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Il primo raduno musicale del 1976

18 settembre 1976: la musica come linguaggio civile e politico.

Il primo raduno musicale del 1976

Foto e testo di Paolo Chirco

Alla fine degli anni Settanta la musica non era solo intrattenimento. Era voce, rabbia, sogno. Era il linguaggio di una generazione in fermento che attraverso le note e le parole trovava il coraggio di protestare, di lottare, di immaginare un mondo diverso. Tra canzone d’autore, rock militante e nuove sperimentazioni, la musica divenne un potente strumento civile e politico: denunciava ingiustizie, parlava di libertà, diritti, dignità. Univa ed identificava una generazione giovanile.

Anche nella nostra piccola comunità la musica ebbe un ruolo fondamentale. Fu collante culturale, terreno comune, bandiera. E proprio da un momento musicale nacque il circolo “Musica e Cultura”. All’inizio, prima ancora che prendessero forma altre attività, era la musica a tenere insieme tutto, a dare senso e direzione. Ricordo bene quell’estate del 1976. Portavamo in strada ed in piazza la mostra d’arte itinerante con tutte le sue azioni collaterali compreso la realizzazione del murales su Tall el Zaatar. E fu proprio in quei giorni che nacque l’idea di organizzare un concerto. Una sorta di “festa del sole”, per salutare l’estate che finiva.

Come sempre accadeva nel nostro modo di fare, la proposta prese corpo poco a poco, in assemblee  aperte e democratiche. E da semplice concerto l’idea si trasformò in qualcosa di più grande: una giornata di musica, ma anche di parole, di politica, di incontri. Interventi, stand, cibo a prezzi simbolici. Un festival popolare autofinanziato, come sempre, senza sponsor né ambizioni economiche. L’unico obiettivo: coniugare cultura e politica, musica e partecipazione e se possibile, recuperare le spese per finanziare le prossime iniziative.

Il 18 settembre, di buon mattino, partimmo per Palermo con la mia auto — o meglio, quella dei miei genitori. Andammo a ritirare l’amplificazione che avevamo affittato per l’occasione. Al ritorno, tra tubi Innocenti, assi di legno e chiavi inglesi, montammo il palco con l’esperienza dei muratori del gruppo, mentre i tecnici dell’ENEL ci installavano un contatore volante per l’elettricità.

Nel primo pomeriggio, lo spiazzo di Magaggiari cominciò a prendere vita: spuntarono i gazebo, lo stand di Nuova Cina, quello dei Palestinesi, e il nostro piccolo punto ristoro. Panini a prezzo simbolico, giusto per coprire le spese. E poi, la musica. Una jam session per iniziare, poi si alternarono gruppi, solisti, giovani voci. E tra un’esibizione e l’altra, gli interventi: femministe, operai delle fabbriche di Carini, lavoratori del cantiere navale di Palermo, ex-detenuti, i “PID” – Proletari in Divisa – militari che lottavano per i ritti in caserma, costretti a partecipare incappucciati perché puniti se scoperti.

Anche Peppino prese la parola. Era raggiante, lo si vedeva dalla luce negli occhi mentre correva avanti e indietro tra il palco e i gazebo, controllando che tutto fosse a posto. E poi, quando calò la notte, sulla spiaggia cominciarono ad accendersi i falò. Fu un’esperienza intensa, collettiva, nuova. Eravamo stanchi, ma felici. Avevamo costruito qualcosa insieme, ancora una volta. Qualcosa che prima non c’era.

Oggi, a distanza di decenni, quella scintilla non si è mai davvero spenta. La musica continua a vivere nelle piazze, nei cortei, sulle piattaforme digitali. Continua a dare voce a chi lotta per la giustizia sociale, per l’ambiente, per l’uguaglianza. Anche le nuove generazioni, come allora, scelgono la musica per raccontare paure, speranze, desideri di cambiamento.

Fu un’esperienza intensa, carica di significato. Un momento collettivo costruito dal basso, frutto della partecipazione volontaria e del desiderio comune di fare cultura in modo nuovo, libero, critico. Un’esperienza che, pur nella sua semplicità, lasciò un segno profondo.

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