole cose” di questi ragazzi, ai quali Assumoud cerca di dare un futuro. 

Un futuro incerto, che, viste le condizioni attuali, non promette bene. Dall’1 gennaio 2016 l’UNRWA ha modificato le sue politiche in tema di assistenza sanitaria ospedaliera dei palestinesi in Libano: nuove regole, nuovi sistemi di accesso alle strutture sanitarie e tetti massimi per le diverse prestazioni, con lo scopo di “rendere la copertura sanitaria più simile a quella del paese ospitante”. Le associazioni, che si stanno battendo per i diritti di un popolo – già vessato “da alti tassi di povertà, di disoccupazione e di problemi di salute”, dice Abo Wassim – si chiedono come sia pensabile creare un’uniformità di trattamento tra libanesi e palestinesi, visto che quest’ultimi, pur vivendo in Libano da quasi 70 anni, sono discriminati a livello costituzionale nell’esercizio delle maggior parte delle professioni e relegati principalmente a lavori umili. Anche se da questa parte del mondo non stanno arrivando notizie, migliaia di palestinesi in Libano stanno manifestando perché il provvedimento sia revocato. Quale futuro può restare a un popolo già senza diritti, se gli si riduce istruzione e assistenza ospedaliera?

Mi chiedo come possano germogliare sogni in questa realtà… Ma nella forza delle parole di Abo Wassim sento che il sogno in lui è ancora vivo, proprio come quello che aveva da bambino. Gli chiedo qual è il tuo sogno oggi? “Rivedere la mia terra prima di morire”. E i palestinesi ritorneranno a casa un giorno? “Yes, sure, we come back home”. 
E, si sa, perché i sogni si realizzino, basta crederci fortemente.

Mimma Scigliano

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Tornare a casa, il sogno di Abo Wassim…

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Per la Rotta dei Poeti, un incontro speciale, quello con il coordinatore nei campi del Sud del Libano, della ONG Beit Atfal Assumoud, che opera a difesa dei diritti dei rifugiati palestinesi.

Da ragazzo Mahmoud El Joumaa “Abo Wassim” aveva un sogno. Ora di anni ne ha oltre sessanta, ma, dai suoi occhi ridenti di giovane speranzoso capisco che quel sogno è ancora vivo dentro di lui. Lo incontro, insieme a una mia nuova amica, Olga Ambrosanio, presidente della Onlus ULAIA Arte Sud, in un bar rumoroso del quartiere San Lorenzo a Roma.
Ma le voci non mi confondono, è come se non esistessero. Il suo racconto appassiona, coinvolge. La sua storia inizia nel 1952 nel Sud del Libano, a Marjayoun. Nasce lì Abo Wassim, da una famiglia palestinese, la sua è tra quelle emigrate in Libano durante l’esodo del 1948, conosciuto come “nakba”, letteralmente “disastro”, “catastrofe”, “cataclisma”.
A causa della guerra arabo-israeliana, dopo la fondazione dello Stato di Israele, oltre 700 mila arabi palestinesi abbandonarono le loro città, i loro villaggi e, dopo il conflitto, furono espulsi e persero il loro diritto a ritornare nelle proprie terre. Nonostante il diritto al ritorno sia sancitodall’art 11 della risoluzione ONU n. 194 dell’11 dicembre 1948.

Ritornare a casa: un desiderio che, negli anni, si è trasformato in un sogno. Quel sogno con cui quest’uomo dal viso lucente, che mi trovo davanti, è cresciuto. “Quando ero piccolo – racconta – percorrevo oltre 2 km, attraverso i checkpoint, per arrivare a scuola. Vedevo sempre cumuli di gente manifestare, ma non riuscivo a comprendere cosa stesse succedendo…”. Ma poi iniziò a capire e, man mano che le cose gli apparivano più chiare, dentro di lui, germogliava un impulso: “tutti i miei compagni avevano dei progetti, chi voleva fare l’avvocato, chi l’ingegnere, chi il medico, e quando mi chiedevano cosa volessi fare io, per me esisteva solo una risposta: aiutare la mia gente”.
Già, perché, anche se possiede la cittadinanza libanese, Abo Wassim ha sempre continuato a considerarsi palestinese,radici che ha trasmesso anche ai suoi figli: “non dicono mai di essere libanesi, ma con orgoglio dichiarano di essere palestinesi”. La loro vita – come quella del loro padre – è nei campi dei rifugiati, quando escono da lì, si sentono persi, strani.
Per la maggior parte della sua vita, Abo Wassim ha vissuto nei campi insieme alla sua gente. Da lì è iniziata la sua lotta, “la lotta è la mia vita”, dice sorridendo. Il suo lungo viaggio da attivista è iniziato a Tyro. Aveva poco più di 20 anni, quando con il Club Al Houleeh, un’associazione costituita per difendere i diritti dei palestinesi in Libano, prese parte ad una lunga protesta di 44 giorni nei confronti dell’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite costituita proprio nel 1949 per occuparsi del soccorso, dell’occupazione, dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria, dei servizi sociali e degli aiuti di emergenza dei rifugiati palestinesi in Medio Oriente. 
“In realtà in quel periodo (a ridosso degli anni ’60) – precisa – mancava tutto: l’acqua, le scuole e vivevamo nel fango. La battaglia fu molto dura, ma si diffuse in tutti i campi fino ad arrivare a Beirut, all’ufficio principale dell’UNRWA. Non ci siamo arresi fino a quando non abbiamo ottenuto una ruota che irrogasse acqua, due scuole e materiale edile per togliere il fango e rendere le condizioni di tutti più vivibili”. “Il nostro obiettivo – continua – era ottenere più servizi possibili. Era un dovere verso il nostro popolo”.

Per le sue idee e il suo strenuo attivismo, Abo Wassim è stato arrestato e rinchiuso in prigione diverse volte, ma non ha mai mollato, non se ne è mai andato, nonostante ne avesse la possibilità. “La mia vita, la mia storia, le mie relazioni stanno nel campo – dice – non me ne dimentico mai neanche quando sono lontano”. Nel 1976 i responsabili di Beit Atfal Assumoud, l’associazione di cui ancora oggi fa parte e di cui è coordinatore nei campi del Sud Libano, lo incaricò di seguire programmi rivolti ai bambini. L’attivismo non era permesso, così iniziò a lavorare di nascosto, la sua famiglia gli diede una grossa mano: il padre, era uno ‘sheikh’, il capo religioso del campo, e non si è mai tirato indietro dalla “lotta”, e la madre, durante la guerra civile libanese, attraversava i checkpoint per consegnare i soldi che servivano per aiutare i rifugiati e che rischiavano di essere sottratti dalle milizie sciite del partito di Amal, nascondendoli nel pannolino del figlio più piccolo.

Non ha difficoltà a descrivere le situazioni difficili e pericolose che ha dovuto affrontare. Nel 1986, anno del conflitto tra i guerriglieri dell’OLP e Amal, Abo Wassim, stanato da quest’ultimo per le sue idee, dovette nascondersi sei mesi al buio. 
E’ difficile pensare che il suo viso luminoso possa aver conosciuto le tenebre. Anni prima, nel 1982, era scampato per poco all’eccidio di Shatila di civili, palestinesi e sciiti libanesi, compiuto dalle falangi libanesi e dall’Esercito del Libano del Sud , con la complicità dell’esercito israeliano. Eppure quando gli chiedo se ha paura, la sua espressione tranquilla e serena, mi stupisce. “Se qualcosa deve accadere, accadrà… Questa è la vita!”. E poi con ironia aggiunge: “Certo non passo mai due volte dalla stessa strada”. L’importante – pensa Abo Wassim – è lasciare una traccia, un buon esempio di se stessi nel mondo. Di certo un esempio come lui non si trova tutti i giorni, mi sento fortunata di avere la possibilità di incontrarlo e ascoltare la sua storia. Grazie al suo impegno, Assumoud opera dal 1991 anche nel campo rifugiati di Burj al Shemali.
Da allora quello che è stato costruito è davvero impressionante. Sono sorti spazi e servizi sanitari e sociali, dove lavorano assistenti sociali e medici, asili, scuole, una clinica ortopedica, un consultorio per i più giovani, una stanza per la ginecologia, spazi ricreativi e una sala computer chiamata “without border”, “senza confini”.

Senza confini come la musica, un’arte che emoziona il mio interlocutore, lo vedo dai suoi occhi, sempre più ridenti. “Quella della banda di cornamuse è un’altra storia”, precisa. Una storia iniziata con un vecchio strumento sfasciato, che tutto sembrava tranne che una cornamusa. L’aveva comprata con i suoi soldi da un uomo che – secondo quanto racconta – doveva essere un rigattiere. I mezzi della banda, che cominciava ad arricchirsi di musici, all’inizio non erano il massimo del suono e dell’efficienza: materiale arrangiato e poche ance per soffiarci dentro. Ma “soffiando, soffiando”, la passione per questo tipo di strumento è dilagata e ha contagiato tanti ragazzi. Oggi i componenti della banda sono più di cento. Grazie al progetto “Banda senza frontiere” di ULAIA sostenuto dalla Chiesa Valdese, gli strumenti sono aumentati: non solo cornamuse, ma percussioni, violini, chitarre, sassofoni e, quest’anno, è arrivato anche un piano. Dai racconti di Abo Wassim mi sembra di sentirla quella musica, così come sento il vociare dei bambini (più di 3mila nel campo di Burj al Shemali), i giochi, le risa. Si, perché quest’uomo riesce a farmi sentire la “felicità delle piccole cose” di questi ragazzi, ai quali Assumoud cerca di dare un futuro. 

Un futuro incerto, che, viste le condizioni attuali, non promette bene. Dall’1 gennaio 2016 l’UNRWA ha modificato le sue politiche in tema di assistenza sanitaria ospedaliera dei palestinesi in Libano: nuove regole, nuovi sistemi di accesso alle strutture sanitarie e tetti massimi per le diverse prestazioni, con lo scopo di “rendere la copertura sanitaria più simile a quella del paese ospitante”. Le associazioni, che si stanno battendo per i diritti di un popolo – già vessato “da alti tassi di povertà, di disoccupazione e di problemi di salute”, dice Abo Wassim – si chiedono come sia pensabile creare un’uniformità di trattamento tra libanesi e palestinesi, visto che quest’ultimi, pur vivendo in Libano da quasi 70 anni, sono discriminati a livello costituzionale nell’esercizio delle maggior parte delle professioni e relegati principalmente a lavori umili. Anche se da questa parte del mondo non stanno arrivando notizie, migliaia di palestinesi in Libano stanno manifestando perché il provvedimento sia revocato. Quale futuro può restare a un popolo già senza diritti, se gli si riduce istruzione e assistenza ospedaliera?

Mi chiedo come possano germogliare sogni in questa realtà… Ma nella forza delle parole di Abo Wassim sento che il sogno in lui è ancora vivo, proprio come quello che aveva da bambino. Gli chiedo qual è il tuo sogno oggi? “Rivedere la mia terra prima di morire”. E i palestinesi ritorneranno a casa un giorno? “Yes, sure, we come back home”. 
E, si sa, perché i sogni si realizzino, basta crederci fortemente.

Mimma Scigliano

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La ricerca di una nuova civilta’

 

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Per il ciclo di interviste dedicate al Circolo Musica e Cultura, abbiamo incontrato l’artista Pino Manzella, che, domani, inaugurerà a Palermo la sua mostra “SICILIE – L’identità molteplice”, in collaborazione con i fotografi dell’associazione Asadin.

“SICILIE – L’identità molteplice”, questo il titolo della mostra che si inaugurerà domani, alle ore 17, presso l’Ex Real Fonderia alla Cala, in Piazza Fonderia a Palermo. Protagoniste le opere di Pino Manzella e foto, ad esse ispirate, dei soci Asadin, un’ associazione di fotografi non professionisti nata nel 2007 con lo scopo di promuovere la fotografia, impegnandosi in progetti collettivi dalle finalità sociali e culturali.
Il tema, come scrive Umberto Santino nella presentazione, è “la Sicilia, o meglio le Sicilie, con tutte le sue contraddizioni, con i suoi miti e i suoi stereotipi ma pure le sue semplici, quotidiane, umili e preziose speranze-certezze”.
Durante l’inaugurazione verrà presentato anche il catalogo curato da Giuseppe Viviano ed edito da Casa Memoria Impastato Edizioni.
Approfittando dell’occasione abbiamo intervistato Pino Manzellla, altro artista che ha iniziato la sua attività e il suo impegno politico e civile nell’ambito dell’esperienza del Circolo Musica e Cultura.

Qual è il suo legame con il Circolo Musica e Cultura, quando e come è entrato a farne parte e cosa ha rappresentato per lei?

Sono stato al Circolo Musica e Cultura sin dall’inizio, quando cominciò l’attività fui incaricato di fare un disegno da attaccare alle pareti del circolo. Il disegno fu discusso e alla fine si decise di non affiggerlo perché, al centro del disegno, c’era una grande bandiera rossa con la quale si dava al Circolo un’identità troppo esplicita. E noi non volevamo spaventare i giovani che, eventualmente, si sarebbero avvicinati e, magari, vedendo la bandiera rossa, non sarebbero più venuti.
Al Circolo si faceva di tutto: teatro, musica, cineforum, convegni, mostre itineranti, murales, ci scambiavamo libri, attraverso una biblioteca “decentralizzata” in cui ognuno di noi metteva, in un elenco a disposizione di tutti, un certo numero di volumi della propria biblioteca. Fu un periodo effervescente e, soprattutto, di crescita culturale e politica per tutti quelli che lo frequentavano.
Il Circolo per la nostra formazione è stato molto più importante del periodo di Radio Aut e forse nel film “I Cento Passi” non gli è stato dato lo spazio che meritava. E questo, penso, abbia creato una vera e propria deformazione di prospettiva nell’immaginario collettivo.

Quali sono state le tappe fondamentali del suo percorso artistico da allora a oggi?

Ho iniziato nei primi anni ’70 disegnando vignette e copertine di giornaletti che si facevano con il ciclostile (il ciclostile, chi se lo ricorda?). Per fare i manifesti più grandi facevo il disegno su una matrice, uno stencil, e poi un compagno con l’attrezzatura da lattoniere stampava in serie. Quanto darei per avere una foto di quei momenti in cui sul marciapiede del Corso di Cinisi allineavamo per almeno cinquanta metri tutti i manifesti per farli asciugare!
Poi disegnavo i manifesti dei film che proiettavamo al Circolo, disegnai le pareti del Circolo in occasione del Carnevale, ma più che altro disegnare era il mio contributo alle nostre attività. Dopo che Peppino fu ucciso, preparai lo striscione con il suo volto e la scritta “La mafia uccide il silenzio pure” . Da allora ho sempre disegnato e dipinto.
La mia prima mostra personale fu presentata dal pittore Stefano Venuti nel 1986. Poi ne sono seguite, sia personali che collettive.
L’ultima, “Il filo rosso della memoria”, organizzata dalla Cgil di Ravenna alla biblioteca Classense, sarà una mostra itinerante che toccherà altre città nei prossimi mesi. Dopo Ravenna la mostra andrà a Bagnacavallo, Cervia e Forlimpopoli, a maggio tornerà a Cinisi per ripartire subito dopo per Forlì.

Qual è stato il suo legame con Peppino Impastato e come prosegue oggi?

Ho conosciuto Peppino nel ’68. Lui aveva vent’anni, io diciassette. Lui faceva già comizi ai contadini di Punta Raisi, io cominciavo a respirare l’aria della rivolta. E poi sono seguiti anni d’impegno politico e culturale, di viaggi, di disegni per le infinite attività che si facevano.
Proseguo ancora oggi cercando di mantenere viva la sua memoria anche attraverso le mostre. Il mio impegno civile continua attraverso l’arte. Non so fino a che punto è utile ma è quello che so fare.

L’arte e la memoria, l’arte e l’impegno: quali sono i punti focali di questi binomi?

Per quanto mi riguarda ho cercato, a cominciare dal murales che si trova a Casa Memoria, di coniugare l’arte e la memoria, di utilizzare l’arte per salvaguardare la memoria.
Le carte antiche sulle quali dipingo servono a evocare un passato pieno di ombre, le ombre della nostra storia. Il disegno diventa un modo per riflettere sui drammi della nostra isola, senza dimenticare le sue bellezze.
La mostra “Il filo rosso della memoria” è l’esito finale (ma sempre provvisorio) della mia ricerca. C’è l’uso delle carte antiche, c’è l’impegno civile, ci sono gli omaggi agli scrittori e poeti, c’è il ricordo di quelli che si sono impegnati, ciascuno nel suo campo, per rendere migliore questa nostra terra, c’è la denuncia di una certa cultura, degli stereotipi. Insomma c’è la ricerca di una nuova civiltà.

La mostra presso l’Ex Real Fonderia alla Cala sarà visitabile fino al 19 Marzo 2016, dal lunedì al sabato dalle ore 9 alle ore 13 e dalle ore 15 alle ore 19.

Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato

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giovanniconafrikasi

Il viaggio continua

 

 

giovanniconafrikasi

Dopo l’esperienza in Kenya, Giovanni Impastato ci racconta quanto sia stato difficile il ritorno, ma quello che conta è proseguire. Ancora tante le iniziative in programma insieme ad AfrikaSì.

Il mio viaggio in Kenya con AfrikaSì Onlus si aggiunge alle diverse e numerose esperienze vissute in molti anni in tanti luoghi diversi, che si collegano a un’altra importante “missione”: quella di diffondere la storia e le idee di Peppino perché non siano dimenticate e siano conosciute da un numero sempre maggiore di persone. 
Al mio ritorno dall’Africa sono dovuto subito ripartire per un impegno preso con il Centro Impastato di Sanremo per il Festival della Legalità e delle Idee presso il Casinò della Città dei Fiori. Il passaggio è stato sconvolgente: dallo slum di Nairobi alla città ligure proprio nei giorni del Festival della canzone italiana. Dalle fogne della baraccopoli Deep Sea alla mondanità e allo spreco.
E’ difficile razionalizzare e mettere in ordine dentro me stesso questo squilibrio che ha lasciato segni profondi, non solo nella mia mente, ma soprattutto nel mio cuore.
Penso ci vorrà del tempo per riprendermi.
Ho pensato a Peppino, alle sue idee, alle sue lotte, al suo pensiero attualissimo, anche se è trascorso quasi mezzo secolo.
Da allora sembra che nulla sia cambiato: in questo mondo globale i diritti continuano a essere violati, nel nome della legalità, si costruiscono i muri e si attuano i respingimenti.
Tanti bambini muoiono annegati, insieme ai loro genitori, per scappare dalla miseria e dalle guerre, che vengono provocate dall’oppressione e dalla prepotenza da Stati imperialisti e capitalisti che schiavizzano i popoli del “Terzo Mondo” e li massacrano non appena tentano di alzare la testa.
E’ vero, la lezione di vita che mi ha dato l’esperienza vissuta a Nairobi mi ha provato molto, ma mi è servita ancora di più a rafforzarmi e a stimolare il mio impegno. Con questo spirito ho affrontato il ritorno a Sanremo e la mia testimonianza davanti a centinaia di studenti. E’ importante raccontare ai giovani l’esempio di Peppino, ma anche quello di tanti altri uomini che soffrono e lottano per i loro diritti, tentando di sollevarsi per migliorare le proprie condizioni umane.
Ho compreso ancora di più quanto siano importanti le iniziative che mi portano in giro per l’Italia con le scuole, le associazioni e con molte persone, che ancora non hanno perso la speranza del cambiamento e sono fuori dalla logica della rassegnazione.

Il futuro
Per Casa Memoria l’incontro con AfrikaSì Onlus è un momento di crescita, un valore aggiunto a tutto il lavoro e l’impegno profuso in questi quasi quarant’anni, dopo l’assassinio mafioso di Peppino.
E’ stato importante condividere le sue idee in un sistema illegale dove la mafia è parte integrante di questo grande processo di globalizzazione.
Oggi, dopo questa esperienza, sento di dover ringraziare i miei compagni di viaggio che mi sono stati accanto in questi giorni molto difficili, impegnativi e carichi di emozione.
Con AfrikaSì Onlus svilupperemo un programma condiviso di eventi (che riportiamo di seguito ndr). In occasione delle diverse manifestazioni sarà presentata un’ampia documentazione fotografica e documentaristica del lavoro realizzato.
Il viaggio continua!

Giovanni Impastato

Calendario degli eventi:

21 Marzo a Roma, Teatro Sala Umberto, conferenza e video reportage. Relatori:

       MargretOdeke, Coord. – Social Worker del “Deep Sea Educational Project” – Nairobi, Kenya;

       AntonyMwangi, sociologo, nato e vissuto nella baraccopoli Deep Sea – Nairobi, Kenya;

       Giovanni Impastato – Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, Cinisi (PA);

       Santi Palazzolo – Cinisi (PA).

22 Marzo a Venezia, Liceo Artistico M. Guggenheim, conferenza e video reportage. Relatori:

       MargretOdeke, Coord. – Social Worker del “Deep Sea Educational Project” – Nairobi, Kenya;

       AntonyMwangi, sociologo, nato e vissuto nella baraccopoli Deep Sea – Nairobi, Kenya;

       Giovanni Impastato – Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, Cinisi (PA);

8 Maggio a Cinisi, anniversario dell’assassinio di Peppino Impastato.

29 Maggio a Palermo, Torneo di Taekwondo “Solidarietà, Legalità e Ambiente”.

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giovannibambiniafrika

Un viaggio che mi ha insegnato molto…

 

giovannibambiniafrika

La prima parte del racconto di Giovanni Impastato sulla sua esperienza negli slum di Nairobi (Kenya) con Afrikasì Onlus. La condivisione di un progetto, ma soprattutto una lezione di vita… 

Avevo vissuto il Kenya tanti anni fa, da turista. Nel 1982, insieme a mia moglie, ho deciso di fare un viaggio attratto dal meraviglioso fascino dell’Africa: la natura, i paesaggi, gli animali. L’Africa ti contagia e ti travolge e non puoi fare a meno di tornarci.
A gennaio 2016, dopo tanto tempo e con il doppio dell’età ci sono tornato… questa volta non da turista. Insieme al gruppo di AfrikaSì Onlus, associazione con la quale abbiamo avviato una collaborazione sulle tematiche dei Diritti Negati e Legalità, ho vissuto un’esperienza umanitaria negli slum di Nairobi, esattamente nella baraccopoli del Deep Sea.
Da quindici anni AfrikaSì Onlus, fondata dal dottor Ennio Maria di Giulio, primario dell’ospedale San Camillo di Roma, è impegnata in un lavoro rivolto allo sviluppo sostenibile della comunità Deep Sea in campo sanitario e scolastico, nella difesa e tutela dei diritti umani in un contesto di negazione assoluta della dignità umana. 
Ad oggi, AfrikaSì Onlus, ha sostenuto con l’intervento sanitario circa 10500 persone e con il percorso educativo (scuola materna, primaria, secondaria ed università) circa 7320 alunni e studenti.
Nello slum, dove le fogne sono a cielo aperto e si vive accanto ad una grande discarica, è stata costruita una Scuola – Centro Educativo.
Sono rimasto scioccato da tutto questo grande lavoro, impensabile prima della partenza.
Con questo viaggio ho toccato con mano le fatiche dei membri di AfrikaSì Onlus che si recano a Nairobi regolarmente da 15 anni e ho recepito il loro straordinario rapporto di relazione con la comunità, con i bambini ed i giovani.
Nonostante i miei passati sessant’anni e le tante esperienze vissute, posso dire di aver ricevuto una bella lezione di vita. Un vero bagno di umiltà che mi ha insegnato tanto, ma soprattutto mi ha reso consapevole delle condizioni in cui vivono i miseri e gli emarginati in questo universo.
Sono partito il 23 gennaio, con i miei compagni di viaggio, che hanno mostrato tanta attenzione nei miei confronti considerandomi, giustamente, poco esperto della situazione. Una situazione che da un momento all’altro sarebbe potuta esplodere, dopo il minacciato sgombero delle baraccopoli da parte della polizia locale per la costruzione di una strada che attraverserà lo slum e pagata anche con i fondi dell’Unione Europea.
La prepotenza di un capitalismo senza regole continua a creare ingiustizie e oppressione, riducendo la gente alla fame, alla miseria, aumentando sempre più il divario delle risorse. Mentre l’aereo volava verso sud, ci lasciavamo alle spalle il nostro mondo. Un mondo che può raggiungere picchi di assurdità, colmo di retorica e ipocrisia A tal proposito è doveroso ricordare la discutibile accoglienza, direi pessima, che ci ha riservato la struttura religiosa missionaria della Consolata di Nairobi, tradizionale campo base dell’organizzazione in loco di AfrikaSì Onlus, almeno fino ad oggi. Dopo il lungo viaggio, stanchi e carichi di bagagli destinati alla comunità del Deep Sea, ci saremmo aspettati almeno un minimo di buona educazione, pilastro della relazione tra le persone, da chi della fraternità e solidarietà ne fa una ragione e scelta di vita. 
E’ stato un attimo e ci siamo ritrovati nella cruda realtà di fogne, cataste di rifiuti fumanti e persone disperate che cercano di sfamarsi. La realtà della scuola, fondata da AfrikaSì Onlus nel 2006, mi ha emozionato: bambini piccolissimi impegnati nello studio, insieme agli insegnanti, che vivono al ritmo della giornata con estrema serenità, con solidarietà l’uno nei confronti dell’altro, fino al punto di dividere tutto, dal cibo al riposo quotidiano. Una vita molto diversa da quella dei nostri bambini. Mi ha sorpreso il loro sguardo sereno, fiero e allo stesso tempo sorridente, il volto dell’Africa che, malgrado la fame e la miseria, non rinuncia ad andare avanti. 
L’impatto con lo slum è sconvolgente, la baraccopoli è collocata al livello della fognatura a cielo aperto, le baracche di plastica, cartoni e lamiera bruciata misurano massimo tre metri per quattro e ospitano tanti bimbi e madri. Al degrado sociale si accompagna il degrado morale e la violenza: stupri, furti e crimini di ogni genere sono  all’ordine del giorno. Il paradosso è che a pochi metri dallo slum imperano le grandi ville dei ricchi con enormi cancelli, protetti da recinti  attaccati alla corrente  elettrica per scongiurare i furti. Chiunque tenti di scavalcare rischia di rimanere fulminato, cosa già successa diverse volte.
A Nairobi si vive senza regole. La polizia corrotta è efficientissima  solo nella richiesta continua di tangenti ed azioni di violenze gratuite. La città è molto pericolosa e anche molto esposta al terrorismo. Negli spostamenti eravamo scortati da persone  della comunità Deep Sea molto vicine ad AfrikaSì Onlus e amici del dottor Ennio Maria di Giulio ed Alessandra Tiengo, presidente dell’associazione. Ennio ed Alessandra sono molto amati e stimati dalla comunità per il loro lavoro ed impegno che hanno portato avanti insieme ai membri dell’associazione.
Abbiamo vissuto con Virginia, una delle più importanti rappresentanti della baraccopoli, momenti di discussione e convivialità assaporando il cibo locale cucinato da lei stessa. Inoltre abbiamo potuto vivere il contatto con la cultura locale espressa attraverso la conoscenza di straordinari artigiani kenioti.
La sera prima del nostro ritorno in Italia abbiamo trascorso la serata nel “ristorantino” di Virginia con i giovani studenti sostenuti da AfrikaSì Onlus nati e residenti nella baraccopoli. Alcuni di loro hanno conseguito la laurea con voti di eccellenza ma soprattutto la possibilità di essere protagonisti di un cambiamento nella loro vita e in quella della società. Giovani attenti, curiosi, sensibili con i quali ho potuto condividere riflessioni e opinioni su tematiche esistenziali. Questo mi ha fatto capire che qualcosa si può fare, che non è impossibile realizzare obiettivi concreti. La linea giusta è allontanarsi dalla cultura e dalla logica dell’assistenzialismo, atteggiamento sicuramente colonialista capace solo di confermare dipendenza. E’ fondamentale esserci e camminare con loro.
Sono fiero di aver ricevuto questa lezione molto dura e istruttiva e di aver colto soprattutto molti aspetti importanti che mi hanno aiutato tantissimo a vedere le cose in maniera diversa e ad apprezzare il prossimo.
Oggi posso dire che qualcosa d’importante, che si lega alle idee di Peppino, l’abbiamo fatta. Memorabile la sua frase a proposito di diritto allo studio “… La cultura… patrimonio di massa in continua evoluzione è frutto del contributo quotidiano di tutti gli uomini in lotta per migliorare le proprie condizioni di vita”. Con AfrikaSì Onlus desideriamo continuare a condividere un percorso di diritti negati e legalità. (continua…)

Giovanni Impastato

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9 maggio 2016: un impegno unificato

 

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In occasione delle celebrazioni per il 38mo anniversario dell’assasinio mafioso di Peppino Impastato, un appello a tutte le realtà associative per un programma congiunto

Unire i 10, 100, 1000 passi e oltre…di tante persone e tante realtà. Non disperdere l’impegno e coinvolgere tutti in una mobilitazione nazionale, che possa convogliare a Cinisi nei giorni del 38mo anniversario dell’assassinio mafioso di Peppino Impastato.
Tutto questo vuole essere l’obiettivo del 9 maggio 2016. Quest’anno di fronte a emergenze e a istanze sempre più pressanti e urgenti, che riguardano la difesa e il rispetto dei diritti umani, sempre più calpestati in questo sistema globalizzato, come Casa Memoria vogliamo lanciare un appello a tutte le associazioni che fanno riferimento alla figura di Peppino per promuovere e pianificare un programma congiunto.
Il fine è di ampliare il nostro impegno a diverse realtà e arrivare a condividere, nella giornata del 9 maggio, due momenti importanti: il presidio a cui parteciperemo in massa davanti al casolare dove è stato ucciso Peppino e il corteo storico, ormai appuntamento immancabile, da Radio Aut a Terrasini a Casa Memoria a Cinisi.

Il nostro appello è rivolto alle associazioni antimafia locali e nazionali, ai movimenti di lotta, agli organi di informazione, al mondo del lavoro, alle scuole e a tutti coloro che non hanno dimenticato e vogliono continuare a lottare per costruire una società migliore.
Con le idee e il coraggio di Peppino noi continueremo. Uno dei nostri intenti principali è quello di trasmettere alle nuove generazioni il suo messaggio di lotta e di impegno civile. Proprio per questo motivo la presenza a Cinisi di voi tutti è importante.

Alcune iniziative del programma sono già state definite. Venerdì 6 maggio presentreremo la nuova edizione del libro di Gabriella Ebano “Felicia e le sue sorelle”.
Sabato 7 maggio si svolgerà l’ncontro con dibattito sui fatti del 9 maggio 1978, che legano la storia di Peppino a quella di Aldo Moro. Affronteremo la tematica di quel momento storico con la partecipazione di Agnese Moro, figlia dello statista, e di altri importanti ospiti. 
Domenica 8 maggio in programma il Convegno, promosso in collaborazione con l’associazione AfriKasì, sul progetto “Diritto allo studio e legalità” nello Slum Deep Sea a Nairobi, in Kenya.
Le serate del 7, 8, 9 maggio saranno dedicate a spettacoli teatrali e musicali con l’assegnazione del premio “Musica e Cultura” e la partecipazione di diversi artisti.
Saranno allestite anche quattro mostre fotografiche su diversi argomenti che si legano al nostro impegno. Durante il presidio al Casolare e il Corteo ci saranno incursioni e interventi di artisti di strada. Non mancheranno eventi sportivi, dal campionato di calcio per i bambini alla bliciclettata organizzati dalla Scuola calcio di Cinisi e dall’associazione Margi BiKer. Come ogni anno la Coperativa Libera-mente, che gestisce il bene confiscato alla mafia a Marina di Cinisi metterà a disposizione i propri spazi per l’ospitalità e per eventuali iniziative. Per info: ecovillaggio.fioridicampo@gmail.com Elena Ciravolo cell: 3392485455 Ornella: 3461752828.
Nei prossimi giorni sarà nostra cura fornirvi informazioni più dettagliate su tutto il programma.

Come vedete, siamo pronti per ripartire e per vivere insieme a voi impegno ed emozioni.

Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato.

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