lungaquinta

lungaquinta

 

Umberto Santino

L’icona e la realtà

Introduzione alla nuova edizione del libro Giuseppe Impastato, Lunga è la notte. Poesie, scritti, documenti, Centro Impastato, Palermo 2014.

In questi anni Peppino Impastato è diventato sempre di più un punto di riferimento per migliaia di giovani, e non solo, e di ciò, se si tiene conto dell’isolamento per molti anni di quanti cercavano di salvarne la memoria e ottenere giustizia, non possiamo che rallegrarci. Peppino è diventato un eroe dell’antimafia, un nome tra i più noti e richiamati, e questo è certo frutto dell’impegno e dell’attività incessante dei familiari che hanno rotto con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza che hanno in qualche modo continuato a percorrere la sua strada, di noi del Centro siciliano di documentazione, che gli abbiamo intitolato quando era ancora uno sconosciuto per molti e per tanti un terrorista e suicida. Lo sappiamo bene: la memoria è una fatica, ha i suoi costi, spesso si esaurisce per il venir meno dei soggetti che dovrebbero tenerla in vita, ma a volte, ed è proprio quello che è accaduto per Peppino, riesce a portare frutto. Pur essendo in pochi, a volte in pochissimi, siamo riusciti a salvarne l’immagine, smantellando la montatura che lo voleva terrorista inesperto e suicida per disperazione; siamo riusciti a ottenere giustizia, con la condanna dei mandanti dell’assassinio e con la relazione della Commissione parlamentare antimafia sul depistaggio operato da rappresentanti di magistratura e forze dell’ordine. Non abbiamo mai cercato medaglie, ma almeno a un riconoscimento dell’efficacia del nostro impegno dovremmo avere diritto.

Eppure c’è chi ha voluto negarcelo. Lo sappiamo altrettanto bene che, con i mezzi modestissimi che avevamo, e con un contesto in cui maturavano svolte che sono state definite «epocali» e archiviavano soggetti e prospettive che avevano sorretto le nostre militanze, potevamo raggiungere solo alcune migliaia di persone. E che il film che dal settembre del 2000, dopo una felice presentazione alla mostra del cinema di Venezia, ha portato nelle sale il nome e la vicenda di Peppino, ha raggiunto un pubblico molto più ampio. Si spiegano in larga parte così il pellegrinaggio che da allora è cominciato verso Cinisi, dove dopo la morte di Felicia, la madre di Peppino, è nato quel santuario laico che si chiama Casa memoria, riconosciuta come bene culturale dalla regione siciliana, e le centinaia, se non migliaia, di iniziative che di anno in anno si sono moltiplicate in tutta l’Italia e anche al­l’estero. Ma da qui a dire, come qualcuno ha detto, che l’inchiesta per far luce sull’assassinio di Peppino è stata aperta dopo il film, ci corre. Abbiamo chiesto di rettificare affermazioni inequivocabilmente smentite dai fatti: l’inchiesta si è aperta varie volte, sempre per l’impegno dei familiari, fino a un certo punto anche dei compagni di Peppino, sempre, da quel 9 maggio in cui furono raccolte le briciole del suo corpo, a oggi, dal Centro. I processi, non il processo, prima a Vito Palazzolo e poi a Gaetano Badalamenti, sono cominciati prima dell’uscita del film, il comitato per indagare sul depistaggio delle in­dagini si è costituito all’interno della Commissione antimafia, già nel 1998. Non siamo riusciti a ottenere la rettifica, per la protervia di un grande editore, da qualche tempo anch’esso ancorato al carro di Berlusconi, e per la presunzione di uno scrittore di successo che ha «scoperto» il potere taumaturgico della parola, soprattutto della sua, transustanziata in Verbo. Per fortuna non siamo stati querelati per presunta diffamazione, come il grande editore minacciava, e la querela presentata dall’autore di bestseller contro il quotidiano «Liberazione», che ben presto avrebbe chiuso le pubblicazioni, è stata respinta. Ma non siamo per niente soddisfatti di come sono andate le cose. Tutto si sarebbe potuto risolvere in altro modo, ma pare che viviamo sempre più in un mondo in cui informarsi prima di predicare e riconoscere di aver sbagliato non fa parte delle abitudini soprattutto di persone ascese sul pulpito mediatico e osannate da un pubblico di devoti. Ormai si è formata un’icona, quella di Peppino che fa piazzate notturne, numerando i passi tra casa sua, di suo padre, e casa Bada­lamenti; pronuncia parole che non si è mai sognato di dire, e tanti le ridicono come se le avessero ascoltate dalla sua bocca. Un motivo in più per ripubblicare questo libro che contiene i suoi scritti, le sue poesie, tenere e «private», i suoi volantini, irriverenti e puntuali, le sue denunce, gridate e documentate, i testi dei suoi documenti, testimonianze di pratiche culturali e politiche che si danno per tramontate, e delle sue trasmissioni a Radio Aut, trasgressive ed eversive nella forma e nei contenuti rispetto a un sistema di potere sedimentato e condiviso da gran parte della popolazione. Con tanti che hanno riso alle goliardate di Onda pazza, ma le hanno considerate un delitto di lesa maestà, un’autocondanna a morte. Un repertorio che dovrebbe bastare a trasmettere un’immagine compiuta, ma non ci meravigliamo se si preferisce rimasticare parole inventate, più digeribili e rassicuranti. Qualche tempo fa è circolato uno spot in cui frasi tratte dalla sceneggiatura del film venivano riprodotte per scopi mercantili, per la vendita di un prodotto, in quel caso degli occhiali. Tutto questo senza neppure avvertire i familiari. Abbiamo fatto, assieme a loro, un comunicato, in cui chiedevamo il ritiro dello spot. Gli autori lo hanno ritirato, sono venuti a Cinisi per parlarne, ma credo che ognuno sia rimasto sulle proprie posizioni. Voglio ricordare le parole dello spot. È il cosiddetto «apologo della bellezza». Peppino che guarda dall’alto un paesaggio butterato da case e villette abusive, una bellezza mortificata e distrutta. È quello che vediamo ogni giorno da quelle parti e non solo lì. Con in più una lievitazione inarrestabile di rifiuti, una vera alluvione nei mesi estivi. E Peppino dice: «E allora forse più che la politica, la lotta di classe, la coscienza e tutte queste fesserie… bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza. Insegnargli a riconoscerla. A difenderla». Nel nostro comunicato dicevamo che questo era proprio il contrario di quello che faceva e diceva Peppino. Che coniugava perfettamente, si potrebbe dire naturalmente, la politica e la lotta di classe con la salvaguardia del territorio, il diritto al lavoro dei disoccupati con il diritto a un ambiente non saccheggiato dalla speculazione. Ed è proprio questo quello che rimane del suo impegno: questo modo di intendere e di praticare la politica come impegno quotidiano e onnicomprensivo. E continuava a farlo quando si ripiegava sul personale per abbandonare il politico. Di questa politica avremmo bisogno oggi, più di ieri, se sapessimo incamminarci su una strada in cui i bisogni di masse crescenti di emarginati, figli o fratelli di quelli con cui lui la­vorava, sono alla ricerca di un futuro. Su questa strada l’esempio di Peppino, al di là degli slogan, è ancora vivo e attuale. Settembre 2014

{jcomments on}