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Ricordiamo ancora i primi giorni del covid 19, quando ancora in molti lo chiamavamo corona virus. La paura, la sofferenza e quel bisogno di sperare e resistere, spingeva tanti di noi ad affacciarsi dai balconi per cantare e dire tutti uniti, anche se a distanza, che saremmo diventati migliori.

Poi invece abbiamo visto emergere, crescere ed alimentarsi la paura dell’altro, l’odio per l’untore, le accuse reciproche verso tutto e tutti, le guerre tra chi era pro o contro qualunque cosa… e quei buoni sentimenti sono sfuggiti via in poco tempo. È ripiombata con violenza la logica della gogna e dell’odio che da anni viene alimentata da quella brama di potere  e da una certa politica che più che occuparsi del bene comune e di costruire, crea consensi distruggendo, alimentando nuove paure, guerre tra poveri, diffidenza, odio. Una logica che si nutre di un ipocrita moralismo che poi serpeggia tra i social e diventa giudizio implacabile e tranciante che si diffonde e si accanisce su tutto e tutti.

Sono tanti gli esempi che vengono dalla cronaca anche in questi ultimi mesi o giorni. Attacchi social, macchina del fango, violenza verbale, minacce che si abbattono indiscriminatamente e colpiscono singole persone di cui non conosciamo la vita, le ferite, le fragilità.  Per giudicare un reato, in una società civile esistono i tribunali, non servono le lapidazioni, le gogne pubbliche, i tribunali del popolo o delle trasmissioni tv. I giornalisti di professione ed i media in generale dovrebbero raccontare e svelare le verità,  ma il fine non dovrebbe essere quello di usarle come armi contro le singole persone (soprattutto se non si tratta di persone che detengono il potere), ma creare dibattiti su idee e contenuti, per un cambiamento culturale.

Ad esempio la denuncia o il racconto di un  femminicidio non dovrebbe diventare ossessione pruriginosa nei confronti delle vittime, dei carnefici o dei familiari, ma un modo per riflettere su una mentalità maschilista e patriarcale che continua a mietere vittime; uno stupro di gruppo non dovrebbe essere l’occasione per raccontare ogni minimo e squallido dettaglio o gossip, ma il modo per contestare  l’incultura dello stupro che esiste da secoli ed è uno strumento di guerra, di supremazia e di oppressione di genere; una denuncia per truffa ai consumatori, i dubbi su una raccolta fondi, il tema della beneficenza ingannevole, non dovrebbero essere l’occasione per gettare veleno sui protagonisti e sui loro familiari, esistono i magistrati e i giudici per fare giustizia e condannare chi ha sbagliato, eventualmente per l’opinione pubblica potrebbe essere invece l’occasione per discutere sul ruolo che nella nostra società hanno gli influencer nel condizionamento dei nostri acquisti o della beneficenza. Se una persona, una persona semplice, non ricca o di potere, condivide una recensione vera o falsa (a questo punto non importa), per lanciare un messaggio di inclusione (o forse cercando un po’ di pubblicità), non dovrebbe essere investita di un’attenzione pubblica fuori dal normale, per poi essere massacrata su ogni piattaforma on line, ed anche chi eventualmente ha “esagerato” nel denunciare o investigare senza averne un mandato o un concreto motivo, non dovrebbe diventare il giorno dopo l’ulteriore bersaglio di nuovi attacchi violenti. Stop.

Diciamo basta a questo odio pubblico, al fango, allo stalking sui social, alla gogna. Tutti convinti di essere perfetti e senza macchia, con questa voglia di essere giudici, con la volontà di lapidare gli altri.  Sarebbe forse il caso di fare un esame di coscienza collettivo e impegnarci, nelle difficoltà del vivere di oggi in una società profondamente malata, di tracciare una strada più umana e solidale, e soprattutto offrirla alle nuove generazioni.

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