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Quando il veleno diventa medicina… Per La Rotta dei Poeti la storia di Massimo e del dolore che diventa attivismo 

Conosco Massimo da due anni. L’ho incontrato in un afoso pomeriggio su un campo di Legambiente in Campania. Non sapevo ancora quale fosse la sua storia, chi si nascondesse dietro quel giornale che sfogliava lentamente, con una calma invidiabile, mentre tutti quelli intorno a lui si lamentavano per il caldo.

Il buddismo è entrato nella sua vita quando aveva diciassette anni, lo ha aiutato ad affrontare il dolore, uno dei suoi compagni di viaggio, così come la puzza nauseabonda di ferro misto a plastica che lo accompagna dall’età di 4 anni.
Quella che penetrava in casa sua tutte le mattine, quando sua madre lo svegliava per fare colazione e apriva le finestre. Finestre vista Fonderie Pisano, un’azienda produttrice di ghisa che dal 1963 è situata nella periferia di Salerno, in via dei Greci, a un passo da via Partecipazione o via dei Tumori, come la hanno soprannominata tutti.
Massimo Calce compie 40 anni il prossimo dicembre e da sempre (da quando, negli anni ottanta, i suoi genitori, convinti da uno zio paterno e dalle necessità economiche, costruirono su un terreno di proprietà una casa abusiva, successivamente condonata) vive in un quadrilatero di terra che ha segnato tutta la sua vita.
“La puzza – racconta – non se ne andava mai. Più mia madre apriva le finestre per farla uscire più entrava. Poi c’erano le polveri nere, che si depositavano sui vestiti appesi ad asciugare sul balcone e che negli anni hanno completamente fatto marcire i davanzali. Per capire che il tutto era una conseguenza delle emissioni delle Fonderie c’è voluto tempo”.
Di tempo ne trascorse ancora un po’ prima di capire che c’erano conseguenze che non si potevano né vedere né percepire. Quelle legate alle patologie tumorali che in più di trent’anni hanno colpito 215 abitanti della zona, compresi Massimo e suo padre.
I luoghi si possono sempre lasciare: perché non te ne sei mai andato? – gli chiedo. “Perché non sarebbe giusto nei confronti di coloro che non hanno più voce” – mi risponde.
Nella sua mente è indelebile il ricordo delle grida notturne di suo padre afflitto dalle metastasi ossee. Il padre di Massimo è morto nel 2009, fino a quel momento non aveva mai smesso di combattere. Era stato lui, da cittadino inerme, a iniziare la “battaglia” contro le Fonderie Pisano e che nel 2004, insieme a un amico, Lorenzo Forte, fondò il Comitato Salute e Vita.
Una battaglia che Massimo ha ereditato: “io sono l’estensione della coscienza di mio padre”. E dalla quale non si è mai tirato indietro, neppure, quando, pochi mesi dopo la morte del padre, a febbraio 2010, scoprì la sua malattia: neurinoma dei nervi misti. 
Ed ecco un altro ricordo indelebile: “il tumore – mi spiega – era così grande che neanche la macchina della risonanza, sotto la quale ero stato spinto più volte, poteva vederlo”. A Piacenza, Massimo trovò uno degli unici tre medici al mondo in grado di operarlo. L’esportazione del neurinoma ebbe comunque delle ripercussioni: perdita dell’udito dall’orecchio sinistro, difficoltà d’inghiottimento, paralisi di una corda vocale e chiusura della vena giugulare.
Il racconto di Massimo sulla sua malattia è lucido, calmo e solare… mi domando come possa essere solare un dolore così grande… “Trasformare il veleno in medicina – mi dice – è un principio buddista. Il dolore si può trasformare e io l’ho trasformato, utilizzato per vivere una seconda vita”. Un’altra opportunità grazie alla quale ha trovato un nuovo lavoro – cucina in un punto macrobiotico – e ha abbracciato uno stile di vita rispettoso della natura e degli altri, recuperando parte della sua salute fisica.
Ma c’è una cosa che si porta dietro dalla sua prima vita: la battaglia contro le Fonderie Pisano e, di conseguenza, contro tutte quelle realtà che non rispettano e mettono in pericolo la salute dei cittadini.

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Il Comitato Salute e Vita, di cui Massimo fa parte, insieme ad altre persone toccate da vicino da malattie e da familiari di persone decedute e malate, si è battuto dall’inizio per la delocalizzazione delle Fonderie e negli anni si è prodigato per dimostrare l’inquinamento che la fabbrica provocava nell’aria, nell’acqua e nel sottosuolo.
“Abbiamo studiato, letto ogni carta – mi spiega – e costruito un impianto accusatorio veritiero ed efficace. Ci siamo costituiti parte civile in ogni processo per reati ambientali in cui le Fonderie sono state coinvolte”.
Dopo tanti esposti presentati in magistratura, nel novembre 2015, l’Arpac (l’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Regione Campania) della sede di Caserta comincia un’indagine sulle Fonderie, che confluisce, nell’aprile 2016, nella sospensione della fabbrica, che rimane chiusa dieci giorni per superamento dei parametri ambientali. 
Ma gli attivisti del Comitato non demordono, Martina, la cugina trentenne di Massimo, tenace e determinata, seguita da altri giovani, organizza un presidio permanente con tanto di documentazione su facebook. “Rimarremo qui fino a quando la fabbrica non richiuderà”, sentenzia Martina anche contro il parere di Massimo, più pacato e moderato.
Le minacce e le aggressioni non tardano ad arrivare. Ci sono alcuni lavoratori della fabbrica, particolarmente aggressivi, che non apprezzano la protesta. E – si sa – la visibilità mediatica non fa bene agli interessi immobiliari della zona.
La riapertura della fabbrica è vigilata da una task force costituita dalle Arpac di Caserta, Avellino, Salerno, Benevento e Napoli, che scopre come le Fonderie continuano a inquinare anche attraverso emissioni di monossido di carbonio. Le emissioni sono così sopra i limiti che scatta la seconda sospensione. L’ulteriore chiusura della fabbrica è di   una quindicina di giorni fa. C’è il rischio che possa riaprire, ma dopo la terza sospensione non ci sarà più possibilità di proroga e dovrà chiudere definitivamente.
Allora la battaglia potrà dirsi vinta. Forse in parte, perché diverse cose rimangono da fare: aspettare che il magistrato si pronunci sul nesso di casualità tra le morti avvenute e l’inquinamento delle Fonderie e presentare il ricorso collettivo alla Corte dei diritti dell’uomo per la violazione dei diritti alla vita e alla salute, seguendo l’esempio dei cittadini di Taranto coinvolti nell’inquinamento dell’Ilva.
Insieme al dolore e alla puzza, la battaglia è un’altra compagna di viaggio per Massimo. Non riesce a concepire la sua vita senza di essa. “Ho sviluppato una sensibilità particolare – dice – per le ingiustizie. Se vengo a conoscenza di fatti in grado di ledere diritti e che non rispettano l’ambiente e la natura, sono pronto a recarmi sul posto. Ci sono e ci vado!”.
E se le Fonderie si trasferiranno da un’altra parte mettendo in pericolo la salute di altre persone… lui andrà.
Per ora si gode il profumo del gelsomino in fiore, un odore che non ha mai sentito in tutta la sua vita.

Mimma Scigliano

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