umberto santino

Parte il No Mafia Memorial

 

umberto santino

Presentato oggi il Memoriale-laboratorio della lotta alla mafia che nasce da un progetto del Centro Impastato e troverà spazio presso Palazzo Gulì a Palermo

E’ stato presentato oggi, presso l’Auditorium Rai di Palermo, il No Mafia Memorial. Il Memoriale-laboratorio della lotta alla mafia vede la luce su un progetto del Centro Impastato e in seguito a una delibera della giunta del Comune di Palermo del dicembre 2015, che lo ha istituito ufficialmente.
Alla conferenza di presentazione hanno partecipato il sindaco Leoluca Orlando e il presidente del Centro Impastato, Umberto Santino, che ha illustrato il progetto.
L’obiettivo del No Mafia Memorial è raccontare e far rivivere una storia spesso ridotta ad alcuni episodi mediaticamente ricorrenti e con largo impiego di stereotipi, coniugando il duplice profilo dello sviluppo del fenomeno mafioso, fin dalle sue manifestazioni iniziali, e delle lotte contro di esso, sul piano giudiziario-istituzionale e su quello sociale, politico e culturale. L’intento è quello di rileggere correttamente la storia ma, soprattutto, di offrire una chiave di lettura del presente contribuendo alla progettazione partecipata del futuro con una attenzione costante alla ri-costruzione di una identità della comunità locale.
Il Memoriale-laboratorio sarà quindi uno spazio educativo, di informazione e comunicazione, di documentazione e studio, uno spazio capace di comunicare emozione, ma anche di proporre riflessioni e chiavi interpretative ai palermitani e al pubblico italiano e internazionale che visita la Città.
La sua struttura si discosta dall’idea tradizionale di museo perché si presenta alla comunità locale come un luogo in cui articolare i propri percorsi di ricerca e di confronto e in cui collaborare alla produzione partecipata di senso civico, coinvolgendo gli attori del terzo settore, il sistema educativo a tutti i livelli, i centri di studio e ricerca, le imprese che si liberano dal giogo mafioso e chiunque voglia dare il proprio contributo alla costruzione del percorso verso la coscienza antimafia, il senso civico e dei diritti.

“L’impegno della memoria e la necessità assoluta di non dimenticare – ha affermato il Sindaco di Palermo, Leoluca Orlando – impongono a tutti di creare a Palermo, la città che più di tutte ha pagato un prezzo altissimo nella lotta alla criminalità mafiosa, un luogo dove si possano ricostruire le vicende del movimento antimafia e si possa tenere alta la coscienza civile sul bisogno di legalità e giustizia. La creazione di questo spazio è parte di un più ampio percorso, fatto in sinergia con tutti coloro che si sono sempre impegnati nella lotta alla mafia, attraverso iniziative concrete ma anche attraverso la raccolta di materiali, documentazione e carteggi”.
“È un impegno – ha proseguito il sindaco – che riguarda non solo la memoria ma anche il futuro, la speranza e le giovani generazioni, mi sembra un segno importante di una città che non dimentica ma anzi fa tesoro anche culturale del sacrificio di tanti cittadini, uomini delle istituzioni e servitori dello Stato per l’affermazione della legalità come principio cardine dell’agire quotidiano di tutta la comunità”.

Il No Mafia Memorial sorgerà all’interno di Palazzo Gulì, ubicato in Corso Vittorio Emanuele.
Nelle sale al piano nobile del palazzo si svilupperà il percorso espositivo-multimediale, che racconta la storia della mafia dalle origini a oggi e, insieme, le storie di lotta alla mafia e il contesto sociale nel quale entrambe si sono svolte. Pur seguendo un filo cronologico, il racconto è costruito su una vera e propria sceneggiatura che mette insieme linguaggi tradizionali, come pannelli e fotografie di grande formato, con le più innovative tecnologie digitali interattive capaci di coinvolgere emotivamente il visitatore.
Le visite saranno guidate da una sequenza temporale predefinita dettata da apparati multimediali. Saranno fornite a ogni visitatore cuffie guida in varie lingue, che spiegheranno e indirizzeranno durante la visita.
Sono previste postazioni multimediali interattive regolate da un complesso sistema di video proiezioni gestito da computer e in grado di reagire al movimento dei visitatori, proiettando sulle superfici della sala (pareti, pavimento) immagini relative al tema di comunicazione prescelto di volta in volta, rappresentato con ricostruzioni tridimensionali, filmati di cronaca o interventi di attori, inserti didascalici o di avvenimenti emblematici.
Tutte le postazioni potranno essere controllate, assistite e aggiornate nei contenuti, anche da remoto. Ciò consentirà, senza operare fisicamente sulle macchine, di poter gestire più percorsi di visita in base al target di riferimento o, in particolari occasioni, come anniversari o iniziative speciali, di riprogrammare temporaneamente l’intero percorso o parte di esso su un tema e tornare poi alla sua normale programmazione. 
Il percorso storico sarà rappresentato avvalendosi della letteratura più qualificata e delle ricerche del Centro che, per la definizione dei contenuti da presentare al pubblico, affiancherà al suo gruppo di lavoro un gruppo di consulenza formato da giornalisti specializzati, tra i quali Lirio Abbate, Nino Amadore, Riccardo Arena, Rino Cascio, Salvatore Cusimano, Enrico Del Mercato, Dino Paternostro, Bianca Stancanelli.

Gli altri spazi del Palazzo saranno luoghi e strumenti per lo studio individuale e la ricerca di gruppo, luoghi di incontro, progettazione e animazione sociale, destinati a attività educative. È previsto che il Memoriale abbia una biblioteca e un’emeroteca, un archivio di documenti e atti giudiziari e un archivio fotografico, una cineteca e una mediateca che conterrà anche i materiali concessi da RAI Teche. Inoltre, sarà realizzata una versione itinerante del percorso espositivo-multimediale.

Partner dell’iniziativa sono: RAI Radiotelevisione Italiana, per la quale hanno partecipato alla conferenza Vincenzo Morgante e Salvatore Cusimano, e Banca Popolare Etica, per la quale ha presenziato Claudia Ciccia .

Nel prossimo autunno sarà avviata una campagna di comunicazione finalizzata a costruire il coinvolgimento attivo della città in tutte le sue espressioni individuali e collettive e sarà promossa una rete di adesioni al Memoriale per raccogliere le donazioni e le risorse finanziarie necessarie per l’allestimento della sede di Palazzo Gulì. Sulla trasparenza delle adesioni e dell’utilizzo dei fondi vigilerà un Comitato di Garanti composto da Enzo Campo, Francesco Giambrone, Francesco La Licata, Simona Mafai, Daniele Marannano.
Il Centro Impastato, inoltre, ha già avanzato una richiesta di sostegno per il Memoriale alla Fondazione con il Sud, che è attualmente in fase istruttoria.

Presso la Filiale di Palermo di Banca Popolare Etica è già attivo il conto corrente dedicato in via esclusiva al Memoriale e identificato dal codice IbanIT26 E050 1804 6000 0000 0232 761.

Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato

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Un ‘dono’ musicale ispirato a Peppino

 

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La canzone è firmata dall’attrice Annalisa Insardà ed è intitolata “…e sale quanto basta”. In anteprima sul nostro sito il video del singolo che sarà distribuito prossimamente

E’ intitolata “… e sale quanto basta” la canzone di Annalisa Insardà ispirata a Peppino Impastato. L’attrice, protagonista di tanti ruoli nel cinema, nel teatro e in televisione, l’aveva cantata per la prima volta nella serata finale del 9 maggio dopo aver messo in scena il suo spettacolo “Reality shock”.
Oggi abbiamo l’onore di pubblicare in anteprima il video del singolo che sarà distribuito attraverso tante altre realtà e troverà spazio nel prossimo disco del cantautore Carmine Torchia. Ad Annalisa Insardà, che ha risposto con molta disponibilità alle nostre domande, va il nostro sentito ed emozionato “grazie”

 

 

 

Come è nata questa canzone e perché hai pensato di ispirarti a Peppino?

Quando mi chiesero di mettere in scena “Reality shock” per la commemorazione di Peppino, mi resi conto che, dopo quasi quattro anni di tournée, quella sarebbe stata la prima volta in cui mi sarei trovata a “casa” di una vittima di mafia, in un luogo riconosciuto, oramai internazionalmente, come luogo di azione contro il sopruso della criminalità organizzata. Il mio è uno spettacolo che parla sì di privazione di libertà, ma nei suoi molteplici aspetti, ma di mafia (a parte non parlare nello specifico di Peppino) parla in un unico monologo e per giunta antifrastico. Dunque ho pensato che per ringraziare Cinisi dell’ospitalità, avrei dovuto, come si conviene ad un’attenta ospite che riceve un gradito invito, presentarmi con un dono. Da qui nasce l’idea della canzone, che ricordo di aver cantato alla fine di un reading faticosissimo – quale è il mio – con una forza e una partecipazione emotiva impensabili dopo tutte le energie spese per lo spettacolo.
Vivo ancora dentro quell’emozione.

Perché hai scelto il titolo “… e sale quanto basta”?
Perché la canzone si compone di due parti: una storica e una che rappresenta, nel mio immaginario, la ricetta secondo cui Dio avrebbe previsto di “sfornare” (giustappunto) non semplicemente un essere umano, ma un essere umano cosciente. Essendo appunto una ricetta, nella canzone sono indicati i diversi ingredienti necessari per una buona riuscita del “prodotto”. E come in ogni ricetta che si rispetti, l’indicazione finale inserita in calce al procedimento di preparazione è: “e sale quanto basta”. Da qui il titolo. 

La canzone sarà un singolo o farà parte di una compilation? Come la distribuirete?
La canzone ci auguriamo raggiunga tutte le associazioni, le scuole, i movimenti che nel nome di Peppino Impastato, e non solo, lavorano costantemente nelle maglie della società, intervenendo soprattutto laddove le istituzioni sono maggiormente assenti. Speriamo diventi un inno alla libertà e alla giustizia. In più entrerà nel prossimo disco dell’amico e raffinato cantautore Carmine Torchia, autore delle musiche e dell’arrangiamento di “… e sale quanto basta”.

Cosa ha significato per te portare il tuo spettacolo “Reality shock” a Cinisi proprio in occasione della ricorrenza del 9 maggio, data importante per la memoria nel ricordo di Peppino Impasto?
Bella domanda! Il significato per me di tutto questo è da indagare in molteplici aspetti. Sono nata nel ’78. Io nascevo, lui veniva ucciso. Appartengo a un anno inviso a molti, specie a quelli che lo hanno conosciuto e amato. Poi ognuno di noi si porta dietro, inevitabilmente, il contesto storico nel quale nasce, il sistema dentro il quale cresce e la cultura sociale dentro cui si forma. Alcune persone che conosco non festeggiano il loro compleanno perché hanno la stessa data di eventi funesti, sentendo di non dover ricordare con gioia la loro venuta al mondo perché concomitante con omicidi, stragi o azioni violente. Ma, a volte, le nostre vestigia o le coincidenze che ci riguardano, possono essere il motore che detta il cambiamento. Io crescevo mentre il potere mafioso decideva di far saltare in aria questo o quel giudice, quando non si capiva bene chi fosse Stato e chi fosse anti-Stato, con buona pace di quella parte delle istituzioni malamente colluse. E dunque: seguire il flusso o cambiare direzione? Assoggettarsi o reagire? Del resto Peppino fu il primo ad abiurare un destino potenzialmente già scritto considerata la sua provenienza. Essere a Cinisi il 9 maggio è equivalso a partecipare al cambiamento, a dichiarare, con maggiore valore simbolico, il lato della barricata dalla quale si decide di stare, a sposare la causa delle vittime, specie quando queste sono innocenti o quando sono colpevoli di tentare di combattere il puzzo del compromesso, della vessazione, del sopruso, dell’ingiustizia sociale

Che ruolo ha l’impegno civile nella tua vita e nella tua arte?
Io credo fermamente che l’arte sia e debba essere rivoluzionaria. E mettere la propria arte al servizio di una rivoluzione culturale, di una rivoluzione gentile ma determinata, rende il lavoro socialmente efficace, la mente ispirata e l’animo predisposto al bene. Riuscire a coniugare impegno civile e arte rischia di farmi essere felice.

Come il teatro può contribuire ad attivare memoria e impegno su temi civili e sociali?
A mio avviso il teatro è certamente il metodo più efficace per raggiungere e toccare le corde sensibili di un individuo. E tutto questo per una serie di ragioni sintetizzabili nella peculiarità che il linguaggio teatrale ha di aggirare la parte conscia del nostro cervello (che, in quanto tale, potrebbe anche essere resistente rispetto al tipo di argomento trattato), per raggiungere quella inconscia, quella emotiva, che recepisce a prescindere dalla nostra volontà. Il teatro non racconta di fatti come se questi fossero già accaduti, allontanandoli dal presente, ma come se accadessero in quel preciso momento, cosa questa che amplifica l’empatia dello spettatore che partecipa alle vicende dei personaggi in modo diretto. Ed è proprio questo meccanismo che scatena quella contagiosa emotività che consente al teatro di toccare e modificare le coscienze. Il teatro è il grande artificiere che può disinnescare i meccanismi di distruzione sociale.

Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato

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Torniamo al calcio vero

 

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Con l’inizio degli Europei di calcio, una riflessione di Giovanni Impastato sul valore educativo dello sport e sulle criticità di un sistema calcistico corrotto e globalizzato

Con l’inizio degli Europei il calcio tornerà, dopo una pausa, a essere protagonista della vita quotidiana degli italiani.
Peppino amava tantissimo il calcio, non a caso la sua prima denuncia sociale sulle pagine del giornale L’Idea, fondato nel 1965, era legata al fatto che a Cinisi non esisteva un campo sportivo e che i giovani dovevano praticare il calcio in mezzo alla strada o su campi improvvisati. Il suo articolo finiva con questa frase: “Forse il signor sindaco di Cinisi ignora la parola sport”.
Ed è sul valore dello sport che occorre fare una riflessione. Pier Paolo Pasolini sosteneva che il calcio fosse l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Un’affermazione densa di significato che sembra così lontana dal mondo del calcio di oggi.
Quello che questo mondo ci propone oggi non ha nulla a che fare con la funzione educativa che questo sport dovrebbe avere.
I vertici calcistici gestiscono un grande  potere economico basato sulla corruzione e sul mal costume e anche le mafie sono riuscite a creare un vizioso giro d’affari, che si regge sulle scommesse e sui ricatti, e a inserirsi in questo sistema fino al punto di condizionare le partite e di falsare i campionati.
Le inchieste sulla corruzione calcistica sono all’ordine del giorno e non hanno mai fine.
Questa purtroppo è l’amara realtà che avvolge il mondo del pallone. E con il bombardamento mediatico la gente viene condizionata da logiche consumistiche. Non si parla altro che di mercato calcistico, di ingaggi super milionari, di compra-vendita dei giocatori, di allenatori super pagati e di presidenti che danno cattivi esempi.
Ci troviamo di fronte a un mondo basato sull’ipocrisia e sulle falsità. Nel giro di pochi anni, anche quel poco di positivo che poteva offrire questo sport è stato totalmente cancellato.
Ritengo che la crisi della Nazionale Italiana sia causata soprattutto da questi episodi spiacevoli e vergognosi. Non a caso le umiliazioni subite nelle ultime due edizioni dei Campionati Mondiali in Sud Africa e in Brasile dimostrano che siamo molto lontani dalla logica di uno sport vero, mancano le idee e siamo trascinati dal successo a tutti i costi con giocatori che guardano solo ai loro interessi.
In questo caso difficilmente riusciremo a competere con altri paesi.
Nei giorni del 9 maggio, tra le altre iniziative, insieme all’Associazione Sportiva Calcio Cinisi, abbiamo organizzato un torneo di calcio memorial intitolato a Peppino, giunto quest’anno alla sua seconda edizione, aperto a bambini e ragazzi appartenenti alle categorie dal 2004 al 2010. Il torneo ha contato mille partecipanti e ha coinvolto 104 società.
E’ stata una grande festa carica di passione e di entusiasmo. Il coinvolgimento di bambini e genitori è stato totale, fino al punto che ci siamo resi conto che ancora possa esistere qualche spiraglio per iniziare a discutere sul vero valore dello sport in funzione della nostra crescita dal punto di vista umano e culturale.
Certo i tempi in cui Peppino organizzava i campionati liberi sembrano finiti. Si giocava sui campi sterrati senza erba, occupati abusivamente, senza spogliatoi e senza docce. La fatica veniva cancellata dall’agonismo, si lottava con lealtà per vincere non a tutti i costi ma con merito.
Non è mia intenzione fare preistoria, ma anche il calcio professionistico era diverso e lontano dalle logiche attuali. Il vero calcio non è quello che ci offrono questi “idoli” super pagati, che continuiamo a vedere ogni giorno sui canali televisivi.
Senza parlare di un pericolo reale come le scommesse. Bombardata di partite dalla mattina alla sera, la gente è costretta a non ragionare, a non riflettere, con questo stato mentale è facile essere coinvolti nelle scommesse autorizzate, ma anche clandestine.
L’estrema conseguenza è la violenza fuori e dentro gli stadi, legata alla mancanza del rispetto di determinati valori.
Il tutto rientra all’interno di un sistema capitalistico senza regole, che non ha fatto altro che calpestare la dignità umana. Il calcio è stato coinvolto direttamente in questo processo di globalizzazione e ha provocato conseguenze notevoli nel tessuto sociale.
Oggi abbiamo tutto e di più, ma ci mancano elementi importanti per costruire uno sport educativo al servizio delle nuove generazioni.
E’ nell’ottica di costruzione di un nuovo calcio che si muove il Memorial Peppino Impastato. Pensiamo sia necessario dare forza e voce a realtà educative come quella che stiamo portando avanti a Cinisi, con l’obiettivo di trasmettere alle nuove generazioni il messaggio di Peppino e il vero concetto educativo di sport nel tentativo di far crescere i giovani nel rispetto delle regole basate sull’etica e sui valori umani, che oggi appaiono persi.
Con queste premesse ci sentiamo di fare un appello per attivare tutti gli strumenti necessari a riportare su tutti i campi di calcio il vero valore dello sport e di fare una proposta alla Federazione Nazionale Calcio: quella di avere un ruolo attivo nel portare avanti il Terzo Memorial intitolato a Peppino Impastato e iniziative come la nostra.
Ritengo che solo lavorando insieme a realtà sportive educative territoriali ci possa essere una speranza per il calcio italiano.
Per concludere, anche se non condivido del sistema calcistico professionistico, non mi resta altro, da buon italiano, che fare gli auguri alla Nazionale Italiana di Calcio nella speranza che possa disputare un buon Campionato Europeo.
Colgo anche l’occasione di ringraziare l’Associazione Calcio Cinisi per la disponibilità mostrata e rinnovo gli auguri per la promozione in Prima categoria.

Giovanni Impastato

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Una battaglia per la vita

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Quando il veleno diventa medicina… Per La Rotta dei Poeti la storia di Massimo e del dolore che diventa attivismo 

Conosco Massimo da due anni. L’ho incontrato in un afoso pomeriggio su un campo di Legambiente in Campania. Non sapevo ancora quale fosse la sua storia, chi si nascondesse dietro quel giornale che sfogliava lentamente, con una calma invidiabile, mentre tutti quelli intorno a lui si lamentavano per il caldo.

Il buddismo è entrato nella sua vita quando aveva diciassette anni, lo ha aiutato ad affrontare il dolore, uno dei suoi compagni di viaggio, così come la puzza nauseabonda di ferro misto a plastica che lo accompagna dall’età di 4 anni.
Quella che penetrava in casa sua tutte le mattine, quando sua madre lo svegliava per fare colazione e apriva le finestre. Finestre vista Fonderie Pisano, un’azienda produttrice di ghisa che dal 1963 è situata nella periferia di Salerno, in via dei Greci, a un passo da via Partecipazione o via dei Tumori, come la hanno soprannominata tutti.
Massimo Calce compie 40 anni il prossimo dicembre e da sempre (da quando, negli anni ottanta, i suoi genitori, convinti da uno zio paterno e dalle necessità economiche, costruirono su un terreno di proprietà una casa abusiva, successivamente condonata) vive in un quadrilatero di terra che ha segnato tutta la sua vita.
“La puzza – racconta – non se ne andava mai. Più mia madre apriva le finestre per farla uscire più entrava. Poi c’erano le polveri nere, che si depositavano sui vestiti appesi ad asciugare sul balcone e che negli anni hanno completamente fatto marcire i davanzali. Per capire che il tutto era una conseguenza delle emissioni delle Fonderie c’è voluto tempo”.
Di tempo ne trascorse ancora un po’ prima di capire che c’erano conseguenze che non si potevano né vedere né percepire. Quelle legate alle patologie tumorali che in più di trent’anni hanno colpito 215 abitanti della zona, compresi Massimo e suo padre.
I luoghi si possono sempre lasciare: perché non te ne sei mai andato? – gli chiedo. “Perché non sarebbe giusto nei confronti di coloro che non hanno più voce” – mi risponde.
Nella sua mente è indelebile il ricordo delle grida notturne di suo padre afflitto dalle metastasi ossee. Il padre di Massimo è morto nel 2009, fino a quel momento non aveva mai smesso di combattere. Era stato lui, da cittadino inerme, a iniziare la “battaglia” contro le Fonderie Pisano e che nel 2004, insieme a un amico, Lorenzo Forte, fondò il Comitato Salute e Vita.
Una battaglia che Massimo ha ereditato: “io sono l’estensione della coscienza di mio padre”. E dalla quale non si è mai tirato indietro, neppure, quando, pochi mesi dopo la morte del padre, a febbraio 2010, scoprì la sua malattia: neurinoma dei nervi misti. 
Ed ecco un altro ricordo indelebile: “il tumore – mi spiega – era così grande che neanche la macchina della risonanza, sotto la quale ero stato spinto più volte, poteva vederlo”. A Piacenza, Massimo trovò uno degli unici tre medici al mondo in grado di operarlo. L’esportazione del neurinoma ebbe comunque delle ripercussioni: perdita dell’udito dall’orecchio sinistro, difficoltà d’inghiottimento, paralisi di una corda vocale e chiusura della vena giugulare.
Il racconto di Massimo sulla sua malattia è lucido, calmo e solare… mi domando come possa essere solare un dolore così grande… “Trasformare il veleno in medicina – mi dice – è un principio buddista. Il dolore si può trasformare e io l’ho trasformato, utilizzato per vivere una seconda vita”. Un’altra opportunità grazie alla quale ha trovato un nuovo lavoro – cucina in un punto macrobiotico – e ha abbracciato uno stile di vita rispettoso della natura e degli altri, recuperando parte della sua salute fisica.
Ma c’è una cosa che si porta dietro dalla sua prima vita: la battaglia contro le Fonderie Pisano e, di conseguenza, contro tutte quelle realtà che non rispettano e mettono in pericolo la salute dei cittadini.

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Il Comitato Salute e Vita, di cui Massimo fa parte, insieme ad altre persone toccate da vicino da malattie e da familiari di persone decedute e malate, si è battuto dall’inizio per la delocalizzazione delle Fonderie e negli anni si è prodigato per dimostrare l’inquinamento che la fabbrica provocava nell’aria, nell’acqua e nel sottosuolo.
“Abbiamo studiato, letto ogni carta – mi spiega – e costruito un impianto accusatorio veritiero ed efficace. Ci siamo costituiti parte civile in ogni processo per reati ambientali in cui le Fonderie sono state coinvolte”.
Dopo tanti esposti presentati in magistratura, nel novembre 2015, l’Arpac (l’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Regione Campania) della sede di Caserta comincia un’indagine sulle Fonderie, che confluisce, nell’aprile 2016, nella sospensione della fabbrica, che rimane chiusa dieci giorni per superamento dei parametri ambientali. 
Ma gli attivisti del Comitato non demordono, Martina, la cugina trentenne di Massimo, tenace e determinata, seguita da altri giovani, organizza un presidio permanente con tanto di documentazione su facebook. “Rimarremo qui fino a quando la fabbrica non richiuderà”, sentenzia Martina anche contro il parere di Massimo, più pacato e moderato.
Le minacce e le aggressioni non tardano ad arrivare. Ci sono alcuni lavoratori della fabbrica, particolarmente aggressivi, che non apprezzano la protesta. E – si sa – la visibilità mediatica non fa bene agli interessi immobiliari della zona.
La riapertura della fabbrica è vigilata da una task force costituita dalle Arpac di Caserta, Avellino, Salerno, Benevento e Napoli, che scopre come le Fonderie continuano a inquinare anche attraverso emissioni di monossido di carbonio. Le emissioni sono così sopra i limiti che scatta la seconda sospensione. L’ulteriore chiusura della fabbrica è di   una quindicina di giorni fa. C’è il rischio che possa riaprire, ma dopo la terza sospensione non ci sarà più possibilità di proroga e dovrà chiudere definitivamente.
Allora la battaglia potrà dirsi vinta. Forse in parte, perché diverse cose rimangono da fare: aspettare che il magistrato si pronunci sul nesso di casualità tra le morti avvenute e l’inquinamento delle Fonderie e presentare il ricorso collettivo alla Corte dei diritti dell’uomo per la violazione dei diritti alla vita e alla salute, seguendo l’esempio dei cittadini di Taranto coinvolti nell’inquinamento dell’Ilva.
Insieme al dolore e alla puzza, la battaglia è un’altra compagna di viaggio per Massimo. Non riesce a concepire la sua vita senza di essa. “Ho sviluppato una sensibilità particolare – dice – per le ingiustizie. Se vengo a conoscenza di fatti in grado di ledere diritti e che non rispettano l’ambiente e la natura, sono pronto a recarmi sul posto. Ci sono e ci vado!”.
E se le Fonderie si trasferiranno da un’altra parte mettendo in pericolo la salute di altre persone… lui andrà.
Per ora si gode il profumo del gelsomino in fiore, un odore che non ha mai sentito in tutta la sua vita.

Mimma Scigliano

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Una battaglia per la vita

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Quando il veleno diventa medicina… Per La Rotta dei Poeti la storia di Massimo e del dolore che diventa attivismo 

Conosco Massimo da due anni. L’ho incontrato in un afoso pomeriggio su un campo di Legambiente in Campania. Non sapevo ancora quale fosse la sua storia, chi si nascondesse dietro quel giornale che sfogliava lentamente, con una calma invidiabile, mentre tutti quelli intorno a lui si lamentavano per il caldo.

Il buddismo è entrato nella sua vita quando aveva diciassette anni, lo ha aiutato ad affrontare il dolore, uno dei suoi compagni di viaggio, così come la puzza nauseabonda di ferro misto a plastica che lo accompagna dall’età di 4 anni.
Quella che penetrava in casa sua tutte le mattine, quando sua madre lo svegliava per fare colazione e apriva le finestre. Finestre vista Fonderie Pisano, un’azienda produttrice di ghisa che dal 1963 è situata nella periferia di Salerno, in via dei Greci, a un passo da via Partecipazione o via dei Tumori, come la hanno soprannominata tutti.
Massimo Calce compie 40 anni il prossimo dicembre e da sempre (da quando, negli anni ottanta, i suoi genitori, convinti da uno zio paterno e dalle necessità economiche, costruirono su un terreno di proprietà una casa abusiva, successivamente condonata) vive in un quadrilatero di terra che ha segnato tutta la sua vita.
“La puzza – racconta – non se ne andava mai. Più mia madre apriva le finestre per farla uscire più entrava. Poi c’erano le polveri nere, che si depositavano sui vestiti appesi ad asciugare sul balcone e che negli anni hanno completamente fatto marcire i davanzali. Per capire che il tutto era una conseguenza delle emissioni delle Fonderie c’è voluto tempo”.
Di tempo ne trascorse ancora un po’ prima di capire che c’erano conseguenze che non si potevano né vedere né percepire. Quelle legate alle patologie tumorali che in più di trent’anni hanno colpito 215 abitanti della zona, compresi Massimo e suo padre.
I luoghi si possono sempre lasciare: perché non te ne sei mai andato? – gli chiedo. “Perché non sarebbe giusto nei confronti di coloro che non hanno più voce” – mi risponde.
Nella sua mente è indelebile il ricordo delle grida notturne di suo padre afflitto dalle metastasi ossee. Il padre di Massimo è morto nel 2009, fino a quel momento non aveva mai smesso di combattere. Era stato lui, da cittadino inerme, a iniziare la “battaglia” contro le Fonderie Pisano e che nel 2004, insieme a un amico, Lorenzo Forte, fondò il Comitato Salute e Vita.
Una battaglia che Massimo ha ereditato: “io sono l’estensione della coscienza di mio padre”. E dalla quale non si è mai tirato indietro, neppure, quando, pochi mesi dopo la morte del padre, a febbraio 2010, scoprì la sua malattia: neurinoma dei nervi misti. 
Ed ecco un altro ricordo indelebile: “il tumore – mi spiega – era così grande che neanche la macchina della risonanza, sotto la quale ero stato spinto più volte, poteva vederlo”. A Piacenza, Massimo trovò uno degli unici tre medici al mondo in grado di operarlo. L’esportazione del neurinoma ebbe comunque delle ripercussioni: perdita dell’udito dall’orecchio sinistro, difficoltà d’inghiottimento, paralisi di una corda vocale e chiusura della vena giugulare.
Il racconto di Massimo sulla sua malattia è lucido, calmo e solare… mi domando come possa essere solare un dolore così grande… “Trasformare il veleno in medicina – mi dice – è un principio buddista. Il dolore si può trasformare e io l’ho trasformato, utilizzato per vivere una seconda vita”. Un’altra opportunità grazie alla quale ha trovato un nuovo lavoro – cucina in un punto macrobiotico – e ha abbracciato uno stile di vita rispettoso della natura e degli altri, recuperando parte della sua salute fisica.
Ma c’è una cosa che si porta dietro dalla sua prima vita: la battaglia contro le Fonderie Pisano e, di conseguenza, contro tutte quelle realtà che non rispettano e mettono in pericolo la salute dei cittadini.

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Il Comitato Salute e Vita, di cui Massimo fa parte, insieme ad altre persone toccate da vicino da malattie e da familiari di persone decedute e malate, si è battuto dall’inizio per la delocalizzazione delle Fonderie e negli anni si è prodigato per dimostrare l’inquinamento che la fabbrica provocava nell’aria, nell’acqua e nel sottosuolo.
“Abbiamo studiato, letto ogni carta – mi spiega – e costruito un impianto accusatorio veritiero ed efficace. Ci siamo costituiti parte civile in ogni processo per reati ambientali in cui le Fonderie sono state coinvolte”.
Dopo tanti esposti presentati in magistratura, nel novembre 2015, l’Arpac (l’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Regione Campania) della sede di Caserta comincia un’indagine sulle Fonderie, che confluisce, nell’aprile 2016, nella sospensione della fabbrica, che rimane chiusa dieci giorni per superamento dei parametri ambientali. 
Ma gli attivisti del Comitato non demordono, Martina, la cugina trentenne di Massimo, tenace e determinata, seguita da altri giovani, organizza un presidio permanente con tanto di documentazione su facebook. “Rimarremo qui fino a quando la fabbrica non richiuderà”, sentenzia Martina anche contro il parere di Massimo, più pacato e moderato.
Le minacce e le aggressioni non tardano ad arrivare. Ci sono alcuni lavoratori della fabbrica, particolarmente aggressivi, che non apprezzano la protesta. E – si sa – la visibilità mediatica non fa bene agli interessi immobiliari della zona.
La riapertura della fabbrica è vigilata da una task force costituita dalle Arpac di Caserta, Avellino, Salerno, Benevento e Napoli, che scopre come le Fonderie continuano a inquinare anche attraverso emissioni di monossido di carbonio. Le emissioni sono così sopra i limiti che scatta la seconda sospensione. L’ulteriore chiusura della fabbrica è di   una quindicina di giorni fa. C’è il rischio che possa riaprire, ma dopo la terza sospensione non ci sarà più possibilità di proroga e dovrà chiudere definitivamente.
Allora la battaglia potrà dirsi vinta. Forse in parte, perché diverse cose rimangono da fare: aspettare che il magistrato si pronunci sul nesso di casualità tra le morti avvenute e l’inquinamento delle Fonderie e presentare il ricorso collettivo alla Corte dei diritti dell’uomo per la violazione dei diritti alla vita e alla salute, seguendo l’esempio dei cittadini di Taranto coinvolti nell’inquinamento dell’Ilva.
Insieme al dolore e alla puzza, la battaglia è un’altra compagna di viaggio per Massimo. Non riesce a concepire la sua vita senza di essa. “Ho sviluppato una sensibilità particolare – dice – per le ingiustizie. Se vengo a conoscenza di fatti in grado di ledere diritti e che non rispettano l’ambiente e la natura, sono pronto a recarmi sul posto. Ci sono e ci vado!”.
E se le Fonderie si trasferiranno da un’altra parte mettendo in pericolo la salute di altre persone… lui andrà.
Per ora si gode il profumo del gelsomino in fiore, un odore che non ha mai sentito in tutta la sua vita.

Mimma Scigliano

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