Mentre siamo in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza sulla trattativa Stato-mafia, non possiamo non manifestare il nostro forte turbamento nell’essere entrati a conoscenza che la Corte di Assise di Appello di Palermo, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, ha confermato solo due condanne, quella di Leoluca Bagarella – cognato di Totò Riina – e quella di Antonio Cinà, entrambi mafiosi, ma ha assolto Marcello Dell’Utri (con la formula “per non aver commesso il fatto“), Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno (con la formula “perché il fatto non costituisce reato“). Nel caso dei generali Mori e Subranni e del colonnello De Donno, la formula usata, “il fatto non costituisce reato”, sembrerebbe voler dire che i rapporti ci furono, la trattativa pure, ma non il reato.

Una sensazione simile l’abbiamo provata nel 2018, quando nel descrivere le indagini svolte nel 1978 sull’omicidio di Peppino Impastato, il giudice per le indagini preliminari di Palermo, Walter Turturici, archiviando l’inchiesta sul generale dei carabinieri Antonio Subranni indagato per favoreggiamento, scrisse: “Un contesto di gravi omissioni ed evidenti anomalie investigative”. Purtroppo però la prescrizione portò all’archiviazione dell’inchiesta. La commissione parlamentare Antimafia nel 2000, sempre sul caso Peppino Impastato,  aveva affermato che: “Giuseppe Impastato sfidò la mafia in un territorio in cui si era stabilito un sistema di relazioni tra segmenti degli apparati dello Stato e mafiosi molto potenti…”.

E’ ancora su questo sistema di relazioni che mancano le risposte che cerchiamo, allora come oggi.

Condividiamo quanto ha affermato, riguardo alla recente sentenza, Umberto Santino: “Il rapporto tra mafia e istituzioni, che ha segnato la storia del nostro Paese, è troppo complessa per poterla racchiudere in un processo. Fino a oggi i riferimenti ai mandanti esterni sono rimasti generici e non provati. Si pensava di aver cambiato pagina con la sentenza di primo grado, ma ora si è ripresa la strada della colpevolezza solo dei mafiosi”.

Chiediamo che si faccia chiarezza sul sistema di relazioni tra segmenti degli apparati dello Stato e mafiosi, di cui parlava quella commissione parlamentare antimafia nel 2000, o di cui parlava Paolo Borsellino quando diceva: “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”. Lo chiediamo per le giovani generazioni a cui dobbiamo delle risposte per la costruzione di una società migliore e a cui dobbiamo dire che possono fidarsi della Democrazia.

Ass.ne Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato

foto da internet