
testo e foto di Paolo Chirco
12 settembre del 2025. Una data come tante altre, forse con ancora il ricordo lontano dell’11 settembre che ancora aleggia nella memoria collettiva. Ma per noi, che facevamo parte di quel circolo di “Musica e Cultura”, questa data ha un peso particolare. Quella domenica del 1976, l’ultima di una lunga serie di cinque che si erano succedute, non sarebbe mai stata come le altre. Ogni settimana, a partire dalla vigilia di Ferragosto, avevamo invaso un angolo diverso del paese, portando con noi un’esplosione di idee e di creazioni. Erano giorni di arte viva, di impegno collettivo. Ogni domenica era l’occasione per esporre non solo quadri, disegni, fotografie, e sculture, ma anche le nostre riflessioni, il nostro pensiero. Non erano opere da museo, non erano capolavori riconosciuti, ma erano il risultato di un’espressione genuina. Ci importava il gesto, il fatto di esserci, di occupare quegli spazi pubblici e di attirare l’attenzione di chi passava, di chi si fermava a guardare.
C’erano sempre i libri, disposti su quel tavolino che non mancava mai, pronti per la vendita, ma anche per la lettura, per lo scambio di idee. Libri che trattavano temi urgenti: la società in trasformazione, la moralità, le carceri, l’ambiente, la pace. E poi, naturalmente, la musica, la danza, il teatro, e le attività per i bambini. Tutto autofinanziato, tutto sostenuto da una passione che non chiedeva nulla in cambio. La piazza era nostra, la strada era nostra. Non c’erano confini, non c’erano limiti.
Ma quel 12 settembre non fu una domenica come le altre. C’era qualcosa nell’aria, un’atmosfera diversa. Quando l’idea di realizzare una collettiva d’arte fu proposta, sembrava un progetto che avrebbe preso forma lentamente, senza pretesa. Ma poi, come sempre accadeva in quelle assemblee dove tutto prendeva forma, la proposta si ampliò, si arricchì di nuovi contenuti. Fu lì che Peppino, con il suo spirito visionario, lanciò l’idea di dipingere dei murales, forse ispirato dall’arte messicana di Orozco, Rivera e Siqueiros. In cuor mio, pensai che fosse un sogno irrealizzabile. Chi mai ci avrebbe permesso di dipingere un muro, anche vecchio? Eppure, Peppino trovò due muri disponibili, e il sogno divenne realtà.
Del secondo murales ne abbiamo perso il ricordo. Avendo come tema la condizione della donna fu probabilmente fatto l’8 marzo del ’77, un giorno di pioggia insistente che non ci fermò. In due o tre salivamo su un ponteggio instabile, fatto di travi di legno e tavole da muratore, per raggiungere il primo piano di una casa. E sotto un telo di plastica che copriva la parete e ci proteggeva dalla pioggia, tra freddo, colore che colava, la sera che arrivava e indumenti bagnati, completammo il nostro murales.
Il murales che realizzammo il 12 settembre era il nostro modo di raccontare una tragedia lontana ma contemporanea, quella della strage di Tall el Zaatar, un tema che ci toccava nel profondo. Ricordo come preparai uno schizzo sommario sulla parete che i muratori del gruppo avevano reso pronta per accogliere i nostri colori. Poi, insieme, ci mettemmo a dipingere. Ognuno con la propria mano, incerta, tremante forse, ma era il gesto che contava. Il fare qualcosa insieme. Il sentirsi parte di qualcosa di più grande. Peppino, invece, non dipinse mai. Non so se fosse la sua natura di intellettuale a renderlo distante dalla manualità del lavoro, ma lui era sempre lì. Ci guardava, soddisfatto, le mani ai fianchi, il sorriso che cresceva mentre l’opera prendeva forma mentre la gente che passava si fermava, curiosa, e si avvicinava, stupita. Eravamo lì, e il nostro gesto non era solo politico, non era solo un atto di arte, era anche un atto di comunità, un incontro. Quel murale divenne un simbolo della nostra stagione di lotta, di speranza, di impegno. Rimase per anni, a testimoniare quel periodo che per noi fu carico di felicità, di vita. Poi, inevitabilmente, la casa che ospitava l’opera e che servì anche per un set del film di Damiani “La moglie più bella”, venne abbattuta, e con essa il nostro murales. Al suo posto oggi c’è un enorme incompleto edificio di mattoni grigi, un monumento all’indefinito siciliano.
Ma la memoria di quella giornata, di quell’opera, di quell’impegno, rimane impressa in noi. Quella giornata fu la conclusione di un progetto che ci aveva visti protagonisti di un’azione culturale che aveva preso vita nel nostro territorio. Avevamo raggiunto spazi dove l’arte non era mai arrivata e non era solo un’esibizione, ma un mezzo di incontro, di riflessione e di partecipazione attiva. Ogni domenica, il nostro impegno non si limitava a esporre, ma diventava occasione di scambio, di confronto, di crescita collettiva.
Oggi, nella traversa quasi di fronte al nostro murales, come un ponte tra passato e presente, possiamo vedere un altro murales che racconta una storia diversa ma ugualmente importante. Il ricordo del “Mulinazzo”, un’”isola felice” di famiglie che vivevano quasi autosufficienti e che la costruzione della terza pista dell’aeroporto ha spazzato via per sempre.
Il murale non solo ci ricorda quella vita che non c’è più, ma anche i cortei di protesta che Peppino Impastato organizzava quando con i contadini si opponeva ai poteri che volevano distruggere le loro terre. Un corteo che era un simbolo di resistenza e speranza.
Oggi, come allora, questo murales è una traccia indelebile di lotte e speranze. Nonostante gli anni siano passati, altre persone hanno avuto quello stesso desiderio di lasciare un segno. È la stessa energia che ci ha spinto a creare il nostro murale nel 1976, e che oggi continua a vivere in chi non dimentica.


