umberto santino

umberto santino

Umberto santino Presidente Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato

 

Pubblicato su Repubblica Palermo del 18 settembre 2014, con il titolo: Il radicalismo che servirebbe per fare la rivoluzione.

L`intervento del presidente della regione Rosario Crocetta su queste pagine può stimolare alcune riflessioni su quel che accade a Palazzo d’Orleans e più in generale sul quadro politico attuale. Crocetta risponde ad alcune osservazioni che qualche giorno prima aveva fatto Enrico del Mercato: si può tentare di fare una “rivoluzione” tenendo in piedi personaggi della burocrazia regionale che hanno già dato prova di sé lavorando con Cuffaro e Lombardo? Il presidente sostiene che per fare la sua “rivoluzione” è necessario intrecciare alleanze e scomoda perfino Lenin e Gramsci. Mi sembra ovvio che per riuscire a fare qualcosa in un quadro politico complesso bisogna fare dei patti, stringere alleanze, ma il contesto è totalmente diverso da quello della prima metà del Novecento. È cambiata la società, sono cambiate le forme della politica. Ai partiti si sono sostituiti raggruppamenti, più o meno formalizzati, che sono in realtà clan personali, in cui l’unico collante è la fedeltà al capo. Quasi tutti i contrassegni che troviamo sulle liste elettorali recano il nome inserito nel simbolo. La crisi delle ideologie, spazzate via da un’altra ideologia, il neoliberismo, che pretende di porsi come “pensiero unico”, ha prodotto un linguaggio che mira più all’effetto mediatico che all’esposizione di qualcosa che somigli a un programma. Sul piano nazionale, la dissoluzione dei grandi partiti storici ha creato un vuoto che si è affrettato a riempire un personaggio come Berlusconi, forte dei suoi soldi e del suo monopolio televisivo ed editoriale. A sinistra è rimasto molto poco, con gli ex comunisti che si vergognano del loro passato e hanno ceduto il passo agli ex democristiani (anche Renzi viene da quella parte) e con qualche sopravvissuto che non ha nessun ruolo sul piano sociale e si condanna ad affondare agitando vecchie bandiere. Anche Crocetta è un esempio della personalizzazione della politica e non per caso, accingendosi a correre per le elezioni regionali, abbandonando il seggio al Parlamento europeo (un malvezzo troppo facilmente perdonato), non fidandosi del Partito democratico, ha messo in piedi un suo partitino, il Megafono, tirandosi dietro un’icona dell’antimafia istituzionale, Beppe Lumia, già avventuratosi nel sostegno a Lombardo. E della personalizzazione della politica l’attuale presidente della regione porta tutti i segni, a cominciare dall’essersi contornato di persone di cui si fida, con qualche extra che ha fatto notizia ma è ben presto scomparso dalla scena. Queste scelte hanno portato a un conflitto con il Pd siciliano, ridotto a un insieme di gruppi con alto tasso di litigiosità. Effetto dei conflitti interni ed esterni: la rissa permanente. E ogni occasione è buona per inasprirla. Nel suo intervento Crocetta sostiene che la lotta alla mafia non deve assumere i connotati di una lotta di classe ma quelli di una lotta di liberazione come quella dal nazifascismo, che in Sicilia non c’è mai stata una rivoluzione liberal-democratica, che la sua azione si inserisce su questo terreno e mira a una progressiva trasformazione della società, senza tagli delle teste. E a riprova che la sua “rivoluzione” è già cominciata, sciorina i suoi provvedimenti: rotazione, taglio dei compensi e responsabilizzazione dei burocrati regionali, taglio degli sprechi, risanamento del bilancio, raggiungimento degli obiettivi della spesa europea, avvio della riforma delle province, denunce alla magistratura. Bisognerebbe entrare nel merito di queste operazioni, saggiarne la qualità e verificarne lo stato di attuazione, ma qui mi limito ad alcune osservazioni di carattere generale. Le cose che scrive Crocetta, l’orizzonte che delinea sarebbe bene chiamarli con il loro nome: riformismo. E un sano riformismo, oggi come oggi, sarebbe già tanto. C’è da dire poi che la lotta alla mafia ha raggiunto dimensioni di massa quando somigliava alla lotta di classe, con la mobilitazione di centinaia di migliaia di contadini. Negli ultimi anni ha raccolto, e ancora oggi continua a raccogliere, una parte della popolazione di qualche consistenza, ma minoranza. Se Cosa nostra è in crisi, per effetto dei grandi delitti e delle stragi, il blocco sociale transclassista che ricorre all’illegalità come risorsa non si può dire in corso di smantellamento. Rottamata e in via di sparizione è l’economia legale, decimata da una crisi di cui non si vede la fine. Vitaliano Brancati mi pare che dicesse che in Sicilia per essere liberali bisogna essere per lo meno comunisti. I comunisti sono scomparsi ma la necessità della radicalità per cercare di ottenere qualche risultato significativo, continua ad essere attuale. Radicalità nell’analisi e nelle politiche di fronte al neoliberismo, di fronte ai processi di globalizzazione che producono emarginazione e alimentano le mafie. Se non si affrontano questi problemi, si può solo girare a vuoto e operare sui margini. Per fare qualche esempio: che ruolo ha la regione nella vicende della Fiat di Termini Imerese e dell’Eni a Gela? Che ne facciamo dell’autonomia speciale, a suo tempo strappata con il ricatto separatista, con i mafiosi in prima fila e i banditi reclutati come guerriglieri? Doveva essere il volano dello sviluppo ed è stata una greppia e una zavorra. Sembra che la radicalità di Crocetta consista soprattutto in un surplus di autostima. È, e sa di essere, un personaggio, ha alle spalle l’esperienza di sindaco antimafia di Gela, a rischio della vita. Ora corre un altro rischio: quello di incarnare l’icona del salvatore della patria, che divide l’umanità in due schiere: i probi e i reprobi, a seconda che siano con lui o contro di lui. Parla della necessità del dialogo con l’area cattolica, ma non si chiede cosa è stata la Democrazia cristiana in Sicilia, con poche eccezioni. Chi sono gli alleati di Crocetta? Sono interessati a un progetto di rinnovamento o a qualche scampolo di potere? Quale rapporto ha con quel tanto di società civile che negli ultimi anni si è sedimentato? Non basta dichiarare Casa memoria di Cinisi bene culturale, fare i complimenti all’Associazione industriali perché finalmente si sono incamminati sulla strada di Libero Grassi. Le polemiche suscitate dalla resurrezione della tabella H potevano essere l’occasione per intrecciare un rapporto con quanti si muovono tra mille difficoltà e sono penalizzati da scelte che continuano a calcare il pedale del clientelismo e delle relazioni personali. Parecchie associazioni hanno chiesto un incontro senza nessun risultato. E gli appelli per la creazione del Memoriale-laboratorio della lotta alla mafia attendono ancora una risposta.

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